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08 marzo 2026

L'Ilva incombe ancora sui nostri soldi

Nella confusione cacofonica che le urla sulla guerra contro gli ayatollah e la campagna referendaria di chi non vuole esprimere un SI' al futuro della giustizia in Italia, resta sotto traccia una minaccia ai nostri conti pubblici.

Si tratta dell'Ilva, più precisamente degli stabilimenti di Taranto.

Sembrano bene avviate le trattative per la cessione ad una società americana ma, ancora una volta, i sindacati si mettono in mezzo e ne chiedono la statalizzazione.

I sindacati, cioè, invece di confrontarsi nel mare aperto del Libero Mercato, preferiscono la nicchia privilegiata del pubblico, dove si possono fare tutti gli scioperi che si vuole, tanto c'è Pantalone che paga per tutti.

E' un gioco a perdere già sperimentato dolorosamente con l'Alitalia e magistralmente giocato dagli Agnelli con la Fiat in cui, senza cederne la proprietà, sono riusciti per decenni a privatizzare gli utili e socializzare le perdite.

Ora, a Taranto si scontrano due esigenze non uguali e inconciliabili.

Da un lato l'esigenza alla salute, cavalcata senza ritegno dai magistrati che, dopo anni di tira e molla, hanno imposto degli interventi costosissimi sugli impianti, dall'altro la difesa di un posto di lavoro.

I sindacati chiedono la statalizzazione perchè sanno benissimo che una azienda privata per eseguire, almeno in parte, gli interventi sugli impianti, ha necessità di recuperare, almeno in parte, gli ingenti costi risparmiando sul personale e, quindi, ridimensionando gli organici.

E' il Mercato, bellezza.

E' necessario tutelare la salute dei cittadini e se questo implica la chiusura degli impianti, sarà compito degli imprenditori, privati, organizzare, inventare (del resto l'impresa deriva da una intuizione ed il rischio di impresa dalla incertezza del risultato di quella intuizione) delle alternative che, non necessariamente, devono essere nel campo delle acciaierie.

L'acquisizione da parte dello stato degli impianti bloccherebbe ogni inventiva, perchè consoliderebbe, con oneri ingenti per tutti gli Italiani, una spesa che mai, come è stato per l'Alitalia e la Fiat, riusciremo a recuperare.

Si tratterrebbe di un 110% di contiana memoria elevato all'ennesima potenza che ci inchioderebbe ad un deficit non recuperabile e, visto che non sembra ci sia la volontà, neppure da parte di questo governo, di uscire dalla unione europea, asservirebbe i nostri conti pubblici al commissariamento da Bruxelles.

Per questo è necessario che l'Ilva sia venduta, ad una azienda privata che dovrà, nel dialogo tra privati, con i sindacati in rappresentanza dei lavoratori, indicare la strada che intende intraprendere, senza alcuna ingerenza dello stato, del Governo o, in generale, del pubblico, neppure tramite qualche società che agisca in regime privatistico ma sia pur sempre proprietà pubblica.

A noi costerebbe di più la statalizzazione dell'Ilva degli aumenti temporanei dei prezzi di gas e petrolio conseguenti alla azione in Iran contro gli ayatollah.

Non dimentichiamoci della spada di Damocle sui nostri conti e risparmi che potrebbe rappresentare un'Ilva statalizzata.


1 commento:

The FrancK ha detto...

Gli anglofili lo chiamano win-win, noi diciamo pressappoco o vinco io o perdi tu. Ovvero la carta pubblica da opportunità di sfruttare la farraginosità dell'ambito statale. La carta privata fa piantare la bandierina del capitalismo brutto & cattivo, se sono USA poi...
Pollame che conosciamo.