Ciò che è bene per la sinistra è male per l’Italia. Ciò che è male per la sinistra è bene per l’Italia.

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Si devono intraprendere le guerre per la sola ragione di vivere senza disturbi in pace (Cicerone)

No alla deriva

No alla deriva
Diciamo NO alla deriva

30 settembre 2008

Se anche il magazziniere si incazza

Il solito florilegio di invettive “politicamente corrette” ha accolto la notizia di una energica reazione all’ennesimo tentativo di furto in un supermercato.
Questa volta, a differenza del caso di Milano, non ci è scappato il morto, ma un magazziniere è stato messo alla gogna dagli ambienti liberal snob della nostra sinistra (e non solo) per aver impartito una bella lezione ad una coppia di ladruncoli.
E che siano tali lo dimostra il fatto che, nonostante le botte prese, quei due si sono ben guardati dallo sporgere denuncia.
Purtroppo in Italia chi reagisce alle violenze, chi reagisce ai furti, chi, esasperato dalla continua aggressione alla proprietà privata, reagisce magari anche sopra le righe, viene posto sul banco degli accusati e ci si dimentica che il principale responsabile è il ladro, è chi viola la sacralità della proprietà privata.
A Milano, come a Padova, come in tutti quei casi in cui protagonisti sono il gioielliere piuttosto che il tabaccaio, emerge la rabbia e l’esasperazione dei cittadini che non ne possono più dei soprusi che non trovano mai adeguata punizione, perché, ad esempio, se quei due di Padova fossero stati presi, per male che fosse andata loro avrebbero passato una sola notte in guardina e poi un magistrato “progressista” avrebbe trovato la motivazione “giusta” per metterli fuori.
Allora non è possibile gettare ancora la croce sulle spalle di chi lavora onestamente e, reagendo, difende il suo onesto lavoro, la sua proprietà.
Ma i politici, i cosiddetti “intellettualicapaci solo di pontificare dall’interno delle loro ville blindate, i garantisti (con tutti tranne che con Berlusconi) ad oltranza, i buonisti e i perdonisti, devono rivedere le loro posizioni, ascoltare il campanello di allarme che suona da sempre più parti d’Italia, smetterla di puntare l’indice accusatore su chi reagisce e condannare chi delinque e chi consente a costoro di continuare a vivere ai margini della società, mettendo in pericolo la vita e la proprietà dei cittadini onesti.

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29 settembre 2008

Alitalia: Letta ricompatta la casta

Anche se ancora non è chiuso il cerchio, con quello che diventa presumibilmente l’ultimo incontro con i sindacati autonomi degli Assistenti di Volo e dei lavoratori di terra (ndr: che hanno firmato), avremo la certezza della conclusione di questo capitolo della vicenda Alitalia, possiamo già commentare quanto è accaduto.
Il punto di partenza deve necessariamente essere lo stato di dissesto che la compagnia aerea aveva evidenziato già da anni.
Una insolvenza sistematicamente coperta con i soldi pubblici, i soldi sottratti alle tasche degli italiani e sperperati da manager incapaci di adeguare l’Alitalia alle nuove sfide mondiali.
Dopo migliaia di miliardi degli italiani bruciati in quel modo, a gennaio il governicchio Prodi, ossequioso ai poteri forti, si apprestava a svendere Alitalia ad Air France/Klm.
In pratica sacrifici e soldi di tutti noi buttati al vento, per fare un regalo ai francesi.
Approfittando della crisi della sinistra e dell’imminenza delle elezioni, Silvio Berlusconi ha stimolato la resistenza dei sindacati, soprattutto delle Associazioni Professionali di Piloti e Assistenti di Volo, perché si opponessero alla svendita, nel nome della italianità della compagnia: Alitalia deve restare italiana.
Air France si ritirò, Berlusconi vinse le elezioni e cominciò a cercare di costruire la cordata italiana (che aveva annunciato ma evidentemente non esisteva) per acquistare Alitalia.
Ha trovato una ventina di “cavalieri bianchi”, grazie all’aiuto di un advisor di eccezione, Intesa Sanpaolo e il suo Amministratore Delegato Corrado Passera, che si sono trovati attorno ad un piano, denominato simbolicamente “Fenice”.
Il piano prevedeva il più classico degli scorpori: socializzare le perdite e privatizzare gli utili.
Solo così i “capitani coraggiosi” (con i soldi altrui) avrebbero sborsato i quattrini necessari per far volare una compagnia ridotta a vettore locale.
Quindi un primo elemento: altri costi ribaltati sui cittadini, anche su chi non vola, che, in modo diretto o indiretto, vedranno le mani dello stato penetrare nelle loro tasche, nei loro portafogli per pagare la parte “cattiva” di Alitalia e gli ammortizzatori sociale e arricchire una ventina di manager e “imprenditori”.
L’accordo quadro viene sottoscritto dai sindacati confederali che, per l’occasione, cooptano anche l’Ugl, l’ex sindacato di destra.
Tale sottoscrizione arriva al termine di un percorso che ha visto il governo (pur di centro e addirittura definito di destra dalla sinistra) ma soprattutto la società degli acquirenti, aprire un canale preferenziale con i sindacati confederali.
I piani vengono rotti da due fattori: le Associazioni Professionali e i sindacati autonomi non ci stanno ad apporre la loro firma su un accordo che non hanno potuto discutere.
Come dar loro torto ?
Ma per il “gruppo cai” arriva un’altra bastonata: la cgil strappa e dopo aver firmato l’accordo quadro non firma il contratto unico.
Per la cgil si tratta di una impostazione ideologica infatti, ottenuta una vittoria di facciata (un allegato al verbale di accordo) rientra tra i ranghi.
E’ fatta ?
No.
Piloti e Assistenti di Volo, oltre agli autonomi dei lavoratori di terra, resistono.
Ancora una volta, giustamente, rifiutano di sottoscrivere un accordo che non hanno contrattato.
Ancora una volta non si può dar loro torto.
Dopo quindici ore di trattative, i Piloti ottengono modifiche significative in termini di profilo contrattuale ed esuberi.
Si mettono però di traverso i sindacati confederali chiamati a sottoscrivere tali modifiche (e questo risponde anche a chi li considerava “meno peggio”: la loro è solo una impostazione ideologica tesa a fare emergere una loro precedenza sugli altri sindacati).
Firmano anche loro.
Presumibilmente lunedì sarà il turno degli Assistenti di Volo.
I commentatori dicono che adesso si deve scegliere il “partner straniero”, cioè il futuro padrone di Alitalia.
A questo punto possiamo ben dire che Berlusconi non ha ottenuto nulla di quel che voleva, se non la possibilità di dire che Alitalia non è fallita.
Berlusconi ha:
- messo le mani nelle tasche degli italiani con gli ammortizzatori sociali promessi
- ceduto ad una cordata di manager e imprenditori di sinistra la parte sana di Alitalia
- avallato una percezione di supremazia dei sindacati confederali che sono stati chiamati alle trattative prima degli autonomi ed ai quali è stato concesso il diritto di veto (senza la firma della cgil sembrava tutto finito) anche dopo che i Piloti avevano contrattato dei miglioramenti
- ma soprattutto ha perso la scommessa sulla “compagnia di bandiera” perché tutti, ma proprio tutti, dicono che è necessario da subito un partner straniero che, tutti, ma proprio tutti, sanno che diventerà il padrone dell’Alitalia
.
Ma se Berlusconi ha fallito, evitando solo il default politico, anche i sindacati confederali non ridono, perché le modifiche ottenute dai sindacati autonomi e dalle Associazioni Professionali dimostrano come da parte dei confederali non vi sia stata alcuna volontà di tutela dei lavoratori, ma solo una trattativa di carattere politico ed ideologico, indifferente tanto ai costi che vengono ribaltati sui contribuenti, quanto alla reale sorte dei lavoratori.
Si è così dimostrato che solo il sindacato autonomo guarda, senza paraocchi ideologici, agli interessi dei lavoratori, trattando e contrattando come deve fare un vero sindacato e non trasformando le relazioni industriali in un suk politico.
Ma la conclusione della vicenda fa emergere una figura che, da anni, è il garante dei poteri forti presso un imprevedibile Berlusconi: Gianni Letta.
Il mediatore alla crostata, il Padre Giuseppe della politica italiana di questi ultimi 15 anni, quello che ha accontentato la voglia di protagonismo dei sindacati confederali dando loro la precedenza in ogni momento della trattativa, quello che ha composto una cordata con imprenditori di sinistra e quello che, presumibilmente, sceglierà il nuovo padrone straniero di Alitalia, quello che ha ricompattato la casta dei manager con quella dei politici e dei sindacalisti confederali.
Berlusconi (che oggi compie 72 anni: auguri, ma cerca di tornare il Berlusconi ante 17 gennaio 2008 !) ha una grande stima di Gianni Letta.
Personalmente invece credo che continuare sulla strada del compromesso non risolverà i problemi dell’Italia ma li rinvierà fino al momento in cui non sarà più possibile farlo e il tonfo sarà tanto più grande quanto più sarà ritardato.
Gianni Letta, il grande tessitore, il grande mediatore, il valore aggiunto, sì, ma della casta, dei poteri forti che, ancora una volta, anche con Alitalia, guadagnano quando a tutti gli italiani sarà sottratto un altro po’ del loro denaro, nella più classica applicazione del principio di socializzare le perdite e privatizzare i guadagni.

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28 settembre 2008

La Destra si divide ancora

Le vittorie hanno molti padri, le sconfitte nessuno.
La sconfitta elettorale – il mancato raggiungimento del quorum, non il mancato consenso popolare– ha provocato il dissesto in una creatura neonata quale era La Destra.
Storace non ha saputo fare altro che dar fiato ai gruppuscoli estremisti e ancorati al passato, quelli delle parole d’ordine e del braccino compulsivo, oltre che a spostare il partito su una deriva meridionalista e romanocentrica che non può trovare consensi al Nord.
La Santanchè, pesantemente insultata nel blog di Storace anche quando ricordava nei media l'esistenza de La Destra con le sue iniziative come quella contro la prostituzione nelle strade, ha prima tentato di riproporre le tesi (che tuttora condivido) della campagna elettorale poi, costretta dalla ostilità e dal linciaggio mediatico altrui (anche oggi, stoltamente, commentatori del blog storaciano "festeggiano" l'ennesima scissione a destra), ha preso a sua volta una deriva che sembra portarla in braccio a Berlusconi (non so se in modo orizzontale o verticale).
E’, purtroppo, la fine di una speranza di far rinascere il Movimento Sociale Italiano che, per trovare il suo ruolo nella politica di oggi, doveva essere una sintesi tra l’estremismo di cui è oggi prigioniero Storace e l’attrazione fatale berlusconiana della Santanchè.
Era quindi necessario che Santanchè e Storace continuassero assieme e c’erano favorevoli possibilità vista la deriva antifascista di Fini e di Alleanza Nazionale, una deriva che non può mantenere inalterato il consenso al partito del presidente della camera, tanto che è preferibile un Berlusconi che a domanda sull’antifascismo risponde che non gliene importa nulla perché lui pensa a lavorare, di un Fini che si unisce al coro e alla liturgia resistenziale.
In questo momento, quindi, non esiste un partito di riferimento per chi è di Destra e Conservatore, a meno che Santanchè, invece di confluire nel “partito di centro, moderato e liberale” non decida di costituire un suo movimento autonomo, magari alleato con Berlusconi, ma che non confluisca nel calderone centrista e antifascista con i Capezzone, i Cicchitto, i Fini, i Rotondi.
Certamente non è una scelta Storace: tanto vale votare Forza Nuova, come non lo è la Fiamma Tricolore a sua volta attraversata da troppe incertezze e in bilico tra Berlusconi e un ritorno di … Fiamma.
Ancora una volta il mondo di Destra, diviso, lascia spazio al doroteismo centrista.
Nei suoi momenti d’oro la Dc accalappiava voti a destra con lo spauracchio del comunismo, per poi spartire con il Pci il potere.
Nell’ultima campagna elettorale Berlusconi ha agitato lo spauracchio comunista e preso voti a destra con la supplica in diretta televisiva sul “voto utile” per poi infarcire il governo di ex socialisti.
A questo punto, in mancanza di una vera alternativa di Destra e Conservatrice non resta che mettere in frigorifero il nostro voto e, astenendosi o annullando le schede prossime venture, non riconoscere legittimità agli attuali soggetti politici.
Sempre pronti a dare il nostro contributo se la Destra e i Conservatori troveranno finalmente un momento di unità e di sintesi politica che dovrà coniugare i principi del libero mercato e dell’atlantismo con i Valori Morali fondati sulle Radici Romane e Cristiane della Civiltà Occidentale, sul rispetto della Gerarchia e sulle Tradizioni millenarie dei nostri costumi e delle nostre genti.

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27 settembre 2008

Prima di tutto gli Italiani

Il quotidiano dei Vescovi, l’Osservatore Romano, ha ospitato un lungo articolo del responsabile della Caritas, nel quale, in sostanza, si accusa il governo Berlusconi e l’intera, opulenta europa per una politica troppo restrittiva sull’immigrazione.
L’articolo di don Nozzo sembra andare sul solco degli strali lanciati da Famiglia Cristiana sul presunto razzismo che emergerebbe dalla volontà di difendersi dall’invasione degli immigrati, clandestini e non.
Più che altro mi sembrano toni da chiesa montiniana o martiniana, sicuramente distanti dal pensiero sia del Papa Benedetto XVI che di autorevoli teologi e cardinali come Giacomo Biffi, la cui opinione non mi risulta sia mutata da quando, nel settembre 2000, per primo lanciò l’allarme sul pericolo migratorio con un intervento che, per preveggenza, lucidità e concretezza è, ancora oggi, attualissimo e che dovrebbe essere preso a paradigma per i provvedimenti di legge a tutela della nostra nazione.
Ma la Chiesa è universale e, quindi, nel suo magistero non può agire a protezione di un solo popolo o di una sola nazione.
Il messaggio cristiano è naturalmente indirizzato a tutti, di qualunque sesso, razza o religione siano e, pertanto, è comprensibile che alcuni responsabili di strutture sopranazionali, esprimano una aspirazione e preoccupazioni che travalicano quelle espresse anche dalle chiese locali.
Non a caso le esternazioni di Famiglia Cristiana sono state smentite dalla Conferenza Episcopale Italiana che ha negato esplicitamente che tali opinioni rappresentassero il suo orientamento.
Dobbiamo quindi ragionevolmente comprendere che la Chiesa muove su due piani uno universale, con una teoria su quel che andrebbe fatto, quello a cui dovremmo aspirare per una convivenza civile ed un progresso comune di tutte le genti.
Ed un piano locale, dove la Chiesa raccoglie, comprende ed interpreta le preoccupazioni della sua gente.
La sintesi la troviamo nelle opinioni espresse non da un semplice responsabile di una associazione di carità, ma dal Pontefice che auspica che il mondo evoluto sappia aiutare quello ancora arretrato nell’elevarsi, ma anche condanna le violenze e i pericoli insiti nell’abbandono delle proprie radici che rappresentano la identità di un popolo.
Ma davanti all’insegnamento della Chiesa, come si deve porre un governo, un parlamento, un partito, un politico ?
Non può che rappresentare l’interesse della sua gente.
Certo, sarebbe molto bello se si potesse accogliere tutti quelli che bussano alla nostra porta, ma così facendo metteremmo in pericolo la stabilità così faticosamente raggiunta e che è costata immensi sacrifici ai nostri Padri, tradendone la memoria.
Questa terra è la nostra terra e pertanto abbiamo il dovere di difenderla, di renderla prospera e di consegnarla ai nostri Figli integra sotto ogni profilo.
Non potremmo farlo se la impoverissimo per accogliere chiunque.
Non potremmo farlo se dimenticassimo le nostre Radici, le nostre Tradizioni, per fare posto, in una errata concezione di “rispetto” e “tolleranza”, ad usanze estranee.
Non potremmo farlo se accettassimo le diverse usanze, anche quando sono contrarie alle nostre leggi.
I disordini razziali di Castelvolturno e di Milano della scorsa settimana sono un campanello di allarme, anzi sono campane spiegate di allarme, ma solo per chi non è sordo e non si lascia traviare da quello che, ormai, è divenuto il Male da combattere: il politicamente corretto.
Un sistema di tabù, di costrizioni, di liturgie, di frasi fatte che intorpidiscono la coscienza e indeboliscono la voglia di combattere per il futuro, magari male interpretando la portata di articoli firmati da singoli responsabili di associazioni di carità.
Ascoltiamo quindi con il dovuto rispetto il messaggio degli uomini della Chiesa, ma nel concreto dobbiamo agire avendo come unico faro il benessere e la sicurezza del Popolo Italiano.

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25 settembre 2008

Il primo lustro di BlacKnights

Il 25 settembre 2003 aprivo il primo BlacKnights sulla piattaforma di Libero/Digiland.
Il primo post che compare è datato 26 settembre 2003 e tratta delle pensioni.
Su Libero/Digiland sono rimasto fino al 21 giugno 2005, per un totale di 212 post che si aggiungono ai quasi 900 del BlacKnights di Blogspot.
In quel tempo … partecipavo, sin dall’aprile 2000, ai forum di una community che ora non esiste più: Atlantide.
Era la mia prima esperienza di politica virtuale, dopo anni di attività politica e sindacale reale.
In quei forum conobbi varie persone, con alcune sono rimasto tuttora in rapporti di amicizia (una è Starsandbars/Vandeaitaliana) assieme alle quali “incrociavamo le tastiere” con un più o meno uguale gruppo di comunisti.
Nel 2003 dedicavo meno tempo di quanto ne avrei dedicato tra il 2004 e il 2007, in quanto mio padre era ancora in salute e non richiedeva una mia maggiore presenza a casa e con curiosità mi accostavo al mondo della rete, nel quale mi ero affacciato prima con gli strumenti di ufficio e poi con l’acquisto di un computer personale nel dicembre 1996.
Nel nostro gruppo scriveva un esperto in tutto ciò che è scienza e tecnologia.
Il nick che usava in Atlantide era “The Wizard” (altrove è conosciuto come “Euclide”).
Anche con lui ci siamo trovati in alcune occasione (una in particolare fu molto piacevole, riuscendo a ritrovarci quasi tutti con una sola defezione: proprio nel 2003 a casa di Starsandbars ).
Parlando di internet, The Wizard ci parlò dei “blog”.
Ma che roba è ?
Approfondii.
E nacque BlacKnights.
In realtà voleva essere solo un test e il plurale anglofono, voleva significare che, nelle mie intenzioni, dovevamo scriverci tutti (nei forum di Atlantide, il nostro gruppo, era stato, a volte con intento spregiativo, definito da alcuni comunisti “I Cavalieri Neri” … il nome mi piacque …).
Mi ritrovai a scriverci da solo, anche se sono in circa venti – i “Cavalieri” originari più altri conosciuti, più o meno virtualmente, negli anni successivi - ad avere accesso al mio blog (e sono quelli che possono commentare senza dover passare dalla moderazione).
Nel tempo la piattaforma di Libero/Digiland mi appariva limitante e, dopo aver effettuato iscrizione e prove in splinder, il cannocchiale e un ‘altra piattaforma di cui non ricordo neppure il nome, optai per blogspot: hic manebimus optime.
Almeno, finchè non arriverà qualcosa di particolarmente innovativo e piacevole ad usarsi.
Sì, perché dopo cinque anni continuo a ritenere lo strumento del blog una piacevolezza utile solo a chi ci scrive.
Non è certo con duecento visite circa nei mesi “lavorativi” che si cambiano le sorti della politica, si esprime semplicemente una opinione, più o meno condivisibile, e si ha la soddisfazione di vederla pubblicata, subito, senza censure e senza passare per le forche caudine di una redazione giornalistica.
Ma che un blog possa cambiare una sola opinione da parte di chi legge, ne dubito e molto.
Magari può offrire uno spunto a chi è già convinto per trovare formulate per iscritto le proprie convinzione, ma riuscire a farle cambiare, direi proprio di no.
Non mi convince neppure la sequela dei commenti.
Una perdita di tempo da parte di chi commenta se espone tesi contrarie a quelle del post e per chi, decidendo di pubblicarli, risponde, anche perché i “contrari” non si accontentano di esporre la loro opinione una volta, ma insistono, ripetendo sempre la medesima solfa in più e più commenti, finchè non si provvede con un bel taglio.
Pochi che abbiano il buon senso di essere brevi e di limitarsi, da ospiti educati, a non reiterare le loro posizioni.
Un po’ diverso per i commentatori “favorevoli”.
Non fosse che, poi, alla fine sono sempre gli stessi, potrebbe essere uno strumento aggregante.
Peccato che, nel tempo, emergano sempre le differenze.
A proposito di “aggregatori”.
Un paio d’anni dopo la creazione di BlacKnights , poco prima della sua trasformazione con il passaggio nella piattaforma blogspot, venne fuori questa novità degli “aggregatori”.
L’idea poteva essere buona: quel che non si riesce ad ottenere da soli (cioè influenzare un movimento di opinione) si può ottenere mettendo assieme la debolezza di tanti piccoli blog.
Forse era questa l’idea di Tocqueville che, però, già dal nome mostrava i primi segni di divisione, visto che una buona metà dei primi associati (tra i quali il sottoscritto) aveva votato per il più significativo “The Right Nation.
Tocqueville, poi, divenne un prodotto professionale, inclusivo di tutto e il suo contrario, in cui il numero fa aggio sulle scelte politiche.
E fu anche utile, per me, ad imparare quanto danno ha prodotto la scuola del dopo sessantotto, l’antifascismo militonto e l’ubriacatura yuppistica dei prodotti tutti immagine e niente sostanza.
In questo senso, molti blog, che sono lo specchio di una certa gioventù (ventenni e trentenni) rappresentano anche uno spaccato inquietante su quel che ci riserva il futuro.
Più caratterizzante la scelta di Triares che ha perso però il suo significato dopo il tradimento perpetrato da Berlusconi nel gennaio 2008 contro la Destra e i Conservatori e proprio quando era in crescita, con la divisione tra persone che per anni hanno "combattuto" le stesse battaglie.
Rimane, volutamente ridefinito in un perimetro ristretto, Il Castello che, singolarmente, fu fondato sempre dai “Cavalieri Neri” di Atlantide come blog in cui scrivere tutti (come il progetto iniziale di BlacKnights) e poi trasformato nell’aggregatore politicamente schierato.
In sostanza, anche questi aggregatori, tuttora in vita, non mi sembrano svolgere alcun traino sull’opinione pubblica: uno perché potrebbe avere i numeri, ma ogni blog tira da una parte diversa, gli altri due perché non ne hanno i numeri.
E allora si ritorna alla domanda di sempre: a cosa serve un blog ?
La risposta, per me, resta sempre la stessa: serve per mio piacere personale.
Poi se qualche viaggiatore della Rete trova qualche spunto per se stesso, tanto meglio.
Ma non credo che un blog, ancora oggi, possa cambiare la storia di una elezione o di una politica.
Forse l’idea buona potrebbe essere quella di un network, in cui, sotto una unica direzione politica, si associano più blog monotematici, abbandonando il blog generalista.
In questo senso abbiamo – sempre noi “Cavalieri Neri” - soddisfazione (per accessi, citazioni e polemiche) da Secondo Natura , anche se rimane intatto il problema dei commenti insistiti e reiterati in spregio ad ogni norma di buona educazione.
Ma questo è un altro discorso.
Chissà se, fra cinque anni, potrò commentare il decennale di BlacKnights con i blog che hanno soppiantato gli altri media.
Nel frattempo sarà già un buon risultato continuare ad avere la possibilità di scrivere liberamente le proprie idee, senza vincoli o interventi repressivi contro l’espressione di idee troppo libere e contrarie al politicamente corretto.

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24 settembre 2008

I manager del capitalismo

Il Capitalismo ha i secoli contati.
Una battuta illuminante che sintetizza il fatto che, come la Chiesa Cattolica, in modo diverso dalla Chiesa Cattolica, il Capitalismo sia stato in grado di seguire (e, a volte, anticipare) l’evoluzione della nostra società, restando sempre sulla cresta dell’onda.
Dopo il protocapitalismo dei “padroni”, abbiamo avuto il capitalismo delle grandi famiglie e siamo ora giunti a quello dei manager.
Non più il “padrone” che “è” l’azienda, ma un “tecnico” cui un gruppo di azionisti, spesso senza detenere la maggioranza assoluta ma controllando le assemblee, conferisce il potere di indirizzo e decisionale, con un unico mandato: far fruttare l’investimento, cioè produrre utili.
Sul piano teorico non fa una grinza.
Il manager sceglie, comanda, incassa e se sbaglia paga.
Paga ?
Avete mai visto un presidente o un amministratore delegato di Alitalia o delle Ferrovie dello Stato, delle Poste o della Fiat “pagare” per i suoi errori ?
Ecco la stortura: il manager profumatamente remunerato, non paga per i suoi errori che si riflettono sui dipendenti, fornitori, su tutti i cittadini quando è il pubblico ad intervenire, ad esempio con i c.d. “ammortizzatori sociali”, per salvare una azienda o ripianarne i debiti.
Nonostante questa evidente stortura che rende i manager al di sopra di ogni sanzione, non si può negare che il sistema abbia funzionato, in modo perverso, ma ha funzionato e molte aziende hanno prodotto utili per i propri azionisti, svuotandosi però di valore e senza costruire quella ricchezza per il futuro che sarebbe andata a beneficio di tutta la comunità nazionale.
Al capitalismo dei manager i sindacati non hanno saputo rispondere.
Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un aneddoto su Corrado Passera, ora CEO (sarebbe qualcosa di più trendy di un amministratore delegato) di Intesa Sanpaolo nonché demiurgo dell’operazione C.A.I..
Passera è stato in passato manager all’Olivetti con De Benedetti, Amministratore Delegato di Banco Ambrosiano veneto prima della fusione con Cariplo e Comit e Amministratore Delegato delle Poste prima di rientrare nel mondo bancario con Banca Intesa, ora Intesa Sanpaolo.
Bruno Vespa racconta su Il Resto del Carlino che quando si insediò come Amministratore Delegato delle Poste, fu accolto da 30 giorni di scioperi.
Non si scompose e disse: ci rivedremo al 31esimo giorno.
I lavoratori, condotti all’arrembaggio dai confederali si dovettero piegare alla strategia del manager e le Poste sono diventate quello che sono oggi.
Migliaia di lavoratori furono prepensionati in modo da ridurre i costi, furono assunti altre migliaia di “precari”, i costi furono drasticamente abbattuti.
L’errore dei sindacati ?Non aver capito che per quanti giorni di sciopero avessero fatto, non intaccavano la remunerazione del manager e sarebbero stati costretti a sedersi al tavolo delle trattative, in condizioni di debolezza.
Così da un ventennio a questa parte, l’errore dei sindacati è non capire che, quando si ha di fronte un soggetto che non è il “padrone” dell’azienda, questi ha una capacità di resistenza maggiore, non pagando una lira per i danni che subisce l’azienda e percependo comunque sia le sue retribuzioni sia abbondanti liquidazioni qualora gli azionisti di riferimento decidessero di sostituirlo.
Sostituirlo poi con chi ?
Con un altro manager con cui, magari, si scambia il posto.
E la politica di molti manager è quella del cattivo amministratore: fare i numeri per l’oggi, senza costruire per il domani.
Magari hanno anche un progetto, ma si trovano davanti ad un mandato preciso: fare utili e sempre, progressivamente in crescita per sfamare gli appetiti dei sindacati di azionisti.
Allora agiscono sullo strumento più facile: la riduzione dei costi del personale.
Prepensionamenti, incentivi all’esodo, scorpori, esternalizzazioni (che si ritrovano anche nel piano Cai per Alitalia) e tutto l’abbecedario della circostanza, depauperando l’azienda di risorse umane.
Il tutto con l’accordo dei sindacati confederali che, visti i contatti che i manager hanno con i loro vertici, si pongono in posizione difensiva, cercando di limitarsi ad ottenere quegli accompagnamenti all’esodo che consentono di far uscire dal lavoro i più anziani, avviandoli alla pensione (e in tal modo caricando l’Inps e gli istituti pensionistici di molteplici oneri) senza ridurne in modo sensibile la capacità economica grazie ai vari ammortizzatori, quasi sempre a carico del pubblico.
Un comportamento che il “padrone” dell’azienda non terrebbe perché interessato al futuro della sua società, soprattutto se poi avesse di fronte sindacati aziendali e di categoria interessati al futuro dei lavoratori che rappresentano e non a quello del proprio segretario confederale.
Le relazioni industriali in Italia devono essere profondamente riviste, ma prima di tutto sono i sindacati che devono recuperare la loro ragion d’essere aziendale e di categoria, superando il complesso del tuttologo, anche per poter fronteggiare con nuovi sistemi il nuovo capitalismo dei manager che si è formato in Italia.
Un’idea ?
Un qualcosa che ritroviamo sia nella pallida proposta della Cai di distribuire il 7% degli utili futuri, ma soprattutto nel rilancio dei piloti di Anpac e Up che mettono sul piatto liquidazioni e parte degli stipendi.
Si chiama partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili dell’azienda.

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23 settembre 2008

Sindacato, cosa ?

La vicenda Alitalia aggiunge spunti ad un dibattito che deve andare ben oltre alla questione della sopravvivenza della compagnia ex di bandiera.
Nella lettura di commenti e post sul temo, ritrovo un qualcosa che già vedo in Tribunale allorquando appare un magistrato nuovo, di primo pelo.
L’inesperienza che detta legge, perché è proprio così che succede grazie al sistema di reclutamento della magistratura (con un mero concorso teorico) per poi piazzare un “ragazzino” a decidere su questioni di cui, forse, ha solo sentito parlare i genitori oltre che semplicemente studiato la teoria che, come tutti sanno, non corrisponde alla pratica.
Così è quanto leggo sul sindacato.
Gli scritti denotano per lo più estraneità al mondo professionale, del lavoro e del sindacato, tanto che, in sintesi, lo schieramento sulla politica sindacale è in funzione della pregiudiziale scelta di schieramento partitico.
Invece è molto importante definire gli ambiti di un sindacalismo che è comunque necessario come controparte con la quale il datore di lavoro possa dialogare e che pertanto non solo non è possibile, ma neppure utile cancellare con un tratto di penna.
E la questione è nella tipologia del sindacalismo.
Da una parte il sindacalismo “tuttologo”, quello che vuol mettere becco ovunque, parlare di massimi sistemi, che si è trasformato in un business con i suoi tentacoli caf, patronati etc.
Dall’altro il sindacalismo aziendale e di categoria, che non pretende di dettare le leggi al governo, ma guarda solo ed esclusivamente all’utile dei suoi associati.
Inutile dire che mi sento dalla parte di questo sindacalismo.
I confederali, la vecchia trimurti cgil-cisl-uil che ora ha cooptato l’ugl, pretendono di essere convocati quando si decide la finanziaria, quando si discute di riduzione delle tasse, quando i servizi non funzionano o quando si devono impostare piani pluriennali di sviluppo.
Ma quello è un compito dei partiti politici, non dei sindacati che, per inseguire le riunioni al vertice, perdono di vista il lavoro concreto, di tutti giorni, delle singole categorie.
Ed è ancor più compito dei partiti, la sintesi tra i vari interessi particolari per giungere a quello che è l’interesse generale, se si pensa a quanto diverse siano le esigenze e le peculiarità lavorative di un metalmeccanico rispetto ad un docente, di un postale rispetto ad un bancario o ad un pilota.
Come è possibile pensare di raccogliere, in un unico sindacato, le aspirazioni di ciascuna categoria ?
Alla fine il segretario generale di una confederazione non può che ascoltare la federazione che gli porta il maggior numero di consensi e non è un caso se tutte le politiche promosse dai confederali sono finalizzate a premiare, nell’ordine, chi è appena uscito dal lavoro e poi chi al lavoro c’è ancora per poco, chi c’è da lungo tempo e solo alla fine chi ci è entrato da poco o chi deve ancora entrarvi.
Ed è una politica giustificata dal fatto che nelle confederazioni il maggior numero di iscritti, quelli che fanno o disfanno un segretario, sono i pensionati.
Ecco che abbiamo avuto la c.d. politica dei redditi che prende spunto dall’accordo del 1993 (Ciampi presidente del consiglio) che ha prodotto contratti fortemente penalizzanti per le nuove leve.
Viceversa i sindacati di categoria ed aziendali, guardano all’altezza dei loro occhi, a chi assieme a loro lavora e produce.
Poche cose contano: una retribuzione adeguata, carichi di lavoro e collocazione del posto di lavoro idonei a consentire di godere del tempo libero, per evitare l’abbruttimento di chi si limita ad una casa/lavoro, magari aspettando il sabato o la domenica per “lo sballo”.
Ecco che sono solo i sindacati di categoria, che non devono rispondere della loro politica a vertici che non possono premiare una categoria rispetto alle altre, a tutelare al meglio i lavoratori, svolgendo quella che è la funzione propria di un sindacato.
Funzione cui i confederali, avendo posto l’accento (ed il potere interno) sulla confederazione e non sugli interessi delle singole categorie, hanno abdicato.
Per questo un sindacato di categoria o aziendale non ha nelle sue corde lo sciopero “politico”, perchè è depurato dall'ideologia e perché il suo interesse è necessariamente da coniugare con quello del datore di lavoro, non in contrasto, ma parallelo e finalizzato alla salute aziendale, visto che ad una azienda florida, corrisponde un sindacato che può chiedere (ed ottenere) le migliori condizioni di lavoro.
E qui si innesta una anomalia dei tempi moderni, il passaggio da aziende di capitalismo proprietario, ad aziende con azionariato diffuso, sindacati di controllo e manager che non rischiano del loro, ma, comunque vada, percepiscono sempre laute retribuzioni e faraoniche buoneuscite.
E questo sarà un prossimo argomento perché è una autentica stortura del rapporto tra datore e prestatore di lavoro.

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21 settembre 2008

Alitalia: forza Anpac !

La triste vicenda Alitalia (che potrebbe avviare al default Berlusconi) viene vissuta all’esterno come lo è una partita di calcio dalle opposte tifoserie.
Da un lato ci sono gli aderenti al “partito di centro, moderato e liberale” che difendono a spada tratta le decisioni di Berlusconi e sbavano dalla voglia di vedere fallire l’Alitalia se non vengono accettate le condizioni capestro della cordata formata da imprenditori di sinistra e capeggiata da Colaninno.
Per costoro le Associazioni Professionali di Piloti e Assistenti di Volo, che tanti plausi negli stessi ambienti avevano riscosso quando fecero fallire il tentativo di Prodi di svendere ad Air France, adesso sono “il nemico” da abbattere, mentre è portata agli onori dell’altare un nuova trimurti, composta dai confederali cisl,uil e ugl .
Nell’altra metà campo ci sono comunisti e loro caudatari che vedono nel fallimento di Alitalia, naturale anche se non scontata (e continuo a non crederci) conclusione della vicenda, un mezzo per ottenere la prima rivincita su Berlusconi dopo la disfatta elettorale dell’aprile scorso.
Il loro nume tutelare, il nuovo eroe “proletario”, è Epifani, ma non disdegnano, per l’occasione, neppure le Associazioni Professionali, una volta spregiativamente liquidate come “sindacatini autonomi e corporativi”.
E’ evidente che chi commenta da tifoso, non solo non è personalmente coinvolto dalla vicenda Alitalia, ma è anche estraneo agli ambienti lavorativi e sindacali.
Per costoro, se lo vorranno, le righe che seguono potranno essere momento di riflessione.
Non parlerò quindi (per ora) di Alitalia (il titolo è una ragionata provocazione), perché la vicenda non è finita e, personalmente, da cittadino che paga le tasse (troppe tasse !) dico solo che non voglio accollarmi più neanche una lira per il salvataggio della compagnia che, se si salverà (e spero che resti italiana) dovrà farlo senza aiuti diretti o indiretti (gli ammortizzatori sociali straordinari) che sono solo un mettere le mani nelle tasche dei cittadini.
Parlo invece della situazione sindacale di cui Alitalia è uno specchio fedele, anche se di grande risonanza, che può essere rivisto in numerose altre categorie.
Eravamo abituati a sentire snocciolare la triade, cgil-cisl-uil, come un rosario e tale comunicazione ci ha indotti a credere che quei tre sindacati rappresentassero tout court i lavoratori.
Volutamente il messaggio che è stato – e continua ad essere – veicolato vedeva tale trimurti come unica legittimata ad essere definita “sindacato”.
Sì, in particolari circostanze saltava fuori che nella scuola piuttosto che nel credito o nei trasporti venivano proclamati scioperi da “sigle autonome”, mai ben definite e trattate come, in alcune famiglie, viene trattata la zia zitella che quando arrivano gli ospiti è pregata di accomodarsi in camera sua.
Eppure, spesso, queste “sigle autonomerappresentano più lavoratori attivi della triade sunnominata.
Con la marcia da gambero che Fini ha impresso al suo partito da alcuni anni la vecchia Cisnal, sindacato di area missina che nel 1996 per diventare, per l’appunto dopo Fiuggi, più “presentabile” cambiò il nome in ugl, ha fatto timidamente capolino, bussando alla porta della trimurti: vengo anch’io ?
No, tu no, le rispondevano sistematicamente.
L’ugl, accomodatasi sullo strapuntino davanti all’uscio, si è adattata a fare anticamera, aderendo ai contratti ed agli scioperi proclamati dai fratelli maggiori, tanto che, dal 2002 al 2006, l’ugl ha aderito a tutti gli scioperi generali (se ricordo bene ben 7 !) che la trimurti proclamò contro il Governo Berlusconi (quello vero).
Finalmente, progressivamente, categoria dopo categoria, l’ingresso nel tavolo “buono”, magari su una vecchia sedia di legno, ma l’ugl era arrivata al traguardo.
Così facendo, però, l’ugl ha perso l’unica caratteristica che la contraddistingueva dalle altre sigle confederali: l’indipendenza.
I numeri dei sindacati, cioè i loro iscritti, non sono realmente conosciuti, ma è ormai opinione diffusa che i quattro confederali rappresentino meno del 20% dei lavoratori dipendenti attivi, essendo più della metà dei loro iscritti, pensionati.
Ma dov’è il restante 80% dei lavoratori attivi ?
In buona parte desindacalizzato e con buona ragione visti i danni provocati dai sindacati in quasi quaranta anni, dal 1969.
Ma in buona parte, forse anche in numero superiore a quello dei confederali, è iscritto ad associazioni professionali e/o sindacati autonomi di categoria, che sono l’anima autentica del sindacalismo.
Personalmente sono un sostenitore di un coordinamento tra tutte queste organizzazioni autonome, senza il quale non sarà possibile contrastare adeguatamente il disegno politico ed oligopolistico posto in atto dai confederali e dagli imprenditori della loro stessa area politica.
Ho già avuto modo di scrivere quel che accade - sempre più spesso – in occasione di vertenze o anche solo di trattative all’interno di un contratto già firmato, per singole questioni.
L’imprenditore (rectius: il manager, perché imprenditore è chi rischia di suo, non chi, comunque, percepisce laute liquidazioni anche se lascia un’azienda sull’orlo del fallimento) non vuole trattare con sindacati che, rappresentando solo ed esclusivamente gli interessi della categoria di appartenenza, sono liberi dai condizionamenti imposti dalle segreterie generali e, quindi dai partiti.
Vi siete chiesti come mai la trattativa Alitalia è stata seguita in prima persona, per i sindacati confederali “firmaioli” , dai loro segretari generali (Bonanni, Angeletti e Polverini), mentre la cgil ha mandato avanti solo un segretario nazionale, tal Solari, tenendo Epifani “impegnato” altrove ?
Ma pensate che realmente i sindacalisti aziendali ritengano un buon contratto quello che prevede la decimazione delle retribuzioni e dei benefit ?
Cisl, uil e ugl hanno apposto una firma politica, l’opposizione della cgil (che con Prodi avrebbe firmato di tutto e di più) è politica.
La posizione di tutti e quattro i sindacati è una posizione inficiata dalle influenze e dalle interconnessioni partitiche.
Quanti sindacalisti confederali adesso sono in politica ?
C’è chi è sindaco (ahimè, proprio a Bologna !), c’è chi è stato ministro, chi persino presidente del senato, chi presidente del Cnel, di commissioni parlamentari, di regione …
Non è possibile negare che abbiano utilizzato il sindacato come cursus honorum per la loro carriera politica (beh … sempre meglio che lavorare, no ?).
I confederali, da tempo, sacrificano le esigenze delle categorie a disegni di parte trasformandosi in partiti e in collettori di ingenti finanziamenti ( anche dallo stato grazie alle leggi che i loro sodali in parlamento propongono e fanno approvare) tramite i vari caf, patronati, associazioni inquilini, proprietari, consumatori.
E questa politica è gradita anche ad un certo tipo di management (ripeto: non di imprenditori) che da questi sindacati trova piena disponibilità per le sue acrobazie organizzative e finanziarie, proprio perché, grazie alla commistione tra politica, management, sindacati, riesce a realizzare i propri progetti che passano, immancabilmente, sulla testa di chi lavora, visto che sono essenzialmente alchimie finanziarie, destinate nel tempo a non creare ricchezza, ma solo a consumarla.
L’obiettivo è quindi quello di eliminare dal gioco le associazioni professionali e i sindacati autonomi di categoria.
Utilizzando norme di legge che, magari, impongono il concetto di “maggiore rappresentatività, interpretandolo poi come non limitato alla categoria, ma esteso all’intero mondo del lavoro.
In questi 40 anni, nonostante siano calati i lavoratori attivi iscritti ai confederali, è aumentato il loro potere, proprio grazie alla comunanza di interessi con il management rampante.
Escludere dalle trattative o dalla gestione di un accordo il sindacato (autonomo) che non lo firma, organizzare referendum con scrutatori tutti dei confederali e assemblee organizzate a senso unico, il bombardamento mediatico teso ad accreditare solo la trimurti (oggi con l’aggiunta della ugl) come “sindacati” e tacendo sugli altri quando non presentandoli come i “Pierini” della situazione, sono solo alcune delle manovre adottate per creare quell’oligopolio funzionale ai disegni di entrambi: sindacalisti con ambizioni politiche e management con ambizioni di comandare rischiando soldi altrui.
L’opposizione dell’Anpac e delle altre associazioni professionali di Piloti e Assistenti di Volo è quindi, una nuova trincea per la libertà nel mondo del lavoro.
Sono queste associazioni, non i quattro confederali, che rappresentano realmente le esigenze dei lavoratori di Alitalia.
Possono sbagliare (ma non si capisce perché, se hanno fatto bene con Air France, sbagliano con Colaninno) ma interpretano in modo corretto la funzione sindacale che non deve essere subordinata a strategie politiche, ad interessi generali, che non deve partecipare a trattative su finanziaria e provvedimenti di governo, perché per questo ci sono i partiti politici, per questo c’è un parlamento eletto da tutti noi e che tutti noi rappresenta.
La battaglia delle Associazioni Professionali, nel nome del corporativismo di categoria, è una battaglia sacrosanta che dovrà essere giudicata esclusivamente da chi appartiene a quella categoria.
Nello specifico, la battaglia delle Associazioni Professionali di Piloti e di Assistenti di Volo potrebbe essere l’ultima occasione per respingere l’oligopolio sindacale e ridare fiato anche in altre categorie ai sindacati autonomi, contro la soffocante massificazione dei confederali.
Per questo la provocazione del titolo è, per me, quanto mai opportuna: forza Anpac !

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20 settembre 2008

Rivolta razziale a Castelvolturno

Uno scontro (come ne avvengono tanti) tra vecchia criminalità locale e nuova criminalità composta da extracomunitari, ha innescato a Castelvolturno (Caserta) una rivolta razziale: perché è così che dobbiamo chiamarla se vogliamo evitare che le cronache nel prossimo futuro debbano occuparsi ancora di simili fatti.
Davanti a questa prima rivolta razziale, da banlieu francese, lo stato e il governo Berlusconi sono stati presi alla sprovvista.
Era l’occasione per reprimerla con estrema durezza, dando pieno sostegno ad una azione che, con mezzi coercitivi, non solo riportasse l’ordine a Castelvolturno, ma anche lanciasse un monito chiaro a chiunque altro potesse pensare di istigare e partecipare a simili rivolte.
Abbiamo invece visto nei telegiornali extracomunitari che, con strafottenza, ululavano alle telecamere, sfottevano i nostri Poliziotti e i nostri Carabinieri (evidentemente con l’ordine di guardare e non agire), si rotolavano, crogiolandosi, nel fango di strade bagnate e sporche, salivano su automezzi privati distrutti e rovesciati, nell’assenza di una qualsiasi reazione.
Il messaggio di Castelvetrano è devastante: possono organizzare simili rivolte ovunque.
Qui non si tratta di arzigogolare se la camorra ha ucciso dei concorrenti o meno, qui si tratta di impedire che qualche agitatore riesca a mobilitare le migliaia di extracomunitari che ci siamo stoltamente presi in casa e inneschi guerriglie urbane, difficilissime da controllare e ancor più da soffocare.
Perché oggi, il pretesto, è stata l’uccisione di sei extracomunitari che i rivoltosi negano fossero criminali e spacciatori, domani potrebbe essere la mancata concessione di qualche permesso ulteriore rispetto ai (già troppi: 170.000 !!!) che il debole governo Berlusconi ha autorizzato, dopodomani la mancata concessione di costruire l’ennesima moschea sul territorio italiano.
Un governo che, nel partito del suo ministro degli interni, aveva impostato la campagna elettorale sulla sicurezza e poi ha rinunciato all’introduzione del reato di immigrazione clandestina, a prendere le impronte ai rom (obbligando dal 2010 tutti cittadini a depositarle con la certezza che negli archivi ci saranno solo quelle dei cittadini onesti ed ossequiosi delle disposizioni di legge), oggi si mostra incerto e incapace di affrontare adeguatamente la prima rivolta razziale in Italia.
Mala tempora currunt.


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19 settembre 2008

Coppie di fatto ? Sposatevi !

Inopinatamente due ministri del “partito di centro, moderato e liberale”, violando gli impegni elettorali hanno elaborato l’ennesima versione di un matrimonio di serie “b”, con meno diritti e meno doveri.
Per venire incontro a qualche noto capriccio privo di pregio sociale o civile, Brunetta e Rotondi se ne fregano della difesa della Famiglia che era nel programma del loro partito e riaprono un discorso che l’elettorato Conservatore e Cattolico che ha votato in massa Berlusconi pensava fosse chiuso, almeno per cinque anni.
Bene hanno fatto gli esponenti della parte migliore di quel partito (Giovanardi, Gasparri) a replicare che non se ne parla neppure.
Una “coppia di fatto”, se vuole regolamentare, con specifici diritti e doveri, certi, chiari, ognuno con la sua tutela legislativa, ha una strada maestra, larga, inequivoca: il matrimonio.
E’ già tutto lì.
E non ci vengano a raccontare favole su coppie che non riescono a sposarsi, perché con l’attuale, larga legislazione divorzista, ci si impiega solo tre anni per potersi civilmente liberare del legame in precedenza eventualmente preso e “convolare a nuove nozze”.
Quindi non è un “potere”, ma un “volere” ed è troppo comodo pensare di sposarsi … ma solo un po’.
Sarebbe anche una scelta diseducativa, perché il matrimonio, con i suoi doveri, responsabilizza le persone che sanno di doversi confrontare con norme precise, che li chiamano a rispondere delle loro azioni.
Un “matrimonio di serie b” sembra un vestito costruito per chi non vuole crescere, per chi non è maturo e se non è maturo per il matrimonio, non può esserlo neppure per una versione in sedicesimo.
In buona sostanza, sposarsi è una scelta, che deve essere assunta in modo responsabile consci delle conseguenze.
Una coppia può liberamente scegliere di sposarsi o di convivere senza sposarsi.
Ognuna di queste scelte porta delle conseguenze che vengono assunte in piena coscienza.
Ma non si cerchi di svicolare dalle responsabilità, per avere la botte piena e la moglie ubriaca.

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17 settembre 2008

Punire chi sbaglia, ma tutelare gli Italiani

Non so quanti quotidiani abbiano in questi giorni riportato la notizia che è stata concessa l’estradizione contro un ragazzo di 24 anni, romagnolo, arrestato nel 2005 in Grecia per possesso di droga.
In sostanza, il ragazzo allora 21enne, in vacanza in Grecia, venne fermato con un suo amico (che rischia altrettanto) e trovato in possesso di 21 grammi di hascisc.
Liberi su cauzioni sono tornati in Italia, ma la Grecia ha emesso mandato di cattura europeo e la magistratura italiana ha concesso l’estradizione, per ora, di uno dei colpevoli che attenderà l’esito del processo in un carcere greco.
Rischia fino a dieci anni di carcere.
La questione deve essere esaminata sotto due aspetti.
Se è colpevole (come sembra: da quanto leggo pare che non neghi di aver posseduto droga) deve essere condannato e scontare la giusta pena, anche dieci anni di galera se è quello che è previsto dal codice per tale reato.
Su questo non ci piove: è ora di smetterla con il perdonismo, la droga va debellata anche con le punizioni severe e scontate per intero.
E tale pena servirebbe anche ad imporre una disciplina, un esempio di ordine rivolto a tanti ragazzi che , con estrema sufficienza, si accostano alla droga.
Ma un cittadino italiano deve essere protetto dal suo stato, non deve essere estradato in un paese straniero.
Se venisse arrestato in un paese straniero, sarà opportuno agire per riportarlo a scontare la pena in Italia, ma se è in Italia dobbiamo fargli scontare la stessa, identica pena in un carcere italiano.
Sennò a cosa serve essere cittadini italiani se non ce ne viene nulla di vantaggio ?
Lo stato deve servire a proteggere chi è cittadino, anche contro gli ordini delle magistrature straniere.
Il mandato di cattura europeo è un solenne imbroglio, perché oggi viene estradato un cittadino italiano trovato in Grecia in possesso di droga, domani potrebbe accadere che una legislazione repressiva di una idea sia posta a base di un mandato di cattura europeo contro un altro cittadino italiano.
Allora cosa farebbe la magistratura italiana ?
Farebbe processare e condannare un cittadino italiano all’estero per un reato di opinione ?
Purtroppo alcune vicende, come quella di Silvia Baraldini che dovrebbe ancora stare in galera, hanno tolto ogni fiducia all’Italia perché siano qui scontate le pene detentive.
Ancora una volta la malagiustizia italiana si ritorce contro un cittadino italiano che, in altre circostanze, potrebbe scontare la sua giusta pena per detenzione di droga, anche a dieci anni come potrebbe essere condannato in Grecia, ma in un carcere italiano.
Se solo la Grecia fosse sicura che la pena venisse effettivamente scontata …

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16 settembre 2008

Una vittoria del capitalismo

Lehman Brothers è fallita.
Come deve accadere, secondo le regole del libero mercato, quando una azienda non produce più utili.
In questo momento la crisi sembra mettere in ginocchio il Gigante Americano e i pigmei si affrettano a fare la voce grossa.
Ma quella del fallimento della Lehman è la vera Fenice, non quella di Alitalia sostenuta dalla mano pubblica con l’obbligatorietà dell’obolo da parte di tutti noi sotto forma di tasse.
I lavoratori della Lehman, con grande dignità, consapevoli non solo della loro professionalità, ma anche delle opportunità che un libero mercato offre, hanno messo i loro oggetti personali negli scatoloni e se li sono portati via, in attesa di sistemarli sulle nuove scrivanie che li aspettano in altre aziende e, magari, spinti dall’occasione, nella loro propria azienda che andranno a fondare. Questo è lo spirito capitalista, lo spirito giusto per affrontare una crisi, che sia economica, politica o morale.
Come sosteneva Margareth Tahtcher che all'inizio del suo mandato, tra lo scetticismo generale, affermò che per ridare linfa al mercato, occorrevano molti fallimenti: e la Gran Bretagna si risollevò.
Dalle ceneri della Lehman Brothers gli Stati Uniti troveranno nuova linfa per il futuro.
Dalla Fenice di Alitalia cosa potrà uscire di buono?
Nulla.
Avremo solo nuove tasse per finanziare i gravosi impegni pubblici.


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15 settembre 2008

Sindacato: Alitalia e dintorni

Dopo il cinquantesimo, o giù di lì, ultimatum, stasera torneranno a riunirsi governo, sindacati confederali (al tavolo dei quali si è ormai seduta anche l’ugl, la vecchia, gloriosa Cisnal ora sbiadito clone di cgil-cisl-uil) e i dirigenti della Cai.
Gli stessi soggetti che hanno raggiunto un “accordo quadro”, definito “carta straccia” dai sindacati autonomi di categoria, maggioritari nel settore.
Naturalmente non so come andrà a finire, anche se sono convinto che tutto procederà con gli “esuberi” definiti, lo scorporo della attività e la costituzione della “nuova” Alitalia, nei termini sostanzialmente voluti dal piano Fenice.
Questo è il frutto di un consociativismo che in una trasmissione radiofonica, questa mattina, ha fatto dire al prof. Santoro Passatelli, docente di diritto del lavoro alla Sapienza, che l’accordo deve essere trovato con i “sindacati maggiormente rappresentativi” e tali non del settore o dell’azienda in questione, ma a livello nazionale.
Questo fa sì che, per convenzione, non credo per numeri, cgil, cisl, uil e ugl, nonostante gli iscritti siano in maggioranza pensionati, vengano riconosciuti dalla controparte stessa come interlocutori.
Con quale forza contrattuale possiamo tutti immaginarlo.
Se io sindacato traggo la mia rappresentatività dal fatto che è la controparte che decide di darmela perché tratta con me e non con altri (l’oscenità inscenata dal governo che ha ricevuto a palazzo Chigi i confederali, esiliando altrove gli autonomi) allora è evidente che devo ricambiare con una disponibilità a firmare anche ciò che è palesemente contrario agli interessi dei lavoratori che rappresento.
Questa non è una peculiarità della sola Alitalia, ma la ritroviamo, in misura e modalità differenti, un po’ ovunque.
Se i sindacati autonomi di categoria, maggioritari, si rifiutassero di sottoscrivere gli accordi cosa accade ?
Quegli accordi passano ugualmente con la firma dei confederali i quali soli avranno l’agibilità politica di gestirne gli effetti, con l’estromissione degli autonomi.
La conseguenza di questo è ancora più grave di quel che abbiamo visto in precedenza.
Se un lavoratore avrà bisogno di qualcosa previsto dal contratto e si rivolgerà al suo sindacato autonomo, l’azienda neanche riceverà quel sindacalista o, se lo ricevesse per evitare noie ai sensi dell’art. 28 della legge 300/70, non gli fornirà né risposte, né dati perché, non avendo quel sindacato firmato il contratto, non può gestirlo.
Il risultato è duplice.
Il lavoratore che ha bisogno di assistenza si rivolgerà ad un confederale, rinforzando la casta, il sindacato autonomo, per sopravvivere, sarà costretto a firmare “per adesione” il contratto, con una ben misera figura politica e senza fare gli interessi dei lavoratori.
In buona sostanza – e la firma dell’accordo quadro lo conferma, a prescindere da quel che accadrà che commenteremo a tempo debito – da un lato le aziende ottengono l’avallo sindacale per le loro politiche, magari con qualche “concessione” già preventivata (e il mio sospetto è che in molte occasioni vi siano incontri per concordare punti di partenza, obiezioni e livello del compromesso), dall’altro i sindacati confederali ottengono un rafforzamento del loro oligopolio, rafforzando un sistema di potere che si fonda anche su forme di finanziamento agevolate quando non sollecitate dalle stesse leggi dello stato.
A rimetterci sono due categorie: i lavoratori che vedono sistematicamente sottoscrivere accordi in perdita e i contribuenti italiani chiamati a ripianare la politica della privatizzazione degli utili e della socializzazione delle perdite.

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14 settembre 2008

Perché Sofri è ancora libero ?

Adriano Sofri fu liberato dal governo Berlusconi (unica macchia nei cinque anni dell’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli) per “motivi di salute”.
Sembra che una strana epidemia colpisca gli estremisti di sinistra condannati con sentenza definitiva per atti di terrorismo o per omicidi o quali mandanti di omicidi: si ammalano così gravemente da costringere lo stato a rinunciare a far loro terminare l’espiazione in carcere e poi, miracolosamente, guariscano e vivano allegramente per anni ed anni.
Fu così per Scalzone, Baraldini ed ora per Petrella e Sofri.
Naturalmente loro hanno sempre l’accogliente Francia che se giustiziò senza tanti complimenti l’italiano Felice Orsini reo di aver solo tentato di assassinare il loro Napoleone III, nei confronti dei criminali italiani offre ampia e sicura ospitalità, tirando tanto per le lunghe la loro estradizione, da consentirne anche la fuga altrove (Cesare Battisti – non l’eroe risorgimentale, ma il terrorista assassino – docet).
Con tutte le questioni che occupano la testa degli italiani, ci si potrebbe anche dimenticare di questi figuri liberi per malattia non incurabile, se non fosse che loro stessi ci danno motivo di domandarci: ma sono ancora vivi ?
E se sono ancora vivi, perché sono liberi e non in galera a scontare la loro giusta pena ?
Ultimo in ordine di tempo, Adriano Sofri, colui da cui siamo partiti, che con un articolo sul quotidiano di Giuliano Ferrara, suo antico compagno di battaglia nonché sostenitore della “grazia”, ha scritto un articolo a dir poco indecente.
Anzi, un articolo illuminante, che conferma la bontà del proverbio “il lupo perde il pelo ma non il vizio”, perché Sofri, in questo modo, getta la maschera.
Adriano Sofri sostiene che l’assassinio del Commissario Calabresi non fu atto terroristico, derubricando in questo modo il reato e, indirettamente, anche la sua condanna.
E’ evidente che Sofri si sente tranquillo e sicuro, tanto da poter riprendere le sue antiche funzioni da “cattivo maestro”, protetto da tanti suoi ex compagni di lotta (continua) che oggi purtroppo allignano in politica.
Allora deve sorgere un movimento di popolo che chieda al ministro Alfano: perché Sofri – che è evidentemente guarito – è ancora libero ?
Perché non sconta in galera, fino all’ultimo secondo della condanna definitiva, la sua pena ?
Perché lo stato non riesce a dare un messaggio di forza contro chi ha insanguinato l’Italia, neppure quando questi non sono riusciti a rifugiarsi all’estero ?
Ma, dopo tutto, rimane la domanda: perché nel nostro sistema giudiziario le maglie sono così larghe, tanto che anche gli assassini non scontano per intero la loro pena ?

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13 settembre 2008

Non mi riconosco nella liturgia antifascista

Le dichiarazioni di Fini alla festa dei giovani neopopolari del “partito di centro, moderato e liberale”, mi farebbero venire sulla punta della lingua battute al vetriolo, ma a volte l’ironia può non essere ben compresa, soprattutto quando si ha a che fare con persone piene di se’, sicuramente conscie del giro di valzer che stanno compiendo, allora rinuncio alle battute e, per una volta, faccio, seriamente, outing.
Non sono Fascista, non lo sono mai stato e certe espressioni esteriori, soprattutto quando ripetute fino alla nausea in modo compulsivo (il braccio alzato nel Saluto Romano, gli “a Noi”, “ a voi”, “a loro” incessanti etc.) li considero irritanti.
Vero che non sono e non sono mai stato neppure comunista e poiché provengo da un’epoca in cui o eri comunista o eri Fascista, non ho mai avuto problemi di sorta a lasciar intendere e a giocare sulle idee e sulle parole, divertendomi ad accentuare certe posizioni, per il gusto di vedere le reazioni dei comunisti.
Ma, sicuramente, non sono neppure “antifascista”, visto che il periodo peggiore che abbiamo vissuto è quello in cui, un aggregato che andava dal PLI di Zanone al PCI di Berlinguer, con le propaggini nell’estrema sinistra ( a proposito: quando tornerà a scontare la sua pena Adriano Sofri che oggi osa nuovamente criticare il Commissario Calabresi, definendo “non malvagi” quelli che lo hanno assassinato, a riprova che, non avendo alcun pentimento, non merita di essere libero ?) e che si era autonominato “arco costituzionale”, ha prodotto immensi danni alla nazione, che, ancora oggi, stiamo scontando.
E se provo irritazione per le manifestazioni compulsive di appartenenza gestuale e verbale al Fascismo da parte di persone nate anche 40 anni dopo la fine del Ventennio, altrettanta ne provo, con totale rifiuto delle relative parole d’ordine, per la liturgia della “repubblica nata dalla resistenza antifascista … bla … bla … bla ….”.
Un clamoroso falso storico, perché se oggi siamo liberi e cerchiamo di conservare la nostra libertà, di parola, di stampa, di pensiero, di culto, nonostante le restrizioni che il “politicamente corretto” vorrebbe imporci, lo dobbiamo esclusivamente alle Forze Alleate AngloAmericane.
Così come siamo debitori esclusivamente agli Americani ed alla Nato se abbiamo conservato quella libertà anche negli anni successivi la fine della guerra, perché grazie a loro non siamo stati fagocitati dall’impero del male, comunista.
Non provo quindi alcuna simpatia per i sacerdoti dell’antifascismo e per chi tenta, con grande approssimazione e in forza delle proprie personali ambizioni, un parallelo tra democrazia e antifascismo che, in Italia, assume un significato ben diverso da quello che è recepito in altre nazioni come gli Stati Uniti.
Non mi riconosco, quindi, in questo antifascismo dei predicozzi inutili fatti da comunisti che ci avrebbero ammannito una dittatura peggiore da quella dalla quale gli Anglo Americani ci tirarono fuori.
Non mi riconosco nella apologia della resistenza che iniziò solo quando gli Anglo Americani avevano già occupato mezza Italia e il Duce era stato destituito dal Gran Consiglio del Fascismo, con il re che tentò, solo allora, il colpo di mano di premiare Badoglio, anziché affidare a Grandi il compito di formare il nuovo Governo.
Non mi riconosco, io che non sono e non sono mai stato Fascista, nella revisione storica seguita alla trasformazione di una sconfitta militare – ingloriosa dopo il tradimento di Badoglio – in una “festa” nazionale.
Addirittura oggi vediamo non solo “festeggiare” il giorno di una sconfitta, ma anche quello in cui si perpetrò un tradimento.
Non mi riconosco in questa liturgia, mentre sono assolutamente grato agli AngloAmericani per quello che hanno fatto, anche se li avrei combattuti, per senso dell’Onore e per Fedeltà alla parola data ad un Alleato.
E difatti chi più recita la liturgia resistenziale è anche chi più manifesta contro gli Stati Uniti, a dimostrazione che la affidabilità di simili personaggi è al livello della temperatura esterna di Plutone.
Respingo quindi le parole del neoantifascista Fini secondo il quale democrazia e antifascismo vanno a braccetto e se questo significa essere per sempre fuori dal “partito di centro, moderato e liberale, la famosa “comica finale” alla quale Fini, dopo averla così definita, si presta come spalla di Berlusconi, allora sono ben lieto di confermare che quel raggruppamento non avrà il mio voto: né oggi, né mai.

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12 settembre 2008

Lega perdente anche sul Federalismo

La Lega, che l’aveva “duro”, si sta mostrando poco più di una mammoletta nella sua nuova esperienza governativa.
Aveva impostato – molto più correttamente di Berlusconi che si era limitato alle suppliche per il “voto utile” contro la Destra – la sua campagna elettorali su temi “di pancia” dell’elettorato conservatore: immigrazione, sicurezza, moschee e Federalismo Fiscale.
Sul reato di ingresso clandestino è sceso l’oblio.
Le impronte ai rom, se se ne sono prese qualche decina è molto, il tutto con giuramenti che veniva fatto per tutelare i rom e non i cittadini che non ne possono più di scippi e di doversi barricare in casa per paura di trovarla svaligiata.
Della legge che doveva imporre una moratoria sulla costruzione delle moschee non se parla più.
Per non parlare dell’acquiescenza e del voto favorevole al trattato di Lisbona come a quello con la Libia di Gheddafi o il sostegno all’ingente costo del progetto Alitalia.
Ma, si diceva, la Lega abbozza e “manda giù per poter vantare crediti nella realizzazione del Federalismo Fiscale.
Beh, se il Federalismo Fiscale, quello che doveva por fine all’esproprio legalizzato delle risorse del Nord utile solo a finanziare clientele e statalismo al sud, è quello di cui abbiamo letto oggi, allora meglio stare fermi, almeno, come dice una battuta greve ma efficace, “non si fa godere il prossimo”.
La Lega dovrà spiegare al suo elettorato – che appena comprenderà l’imbroglio si ridurrà a pochi intimi – come si pensa di realizzare questa "svolta epocale" se non vengono riportate a casa le ingenti risorse lasciate alla gestione romana ed alla distribuzione nelle regioni meridionali.
A parte la realizzazione entro due anni (forse …) ma come si fa a consentire alle regioni del Nord di svilupparsi, se non possono utilizzare in pieno le risorse che producono ?
Viene introdotta una “tassa di scopo” con clausola che impedisce l’aumento della pressione fiscale.
E allora ci devono spiegare come fanno, con lo stesso importo complessivo, a mantenere i finanziamenti al sud e, nel contempo, dotare il Nord di maggiori risorse.
E’, purtroppo, il classico compromesso doroteo, che riforma senza cambiare, a dimostrazione che Berlusconi e leghisti si sono pienamente romanizzati, con l’applicazione del peggior Gattopardo.
L’unico Federalismo che sia veramente tale è quello che:
- lascia tutte le risorse dove vengono prodotte
- detrae a queste l'importo pro capite moltiplicato per il numero degli abitanti della regione da trasferire allo stato centrale per le sue spese amministrative (Forze Armate, Polizia, giustizia, sedi diplomatiche, ministeri)
- divide per il numero degli abitanti, moltiplicando per quello degli abitanti il debito dello stato e lo addebita alle singole regioni
- impone agli amministratori locali una politica di sana amministrazione fondata sui servizi ai propri residenti
.
Il Federalismo approvato dal governo Berlusconi e descritto dai quotidiani di oggi è solo federalismo da Monopoli.

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11 settembre 2008

Torri Gemelle settimo anno: il ricordo è sempre vivo

11 settembre 2001.
Le agenzie battono in sequenza una sconvolgente notizia.
Le Torri Gemelle di New York sono state bersaglio di due aerei di linea che terroristi musulmani hanno dirottato, per compiere un attentato suicida.
Anche Washington subisce il suo attacco al Pentagono, mentre fallisce per l’eroica reazione dei passeggeri quello contro la Casa Bianca.
L’odio profuso a piena mani da predicatori islamici ha cominciato a dare i suoi frutti.
L’aggressione all’Occidente, al cuore della Civiltà, è stato perpetrato.
Siamo tutti Americani.
Almeno per un attimo.
Cominceranno infatti presto i distinguo.
Sette anni dopo cosa resta di quell’evento che ha cambiato la Storia e le nostre vite ?
Resta quell’attimo di grande solidarietà occidentale che mi piacerebbe tornasse per vincere anche le nuove sfide globali del Benessere, della Libertà, della Civiltà.
Resta la figura di un Comandante in Capo, il Presidente George W. Bush, che sono ben convinto di riconoscere nel ruolo di Leader dell’Occidente e del Mondo Civile, la cui determinazione ci ha indicato la via: non chiudersi in difesa, ma prevenire gli attacchi nemici costringendoli sulla difensiva, piena e corretta applicazione del principio “meglio attaccare che difendersi”.
Resta la consapevolezza che gli Stati Uniti, se ben guidati, mantengono la capacità di reagire agli attacchi ed assolvere al compito che, oggi, è loro, di guidare il mondo, come ieri fu della Gran Bretagna e l’altro ieri di Roma.
Sette anni dopo, però, un’ombra si proietta minacciosa sul ricordo dell’11 settembre.
E’ l’ombra di un candidato alla presidenza che pare – mi rifiuto di crederci, ma i sondaggi sono quelli – ottenga il consenso di un 50% degli Americani.
Un candidato che non appartiene al filone culturale che ha fatto grandi gli Stati Uniti e li ha legittimati quali eredi politici di Roma.
Un candidato i cui lapsus, quando abbassa la guardia e la stanchezza gli fa togliere la maschera, lo mostrano con il suo vero volto.
Saranno gli Americani a decidere sul loro futuro presidente e mi auguro che sappiano scegliere bene.
Per ora ricordiamo le vittime dell’11 settembre, ringraziamo il Presidente Bush per la forte reazione e ribadiamo che, anche oggi, siamo tutti Americani.

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09 settembre 2008

L’antifascismo e la resistenza non sono condivisi

Se un merito ha avuto il ministro della Difesa Ignazio La Russa (e, in misura minore, Alemanno) è stato quello di aver dimostrato che antifascismo e resistenza non sono una base comune per costruire la nostra Patria.
Non è vero che Napolitano abbia “risposto” a La Russa, perché aveva già preparato il suo intervento (scritto) che appartiene alla più ortodossa delle liturgie celebrative della “repubblica nata dalla resistenza antifascista … bla …bla … bla” e, quindi, non ha risposto a nessuno, ma ci ha ammannito il solito sermoncino che avrebbe tenuto con o senza la novità di La Russa.
Novità che, pur con tutte le cautele, i distinguo e le prudenze neodemocristiane del ministro, hanno portato, forse per la prima volta, nel corso di una manifestazione che ha sempre avuto una liturgia a senso unico, a rendere omaggio a chi ha combattuto ed è caduto dalla parte perdente.
Ora, è molto difficile sostenere che, con l’Italia mezza occupata dagli AngloAmericani in avanzata, i tedeschi in ritirata ovunque, il re in fuga e il Duce prigioniero (prima del re, poi dei tedeschi), fosse più eroico combattere dalla parte dell’ormai sicuro vincitore piuttosto che dall’altra, ma non è questo punto.
Il punto è che se un ministro neodemocristiano ha “osato”, percependo anche un generale clima di stanchezza (se non di rigetto) verso la ormai vuota e stanca liturgia antifascista, esprimere quelle parole, è evidente che non è l’antifascismo, non è la resistenza che possono costituire le fondamenta comuni dell’Italia del futuro.
E’ ora di finirla con l’orgia di manifestazioni e di celebrazioni, inutili e spesso costose, che ci sospingono, sistematicamente, verso il passato anziché guardare al futuro.
Lo dovrebbero capire anche gli antifascisti in s.p.e. che, con il loro morboso attaccamento ad una sterile liturgia, non fanno altro che onorare il nemico, tanto più importante, quanto più a lungo insisteranno nell’additarlo, dopo sessanta e più anni, come male assoluto, concedendogli quindi una rilevanza storica, politica e culturale che va ben oltre quello che, per natura delle cose, un solo ventennio può produrre.
Consegniamo dunque il Fascismo alla Storia ed agli storici che sapranno metterne in evidenza gli aspetti positivi e quelli negativi, lasciando alla coscienza dei singoli il giudizio e la valutazione su quel periodo che coinvolse profondamente l’Italia ed è parte integrante della nostra Storia.
Pensiamo a costruire il futuro, aggregando, senza pregiudiziali e senza pregiudizi, sulla base di progetti che aiutino gli Italiani a vivere meglio, più sicuri e più ricchi.
Tanto, sul Fascismo, come sul Medio Evo, sulle grandi Rivoluzioni dei secoli passati come sulla Storia di Roma, ognuno ha le sue idee e tali resteranno.
Con o senza liturgie periodiche e sermoncini d’occasione.

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08 settembre 2008

Mi ritorni in mente ... Lucio Battisti

Ogni giorno ha la sua ricorrenza, il suo anniversario, la sua celebrazione.
Ormai è il destino di una memoria lunghissima, alla quale sono stati aggiunti i gigabyte dei computer.
Ma non voglio qui parlare dell’8 settembre 1943, data infausta in cui un pugno di piccoli omuncoli perpetrò un tradimento che portò infamia all’Italia ed agli Italiani.
Domani - 9 settembre 2008 - ricorre il decimo anniversario della morte di Lucio Battisti, cantautore di una generazione, la mia generazione, che nelle canzoni di Battisti ritrovava e ritrova la voglia di sognare, di amare e adesso il piacere di ricordare.
Ognuno di noi ha il suo film, il suo attore, il suo spettacolo, la sua partita indimenticabile.
Per le canzoni è più difficile, perché sono tante, ognuna legata ad un momento di particolare gioia o di particolare sofferenza, che viene ad esso collegata.
E non è mai la stessa.
Ma se ad un cinquantenne come me venisse chiesto il nome di un cantautore che ha rappresentato un filo conduttore della sua adolescenza, credo che la maggior parte, se non tutti, indistintamente dal colore politico (anche se Battisti ha rappresentato qualcosa in più per i “cuori neri”) direbbe Lucio Battisti.
Fu un’epoca contraddistinta da grandi lotte, divisioni, speranze e delusioni.
Le canzoni di Battisti furono la colonna sonora di quegli anni, perché ci consentivano di evadere dal nostro piccolo mondo, per far correre la fantasia tra “distese azzurre e le verdi terre”.
Una colonna sonora anche per l’unica gita scolastica di una classe, la mia, profondamente spaccata (più nel campo femminile, perché per noi maschietti il collante era lo sport) caratterizzata dalle canzoni di Battisti che una compagna di classe fece suonare per tutto il viaggio.
Una canzone che nobilita anche il Carosello di un dentifricio.
Le canzoni di Battisti erano innocenti evasioni da una routine che ci voleva “impegnati” a salvare il mondo, gli uni dai Fascisti, gli altri dai comunisti (intanto governavano i socialdemocristiani).
Magari molti di noi, cittadini, proprio da Battisti impararono che rosa sono i fiori di pesco.
E se nei giardini di marzo, ogni anno tutto diventa profumato tanto da farci perdere il conto di che ora è e di che giorno è, i 10 hp della motocicletta tutta cromata chissà se qualcuno li ha veramente regalati per un “sì”.
Ma Battisti ha cantato anche le emozioni più profonde, quelle che promanano da pensieri e parole che molti di noi non riescono a scrivere, a pronunciare, ma che hanno trovato in lui il canto libero della nostra gioventù, i sogni, le speranze che abbiamo sicuramente ancora nel nostro cuore, basta saperle cercare.
Io vorrei … non vorrei …

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07 settembre 2008

Ne' ici, ne' tassa sui servizi

Con la stesura di bozze sempre più elaborate sul Federalismo Fiscale, iniziano anche le bordate degli assistenzialisti,
di chi vive sulla produttività altrui,
di chi non si rassegna a dover essere lui stesso produttivo,
di chi non vuole rinunciare ai privilegi, ma anche
di chi, pur di ostacolare questa importante riforma – di costume, prima ancora che istituzionale – mette in giro versioni e interpretazioni abilmente manipolate
.
E se da un lato vediamo in modo bipartisan politici meridionali (Bocchino, D’alema) che difendono, come fosse “cosa loroil denaro che fino ad oggi, e ancora oggi, viene tolto al Nord per essere distribuito al Sud, dall’altro osserviamo una sottile campagna tesa a presentare la riforma federale come il grimaldello per riproporre la famigerata Ici.
Le tasse devono servire al funzionamento della cosa pubblica, al miglior vivere dei cittadini che le pagano.
Ma non devono impoverire i cittadini, quindi le patrimoniali, comunque siano presentate, sono inique e contrarie al buon costume di ogni sana amministrazione pubblica.
Le tasse devono essere una percentuale non usuraria (e i Romani consideravano come massimo non usurario la “decima” , cioè il 10% …) delle rendite, non del capitale.
Tradotto significa che una casa non può e non deve subire una tassazione in quanto bene di proprietà appartenente al patrimonio del cittadino, ma solo se produttrice di reddito reale, non quel reddito fittizio che è fornito dalle “rendite catastali” che vengono aumentate in base alle necessità di cassa del tesoro.
Se, pertanto, io locassi un appartamento, è sull’affitto che percepisco che mi si deve sottrarre un importo onesto, non su un valore fittizio di un appartamento che è di mia proprietà.
Sia esso un A3 o un A1, A8, A9 o sia il primo, il secondo, il centesimo bene immobile di mia proprietà.
Storicamente la tassazione sugli immobili (edifici e terreni) fu introdotta dal potere assoluto centrale per affermare la propria superiorità e impedire la costituzione di forme alternative – a volte contrastanti – di potere.
In sostanza nelle epoche antiche, che avevano altri concetti di democrazia, questa era rappresentata anche dal limite posto ed imposto al potere centrale dalla forza dei nobili locali che si misurava anche in funzione delle proprietà.
La tassa sugli immobili è quindi storicamente espressione di una concezione assolutista e tirannica della politica, con l’uso del fisco come strumento di persecuzione delle autonomie locali.
Tornando al nostro Federalismo Fiscale, aspettiamo di leggere la bozza finale per esprimere un reale giudizio, e verificare se, come afferma Calderoli, non esiste alcuna nuova imposizione ma solo una unificazione di più balzelli.
Non convince, però, la versione della “tassa sui servizi” o “service tax” che il governo per bocca di Berlusconi, Brunetta e Calderoli, sembra individuare come canale per finanziare gli enti locali.
Non convince (è, anzi, molto pericolosa !) perché se è un accorpamento di tasse già esistenti, è necessario che siano omogenee, cioè tasse esistenti pagate con lo stesso criterio, non, ad esempio, la tassa di registro che viene pagata solo da chi opera un trasferimento immobiliare.
Perché se accorpassero anche quella tassa, allora a me, quando non compro o vendo nulla, verrebbe comunque appioppata e, quindi, mi troverei con l’imposizione aumentata.
E, poi, cosa significa “tassa sui servizi” ?
Ho sentito parlare di acqua, luce, gas.
Ma se si intende la privata fruizione di illuminazione, riscaldamento etc., allora io devo pagare in relazione al consumo effettivo e non in base ad una cifra predeterminata, quindi non può rientrare nella “tassa sui servizi”.
Se, invece, si intendono le infrastrutture (cablaggi vari, acquedotti, tubature, inceneritori etc.) allora tutto questo è già ricompreso nell’Irpef che, per l’appunto, serve a finanziare gli oneri che l’amministrazione della cosa pubblica (locale o nazionale) si accolla per mettere a disposizione un bene ai cittadini che si sono uniti in comunità proprio per tale ragione.
Allora non serve alcuna “tassa sui servizi” perché sarebbe una duplicazione di ciò che noi paghiamo con l’irpef.
Quindi si torna al punto che l’unica riforma possibile, in linea con l’impegno di non mettere le mani nelle nostre tasche, è solo la variazione della imputazione contabile di ciò che già (abbondantemente !) paghiamo, cioè l’attribuzione agli enti locali dell’Irpef esistente, con una quota residua (sempre all’interno di ciò che già paghiamo) con destinazione Roma per le spese della macchina statale (Forze Armate, Polizia, Giustizia – dopo una profonda riforma –, politica estera).
Dal governo che ha fatto della lotta all’invadenza statalista un punto cardine della sua esistenza, mi aspetto che sia abolita totalmente l’Ici, che non sia inventata alcuna altra tassa, né patrimoniale, né sui servizi, né “di scopo”, perchè per tutto questo esiste già il gettito dell’Irpef.