In questi giorni il successore di Sangiuliano al ministero della cultura deve sentire le sue orecchie fischiare parecchio.
La vicenda del Direttore di Orchestra Beatrice Venezi, la biennale con la scelta del Presidente Pietrangelo Buttafuoco di avere i padiglioni della Russia e di Israele, il licenziamento anticipato a mezzo stampa di due membri dello staff del ministero, hanno visto molti indici accusatori puntati contro Alessandro Giuli.
Non so se voglia farsi cacciare come leggo in un titolo o se agisca in combutta con Mattarella per danneggiare il Governo Meloni come cautamente paventa tra le righe un altro articolo di oggi, o se sia, più prosaicamente, incapacità a gestire un ministero, ma il tempo di Giuli al ministero della cultura sembra agli sgoccioli.
E se mi auguro che la scelta di un sostituto sia veloce e cada su un politico, non su un presunto tecnico (anche se sarebbe molto affascinante vedere al posto di Giuli la Venezi o Buttafuoco) mi pongo anche la domanda se sia utile avere un ministero della cultura.
Tale ministero fu cucito addosso a Giovanni Spadolini al suo ingresso in politica, ma non ne vedo affatto l'utilità, oggi.
E' un ministero dello spesa e della spesa meno produttiva che ci possa essere, soprattutto per i criteri che vengono adottati per l'elargizione delle cospicue somme disponibili.
Si producono film privi di successo di pubblico e i finanziamenti spesso non hanno alcun ritorno economico, neppure per poter dire che lo stato, cioè noi, sia riuscito a recuperare quel che si è speso.
La qualità dei prodotti è sancita dall'insuccesso del pubblico e dei film trasmessi nelle sale, davanti a pochi intimi (masochisti ?).
Il ministero se sceglie un prodotto anzichè un altro, interferisce non solo sul Mercato, favorendo Tizio e penalizzando Caio, ma inevitabilmente influenza le scelte di quel che si si propone, in base al colore politico del ministro.
Se, invece, il ministero è solo un bancomat che elargisce soldi in base a criteri asettici (ad esempio la precedenza nella presentazione delle domande) si trasforma in un buco nel bilancio dello stato.
Se un film, un qualsivoglia spettacolo, documentario, canzonetta, opera teatrale, televisiva, quotidiano, romanzo etc. non ottiene il consenso del pubblico tale da consentire ai suoi produttori, autori, attori, cantanti, protagonisti di rientrare delle spese e mantenersi, allora non vedo perchè debba essere lo stato, cioè noi, a farlo.
Francis Ford Coppola è un regista i cui film non sono nelle mie corde, ma apprezzo moltissimo il fatto che, per ben due volte, abbia rischiato (e perso) del suo, dichiarando anche bancarotta.
Allo stesso modo apprezzo un'attrice le cui idee non sono nelle mie corde, Paola Cortellesi, alla quale furono rifiutati i finanziamenti pubblici, ma andò avanti con il suo progetto, ottenendo il meritato successo dopo aver rischiato in proprio.
Come leggo che avrebbe affermato Milei, il Presidente argentino, se un artista ha bisogno del finanziamento statale per realizzare le sue opere, allora non è più un artista ma un impiegato dello stato.
Senza il ministero della cultura, risparmieremmo miliardi riducendo il debito pubblico e, nel contempo, andrebbe avanti, con l'unico giudizio che conta del pubblico pagante, chi merita e chi non merita dovrebbe cercarsi un altro mestiere.
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