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08 marzo 2011

Il Nobel per la pace vuole bombardare la Libia

Vile, tu uccidi un uomo morto”.
Una frase celebre che, almeno una volta, era presa come spunto dai maestri delle elementari per cercare di inculcare nei bambini il senso dell’onore e del rispetto nei confronti di chi è in ginocchio, ferito, inerme o quasi, anche se storicamente nemico.
La vicenda di Fabrizio Maramaldo che uccide Francesco Ferrucci, ferito e prigioniero, ha portato a trasformare il cognome in un sostantivo e in un verbo di uso comune.
E come si può definire, se non un Maramaldo, il presidente attuale degli Stati Uniti che, come il suo predecessore Clinton (la cui moglie non a caso è attualmente segretario di stato) manifesta una voglia matta di bombardare, forse per far risalire le sue scadenti azioni in patria ?
Clinton bombardò per mesi la Serbia, rea di non volere il distacco di una parte del proprio territorio e di avere usato metodi “spicci” per combattere contro uno stato vicino e aiutare i cittadini di nazionalità serba di quello stato.
A Clinton si unì entusiasticamente – prima ancora dell’autorizzazione dell’onu – il governo dell’Italia, allora presieduto dal comunista D’alema.
Oggi quello “giovane, bello (?) e abbronzato” e per giunta, premio Nobel per la pace , in difficoltà sul “mercato” interno, ripropone la medesima strategia di Clinton: vuole bombardare la Libia.
E a lui si uniscono, entusiasticamente, le approvazioni del pci/pds/ds/pd, in chiave antiberlusconiana, nel silenzio totale dei pacifinti che, in altri tempi, non perdevano occasione per starnazzare contro la politica del Presidente Bush, ben più motivata dagli eventi (terrorismo) e dall’interesse delle nazioni occidentali.
Apprezzo la obbligata prudenza del Governo Italiano, consapevole che il nostro interesse nazionale vuole la stabilità in Libia sia per l’approvvigionamento energetico, che per il filtro operato da circa un anno contro l’invasione degli immigrati, ma anche degli obblighi militari per l’appartenenza alla Nato.
Approvo quindi quanto dichiarato dal Ministro Frattini circa l’obbligo di mettere a disposizione piste e logistica, ma escludendo la partecipazione di mezzi italiani ad azioni sul territorio libico.
Gheddafi perderà il potere, appare evidente, solo per l’intervento degli americani.
Se si lasciassero i libici combattere la loro guerra civile, Gheddafi riprenderebbe, pur se ammaccato, il controllo dello stato, anche se, probabilmente, non sarebbe per lungo tempo.
Gli americani di oggi, come quelli di Clinton, invece vogliono affrettare i tempi e come sono stati totalmente ingrati verso Ben Alì e Mubarak, così maramaldeggiano contro Gheddafi rispettato, tranne che da Reagan e dai Bush, quando era all’apice della sua forza.
Non credo sia un caso che a compiere azioni così vigliacche siano due presidenti democratici, uno, Clinton, che era scappato dagli Stati Uniti pur di non andare a combattere in Vietnam, salvo poi ordinare bombardamenti aerei contro le città serbe.
L’altro, l’attuale, che frigge dalla voglia di bombardare la Libia, ma del quale ancora si aspetta l’esibizione del certificato di nascita, crescendo sempre più il dubbio che sia un abusivo alla Casa Bianca (se uno non è nato negli Stati Uniti,vigendo lo ius soli, da padre straniero, non è eleggibile alla presidenza) .
Non è certo con questa infida America delle amministrazioni democratiche, che abbandona gli amici e maramaldeggia sui nemici (e talvolta anche gli amici) in difficoltà, che si possono fare accordi o stringere durature alleanze.
E allora guardiamo al nostro esclusivo interesse:approvvigionamento energetico e blocco dell’immigrazione.
Sul primo punto vanno ampliati gli accordi con la Russia (contraria all’intervento militare in Libia) e fatti rispettare gli accordi già conclusi e le nostre prelazioni sui rifornimenti libici, qualunque sia il governo, anche eventualmente prestandosi a difendere con le armi i terminali petroliferi e chi ci lavora.
Sul secondo punto l’eventuale intervento americano potrebbe essere utile per schierare la nostra flotta e procedere ad un blocco navale contro i barconi degli illegali, posto che il Ministro Maroni ha già dichiarato che siamo invasi e che non siamo in grado di far fronte all’emergenza immigrazione.
Se la politica degli Stati Uniti è fondata sull’ “America first”, cioè prima di tutto l’America, perchè la nostra non dovrebbe essere: prima di tutto l’interesse dell’Italia e degli Italiani ?

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3 commenti:

Giovanni ha detto...

Il premio Nobel per la pace vuole il petrolio ed il gas libico, come il suo predecessore voleva il petrolio iracheno. Solo che il predecessore era un conservatore cristiano, quindi cattivo, lui è un "cristiano adulto" che di secondo nome fa Hussein ed è di sinistra, quindi buono. Il risultato comunque sarà che gli yankee prenderanno il petrolio e noi ci piglieremo gli immigrati.

Nessie ha detto...

Il problema Usa è un po' più complesso: America first, ha tentato di dirlo Bush ma poi non c'è riuscito a causa dell'11 settembre.
Obama si sente (ahinoi!) investito di una missione messianica: quella del pacificatore Nobel universale.
E' questo il dramma. Ora non può sporcarsi direttamente le mani e ha fatto sbarcare dei piloti inglesi di Cameron a fare i ricognitori. Stiamo attenti agli interventi "per interposta persona" e in particolare a come stanno cercando di disgregare la "Lega araba". Non vorrei sbagliarmi, ma dato che Obama si chiama Barack Hussein, è perfino possibile che usi degli "ascari" arabi per il lavoro sporco.
In ogni caso, stiamo freschi. Anzi, gelati se non ci sarà la "prelazione sui rifornimenti libici".

Sì maramaldi e sciacalli, oltre che squallide mosche cocchiere, i nostri Piddini!

Massimo ha detto...

Giovanni. Io credo che se gli americano saranno così stupidi da riconfermare questo presidente, il loro impero avrà gli anni non contati (perchè contati sono gli anni di tutti gli imperi) ma accorciati.
Nessie. Come tutti i fanatici di una ideologia (noi ne abbiamo un esempio con gli antiberlusconiani in s.p.e. o con gli animalisti e gli ambientalisti ad oltranza) chi persegue un obiettivo, anche teoricamente giusto, ma in base al "fine giustifica i mezzi" diventa peggiore di chi vuole combattere. Obama appartiene a tale categoria (oltre ad esprimere i soliti dubbi sul suo diritto a sedere alla Casa Bianca, per il motivo esposto).