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No alla deriva

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12 settembre 2010

Per chi suona Campana

La notizia è arrivata in fine settimana: l'associazione calciatori ha proclamato uno sciopero per la giornata del 25-26 settembre.
La motivazione dello sciopero discende dalla mancanza di rinnovo del contratto collettivo che rappresenterebbe un articolato che indica i doveri e i diritti "minimi" nella gestione dei calciatori professionisti.
Sì, perchè a differenza di quel che, di primo acchito, si potrebbe supporre, i calciatori sono, a tutti gli effetti, lavoratori dipendenti.
Obbligati anche a chiedere le ferie, giustificare le assenze e timbrare il cartellino.
Se ben ricordo ci fu un solo sciopero precedente 15-20 anni fa, per il resto i calciatori si sono sempre limitati a ritardare l'inizio delle partite.
Ho letto editoriali di fuoco contro questa decisione, mentre da parte dei calciatori si sostiene (con alcuni eccessi come la dichiarazione non smentita di Massimo Oddo circa una battaglia per i "diritti umani") che il contratto è necessario per tutelare quelli che non appartengono alla elite profumatamente pagata, ma chi non avrà mai i titoloni sui giornali.
In effetti abbiamo sempre sotto gli occhi i campioni più celebrati e i loro ingaggi a sei zeri, ma per ognuno di questi ve ne sono tanti altri che guadagnano proporzionalmente poco se si considera la breve durata di una carriera sportiva.
Ma non voglio entrare nel merito degli "otto punti" che domani calciatori e Lega andranno a discutere, quanto sottolineare come l'anomalia risieda nella pretesa di regolare una situazione peculiare come quella del calcio o dello sport in generale, mediante gli stessi criteri che si applicano ad una normale attività lavorativa.
Si è imposto, con la c.d. "sentenza Bosman" la libera circolazione dei calciatori, come se fossero formaggio, all'interno degli stati aderenti all'europa.
La squadra che vince il campionato italiano può giocare con tutti stranieri e non ha neppure un calciatore nella Nazionale.
Il patrimonio di una società calcistica viene depauperato con la possibilità, per i calciatori a fine contratto, di "svincolarsi" e così a quelli bravi vengono proposti contratti faronici e di durata pluriennale, con penali di rescissione che provocano una continua rincorsa nei prezzi, con l'alea di un infortunio.
Se, infatti, un dipendendente del catasto che si rompesse una gamba, dopo un mesetto potrebbe tornare a svolgere il suo lavoro senza problemi, per un calciatore un trauma osseo potrebbe anche segnare la fine della carriera.
La trasformazione delle società di calcio in spa e, più ancora la cosiddetta "riforma Veltroni-Melandri" della seconda metà degli anni novanta hanno ridotto le società di calcio ad aziende con tutti gli obblighi di queste, ma senza la possibilità di stabilizzare il loro patrimonio, che è il parco calciatori, per una programmazione di lunga durata.
L'invasione degli stranieri, favorito dalla sentenza Bosman, ha ridotto gli sbocchi per gli italiani ed ha gravemente nuociuto alla Nazionale.
Non sfugge, sia detto per inciso, come, ancora una volta, la tenaglia "comunisti+ magistrati" abbia provocato danni.
Per questi motivi non mi sento di biasimare i calciatori che, anzi, mostrano di essere sensibili alla sorte dei meno fortunati tra loro (comunque vada i Pirlo e i De Rossi avranno un ingaggio ben superiore a quello minimo contrattuale) e del resto la stessa associazione calciatori fu fondata dai Bulgarelli e dai Rivera, cioè da giocatori che, già allora, erano affermati e certo non ridotti a chiedere qualcosa per se stessi.
Ciononostante credo possa essere l'occasione per imporre un calmiere ai costi del calcio e restaurare il primato del gioco sull'affare.
Smettiamola di considerare i calciatori come lavoratori dipendenti e compensiamo la loro peculiarità, magari con un fondo speciale per aiutare chi smette senza aver avuto successo, un fondo, ovviamente, che non dovrà essere alimentato da soldi pubblici, bensì da una trattenuta di solidarietà sugli ingaggi superiori ad una certa cifra annua (diciamo 300mila euro ?).
E per togliere i calciatori dalla categoria dei lavoratori dipendenti è necessario tornare indietro nel tempo, quando le società di calcio non erano s.p.a., non avevano fini di lucro e non dovevano soggiacere alle regole del diritto societario (con annessi e connessi anche fiscali), ma si basavano sul mecenatismo del Paperone locale, disposto a fallire lui, ma non a far fallire la sua squadra.
E ci si accordi per far giocare, obbligatoriamente, gli italiani.
Perchè se, purtroppo, genuflessi come siamo agli ukase europei siamo costretti ad accettare l'ingresso di calciatori in numero pressochè infinito, abbiamo comunque ancora la libertà di decidere quanti per squadra possano giocare, imponendo un numero minimo di italiani contemporaneamente in campo..
Gli stranieri, con tali limiti, abbandoneranno l'Italia ?
Tanto di guadagnato.

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2 commenti:

Giovanni ha detto...

Sinceramente, lasciamelo dire Massimo, ai signorini avrei voglia di dire solamente un grandissimo, demagogissimo e populistissimo "ma andate a lavorare in miniera". Sinceramente in quel mondo anche i panchinari di squadre di bassa classifica guadagnano cifre esorbitanti che un operaio non vede nemmeno nel corso della sua intera vita. Che scioperino è veramente da farsa. Vorrei vedere i signorini che sprecano i loro guadagni milionari (contiamo oltre a quelli "di squadra" anche gli sponsor, le interviste e le apparizioni TV che rendono le cifre ancora più alte di quanto non lo siano) in gioco d'azzardo, droga e prostitute vivere col salario di un operaio per un mese. Allora forse la pianterebbero con queste lacrime di coccodrillo e comincerebbero ad apprezzare di più tutte le fortune che hanno.

Massimo ha detto...

Per l'appunto fai riferimento a chi ha interviste e apparizioni pubblicitarie in televisione. Quanti saranno ? Dieci ? Venti ? Gli altri sono i classici gregari che, dopo una carriera di pochi anni, rischiano di trovarsi in difficoltà. Quando poi non trovano ingaggi. E' una connotazione più da libero professionista che da lavoratore dipendente. Che poi vederli scioperare provochi rabbia, ci sta, ma la responsabilità è di chi ha imbrigliato il calcio in quelle regole e di chi è entrato a gamba tesa in un campo non suo, senza considerarne le peculiarità.