Nato dieci anni dopo il referendum istituzionale, ho vissuto (benissimo) sempre senza pormi la questione di quale forma istituzionale fosse meglio per i cittadini.
Nato in regime repubblicano, ho dato lungamente per scontato tale forma, ritenendo marginale una differente scelta che, comunque, non avrebbe cambiato il parlamentarismo su cui è sempre stata fondata l'Italia dal 1861.
Ho cominciato a dubitare della bontà del nostro sistema, quando siamo passati, con Pertini, dai presidenti-notai, quelli sì veramente rappresentativi, che si facevano sentire solo quando inviavano un telegramma di felicitazioni o condoglianze a seconda delle circostanze, ai presidenti interventisti che sfruttano le pieghe della costituzione del 1948 (che, come tutte le leggi, trova sempre delle interpretazioni di comodo) per interferire nella vita politica, alterando il rapporto di forze uscito dalle urne, anche solo con la nomina di qualche senatore a vita utile per puntellare maggioranze traballanti.
La figura del presidente della repubblica avrebbe dovuto rappresentare l'unità della Nazione, arbitro e garante dei rapporti politici in parlamento, lasciando al governo, espressione del parlamento eletto dal Popolo, il compito di trasformare in leggi le istanze provenienti dalla maggioranza che lo sostiene.
L'elezione invece di soggetti che hanno avuto parte attiva nel dibattito e nello scontro politico o che hanno avuto gravi responsabilità nella gestione dell'economia pubblica (ad esempio l'inutile e dispendiosa difesa della parità della Lira nello sme - serpente monetario europeo - da parte di Ciampi che ci costò una alta percentuale delle nostre riserve) hanno fatto sì che al Quirinale si insediassero uomini di parte, che a malapena riuscivano a mascherare la loro appartenenza e il loro appoggio ad una delle fazioni.
Per quanto un dibattito sulla forma istituzionale resti un qualcosa che, al momento, è surclassato da ben altri problemi di politica economica ed estera, in questa giornata di sbrodolamento per un anniversario, l'ottantesimo, del referendum istituzionale, non riesco a non pensare come proprio il comportamento dei presidenti della repubblica che si sono succeduti da Pertini in poi, con l'unica eccezione di Cossiga che meriterebbe un discorso a parte vista la profonda differenza tra la prima parte del suo mandato e l'ultima, mi ha fatto riflettere che, non potendo avere una repubblica presidenziale che sarebbe la forma a me più congeniale e gradita, sarebbe meglio avere ancora un re, a vita, con successione dinastica, piuttosto che un presidente elettivo, che interferisce nella vita politica a favore della sua fazione, ma si offende se glielo si fa notare, reclamando le sue prerogative costituzionali (che emergono sempre a senso unico) e pretendendo di rappresentarci tutti.
Un re, infatti, non proviene dall'agone politico, non è stato ministro in governi manifestamente di parte, non avrebbe alcun interesse di fazione, anche se avrebbe, come tutti, le sue legittime opinioni, nell'approcciare ad un governo, di qualunque colore fosse.
E' così che, presidente dopo presidente, uno diventa monarchico.