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11 maggio 2026

C'è proprio bisogno di un ministero per la cultura ?

In questi giorni il successore di Sangiuliano al ministero della cultura deve sentire le sue orecchie fischiare parecchio.

La vicenda del Direttore di Orchestra Beatrice Venezi, la biennale con la scelta del Presidente Pietrangelo Buttafuoco di avere i padiglioni della Russia e di Israele, il licenziamento anticipato a mezzo stampa di due membri dello staff del ministero, hanno visto molti indici accusatori puntati contro Alessandro Giuli.

Non so se voglia farsi cacciare come leggo in un titolo o se agisca in combutta con Mattarella per danneggiare il Governo Meloni come cautamente paventa tra le righe un altro articolo di oggi, o se sia, più prosaicamente, incapacità a gestire un ministero, ma il tempo di Giuli al ministero della cultura sembra agli sgoccioli.

E se mi auguro che la scelta di un sostituto sia veloce e cada su un politico, non su un presunto tecnico (anche se sarebbe molto affascinante vedere al posto di Giuli la Venezi o Buttafuoco) mi pongo anche la domanda se sia utile avere un ministero della cultura.

Tale ministero fu cucito addosso a Giovanni Spadolini al suo ingresso in politica, ma non ne vedo affatto l'utilità, oggi.

E' un ministero dello spesa e della spesa meno produttiva che ci possa essere, soprattutto per i criteri che vengono adottati per l'elargizione delle cospicue somme disponibili.

Si producono film privi di successo di pubblico e i finanziamenti spesso non hanno alcun ritorno economico, neppure per poter dire che lo stato, cioè noi, sia riuscito a recuperare quel che si è speso.

La qualità dei prodotti è sancita dall'insuccesso del pubblico e dei film trasmessi nelle sale, davanti a pochi intimi (masochisti ?).

Il ministero se sceglie un prodotto anzichè un altro, interferisce non solo sul Mercato, favorendo Tizio e penalizzando Caio, ma inevitabilmente influenza le scelte di quel che si si propone, in base al colore politico del ministro.

Se, invece, il ministero è solo un bancomat che elargisce soldi in base a criteri asettici (ad esempio la precedenza nella presentazione delle domande) si trasforma in un buco nel bilancio dello stato.

Se un film, un qualsivoglia spettacolo, documentario, canzonetta, opera teatrale, televisiva, quotidiano, romanzo etc. non ottiene il consenso del pubblico tale da consentire ai suoi produttori, autori, attori, cantanti, protagonisti di rientrare delle spese e mantenersi, allora non vedo perchè debba essere lo stato, cioè noi, a farlo.

Francis Ford Coppola è un regista i cui film non sono nelle mie corde, ma apprezzo moltissimo il fatto che, per ben due volte, abbia rischiato (e perso) del suo, dichiarando anche bancarotta.

Allo stesso modo apprezzo un'attrice le cui idee non sono nelle mie corde, Paola Cortellesi, alla quale furono rifiutati i finanziamenti pubblici, ma andò avanti con il suo progetto, ottenendo il meritato successo dopo aver rischiato in proprio.

Come leggo che avrebbe affermato Milei, il Presidente argentino, se un artista ha bisogno del finanziamento statale per realizzare le sue opere, allora non è più un artista ma un impiegato dello stato.

Senza il ministero della cultura, risparmieremmo miliardi riducendo il debito pubblico e, nel contempo, andrebbe avanti, con l'unico giudizio che conta del pubblico pagante, chi merita e chi non merita dovrebbe cercarsi un altro mestiere.


05 luglio 2025

La Legge del Mercato contro gli sperperi del denaro di tutti noi

C'è voluto un probabile, orrendo, duplice omicidio per puntare i riflettori su uno dei costumi peggiori della classe politica di sinistra: l'elargizione dei nostri soldi con la scusa della promozione della cultura.

La Meloni e il ministro Giuli, che non mi convince ma che in questa circostanza ho rivalutato, stanno mettendo mano a quel verminaio e credo a ciò che ha dichiarato il Premier sulla intenzione del Governo di demolire le rendite di posizione.

Sarebbe, è, un grande passo avanti verso la strada giusta che è quella di far cessare ogni contributo pubblico a cinema, giornali, editoria, teatri, cantanti e tutto  quell'ambiente (ma non solo quello) che, se ha bisogno dei nostri soldi, evidentemente non fornisce un prodotto di successo con il quale coprire i costi e avere margine per le nuove iniziative.

Che è, poi, la regola del Libero Mercato in ogni settore merceologico.

E non parlino di valorizzazione della cultura come sarebbe sempre stato fatto da Mecenate in poi, perchè Mecenate e i suoi successivi emuli usavano denaro proprio, non il nostro !

Non è un caso che tutta questa orgia di denaro nostro immolato sull'altare di un malinteso senso della "cultura", sia iniziata con quel disgraziato 1975, cinquanta anni fa, quando i socialcomunisti vinsero nelle principali metropoli italiane e si lanciarono nelle estati dell'effimero, arpionando il nostro denaro contenuto nelle casse pubbliche, pagando e strapagando cantanti, attori, nani e ballerine che, da parte loro, ricambiarono sostenendone le idee politiche.

Come per tutti i beni e i servizi, anche quel che la sinistra mette sotto il termine omnicomprensivo di "cultura", deve essere soggetto alle regole del Libero Mercato: se funziona, se è gradito, se è utile (e questo lo decide lo spettatore, il cliente, l'acquirente, non un ministro!) allora vivrà per la sua forza intrinseca, meriterà di guadagnare, di svilupparsi, di arricchire i suoi inventori e interpreti.

Ma se quel prodotto o servizio è solo il risultato di una fantasia personale di un individuo, perchè dobbiamo pagare soldi nostri perchè possa viverci sopra (e con debordante opulenza che ci viene sbattuta in faccia da riviste patinate come se fosse un modello di vita) ?

C'è una strada molto semplice: ognuno paghi il bene, il servizio, il prodotto di cui ritiene di aver bisogno per la sua vita o per il suo divertimento e il produttore, il fornitore guadagnerà in proporzione alla sua capacità di aver intercettato le esigenze del cittadino.

Lo stato deve limitarsi a garantire il rispetto delle leggi, non ad influenzare questo o quel prodotto nè, ancor meno, a partecipare alla competizione da una posizione di privilegio, perchè usa soldi di tutti.

Se un regista, un attore, credono in un film, lo producano con soldi loro e poi, se funziona, avranno il ritorno in guadagni attraverso il pubblico nelle sale e i diritti in televisione.

Se un giornale ha giornalisti che soddisfano le esigenze di lettura dei cittadini, potrà svilupparsi, pagare sempre meglio i suoi giornalisti, incrementare le vendite e quindi anche la pubblicità ed i guadagni per l'editore.

Se un editore crede in uno scrittore e lo vede come il Dante del terzo millennio, lo pubblichi, mandi le copie del suo libro nelle librerie e, se ha visto giusto, sarà premiato dal pubblico con gli acquisti e la necessità di seconde, terze e quarte edizioni.

Il tutto mettendo in gioco il proprio denaro, non il nostro attraverso contributi, patrocini o finanziamenti addirittura prima ancora che "l'opera" sia prodotta.

Scommettiamo che così riusciremmo a calmierare la borsa dei cachet di attori, registi, cantanti fino ad arrivare a quelli dei calciatori ?

Se la Legge del Mercato fosse realmente applicata, tutti noi avremmo una retribuzione equamente fondata sulla utilità e sulla necessità sociale della nostra attività.