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12 gennaio 2011

Ne' Fiat, nè Fiom

Ammetto che sono incerto.
Non mi piace il neneismo, mi piace invece decidere, quindi prendere posizione.
Ma questa volta non ci riesco, è più forte di me.
Certo non ho mai avuto, ed ancor meno ne ho adesso, simpatia per la cgil che, unitamente alla cisl ed alla uil (che però parzialmente – solo parzialmente - si sono riscattate in questi ultimi tempi) considero tra i massimi responsabili del declino produttivo ed economico della Nazione e che oggi, come tutti i sindacati confederali, ha trasformato una attività utile e necessaria (nei limiti di categoria e aziendale che dovrebbe essere propria e non come surrogato della politica intervenendo su tutte le questioni generali) in un business privilegiato con le sue associazioni di consumatori e inquilini, patronati, caf.
Ma ciononostante non riesco proprio a stare dalla parte della Fiat, una società di capitali che ha fatto proprio il motto dei suoi padroni: socializzare le perdite e privatizzare gli utili.
Tra agevolazioni, rottamazioni, contributi, casse integrazioni, noi Italiani abbiamo pagato la Fiat almeno dieci volte e mi disturba assai che tutte le volte che ha ricominciato a guadagnare abbia trattenuto tali utili, senza restituirci i miliardi utilizzati per sostenerla quando la situazione era critica.
Non posso poi dimenticare che fu proprio la calate di braghe di Agnelli nel 1969 che aprì le porte ad una lunghissima stagione di estremismo sindacale che ha portato la Trimurti ad avere un peso spropositato nella vita politica e sociale della Nazione.
La proposta di Marchionne è obbligata, probabilmente fondata su quelli che si chiamano “i conti della serva” ed è completamente nelle mie corde il principio per cui una impresa ha senso se guadagna e un imprenditore serio deve chiudere se perde.
Del resto conseguii un voto basso (24) all’esame di diritto del lavoro proprio per sostenere il diritto dell’imprenditore a chiudere e della società a proclamare il fallimento delle aziende in perdita, contro l’opinione del docente (si era nel 1977 ...) che sosteneva invece, in pieno delirio operaistico, che un imprenditore, svolgendo una attività sociale, non poteva nè chiudere, nè fallire e che doveva essere lo stato a partecipare per tenere in vita l’azienda (come se lo stato, i soldi, li trovasse sotto i funghi e non nelle tasche dei cittadini).
Naturalmente sarebbe eticamente più forte la posizione di Marchionne se non guadagnasse la somma spropositata che incassa.
E’ giusto che chi ha responsabilità, guadagni più di altri, ma quanto seimila dipendenti è eccessivo.
Forse anche le remunerazioni dei manager dovrebbero essere riviste, rendendo determinante la percentuale collegata ai risultati, più che la cifra fissa e consentendo anche la partecipazione dei dipendenti agli utili, in una forma evoluta di capitalismo.
Nonostante, quindi, l’approccio mercantilista di Marchionne sia di gran lunga più in linea con le mie idee fondate sulla assoluta libertà di mercato e di impresa, trattandosi della Fiat proprio non riesco a prendere posizione.
Tanto mi stupirei alquanto se vincessero i “no” all’accordo, con un suicidio collettivo di tutte le maestranze, solo per puntiglio ideologico.

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2 commenti:

Giovanni ha detto...

E' esattamente il mio pensiero. FIAT e FIOM sono le due facce della medesima medaglia. Due strutture allo stesso modo parassitarie, due idrovore che allo stesso modo pesano sul contribuente. Gli uni (FIOM) parlano un linguaggio da lotta di classe di fine '800 ed hanno pretese assurde, gli altri (FIAT)sono dei chiagnifottisti ricattatori che sputano nel piatto dove han mangiato per 60 anni.

Nessie ha detto...

Credo realisticamente che invece vincerà il SI. Lo dico dopo aver ascoltato Sacconi stasera al TG. Ma anche a me lascia fredda questa storia di Marchionne e della Fiat. Se ha soldi per arrivare al 50% dell'acquisto del pacchetto azionario Chrysler, significa che sono tesoretti trafugati agli Italiani. Altro che conti/corr. in Svizzera!FIAT LUX.