Solitamente non commento fatti di cronaca nera, perchè ho molti dubbi sulle verità che ne escono, anche se sancite da una sentenza.
La vicenda del conduttore televisivo Ranucci e del suo amico Lavitola, però, mi sembra abbia almeno due dati certi.
Il primo, ammesso dallo stesso avvocato del Lavitola, è che costui si è intestato l'idea di procedere con un finto attentato contro il Ranucci, giustificandolo come un trucco per fargli ottenere un aumento della scorta e quindi di visibilità.
Non è la prima volta che ciò accade, mi sembra che pochi mesi fa un aspirante martire del giornalismo di inchiesta, di provincia, sia stato sgamato per aver lui stesso organizzato minacce contro se stesso.
Prendendo per buone le affermazioni del legale del Lavitola, dobbiamo quindi prendere atto che, in futuro, prima di ogni commento su fatti analoghi, è meglio aspettare la conclusione delle indagini.
Ma è il secondo aspetto che, a mio avviso, non deve mancare di essere sottolineato.
La reazione agli sviluppi dell'indagine da parte del Ranucci, è stata sorprendentemente la rivelazione di un ego smisurato, una autoreferenzialità messa nero su bianco in un classico post sui social, forse dal sen fuggito, non abbastanza meditato, ingenuo e rivelatore della vera natura del suo autore e comunque espressione di una ubris che gli Dei mai potrebbero tollerare.
Non ho mai guardato la trasmissione di Ranucci, non sono interessato alle costruzioni di teoremi che non posso verificare, che devono essere accettate come un atto di Fede e che si riducono solo ad una mera propaganda di parte, senza contraddittorio cui concedere spazi e tempi uguali.
Non so quindi che razza di appeal possa avere avuto Ranucci (o pensare, lui, di avere) per aspirare a ruoli di guida della Nazione.
In realtà, sentendo le sue dichiarazioni e vedendolo nelle interviste ai telegiornali, mi sembra decisamente privo di ogni caratteristica per ambire addirittura a Palazzo Chigi.
I cattocomunisti, però, sono messi talmente male in arnese che, tra la Schlein e Conte, la Salis (quella di Genova, ovviamente) e Onorato, tra Ruffini e Gabrielli, anche Ranucci può benissimo accomodarsi al tavolo dei pretendenti senza sfigurare (credo farebbe molta più fatica nel Centro Destra).
La sua ultima uscita, però, con la quale ha lasciato intendere di paragonarsi a Falcone e Borsellino, credo sia stata non solo la manifestazione di quella ubris che presumo gli faranno pagare i suoi stessi compagni, appena passerà il momento compulsivo del cane di Pavlov che difende sempre e comunque il compagno, ma anche la confessione di limiti che ne fanno non un candidato per Palazzo Chigi, ma nei concorsi per nuovi comici.
