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26 ottobre 2007

Crocefisso simbolo di Civiltà

La decisione di un preside di Trento che, in applicazione di una disposizione di legge - mai abrogata ancorché datata 1924 – ha disposto l’acquisto di 70 crocefissi, uno per ognuna delle aule della sua scuola, ha riattizzato la polemica sulla presenza di quel simbolo negli uffici pubblici.
Questa mattina ho persino ascoltato un docente (ahimè della mia università e facoltà) di diritto ecclesiastico (!) suggerire “gandianamente”, dice lui, di protestare, senza sfregi e senza rovinarlo, riportando il crocefisso dal preside, salvo poi ammettere che se qualcuno lo volesse, il crocefisso ha diritto di restare affisso.
Il problema, in tutta evidenza, non è di formalismi giuridici, ma è di sostanza.
Il Crocefisso rappresenta l’estremo sacrificio cui è giunto, secondo la cristianità, il figlio di Dio fattosi uomo per redimere dal peccato originale l’umanità intera.
Il Crocefisso rappresenta una cultura, spesso aggressiva e imperialista, secondo i suoi detrattori, e mal si concilia con una società multietnica che si vorrebbe (loro vorrebbero) costruire anche in Italia, quindi deve essere rimosso per non turbare/offendere gli immigrati provenienti da altre culture.
Se non ho alcuna competenza per giudicare l’interpretazione cristiana, da agnostico mi ritengo in diritto di contestare fortemente le conclusioni cui giungono le parti ostili alla presenza dei crocefissi.
E proprio in virtù dell’arrivo di orde di persone estranee alla nostra cultura.
Il Crocefisso, superando gli angusti limiti di una religione, è divenuto un simbolo di una intera Civiltà, la nostra Civiltà, quella che consentito il più grande progresso dell’Umanità, il maggior Benessere esteso al maggior numero di persone.
E se noi siamo arrivati al punto più alto di tutta la storia del genere umano, consentendo anche ad altre culture di beneficiarne, lo si deve ad un complesso di circostanze, un susseguirsi di eventi che hanno nella Roma classica e imperiale e nel Cristianesimo le radici più importanti e feconde.
Non credo che sia un caso che la legge che impone il crocefisso negli uffici pubblici sia del 1924, cioè risalga ad un periodo in cui queste radici trovavano la duplice espressione nel Crocefisso come simbolo negli uffici pubblici e nel Fascio Littorio simbolo del partito allora al governo (ma anche presente in edifici pubblici al Congresso Statunitense : veggasi immagine relativa al discorso sullo Stato dell’Unione del Presidente Bush… ).
Roma e il Cristianesimo che di Roma fu l’erede e l’evoluzione sotto altre forme, ma con lo stesso risultato di imprimere una caratterizzazione comune ad una Civiltà, all’Occidente.
E’ quindi da ingrati verso i nostri Avi, cui dobbiamo essere riconoscenti per la civiltà che ci hanno lasciato, ma soprattutto da dhimmi, da aspiranti schiavi, voler rinunciare ai nostri simboli, alle nostre feste, alle nostre usanze, ai nostri cibi, per “non turbare/offendere” chi viene da noi e dovrebbe, lui, rispettarli, comprenderli, accettarli.
Ma quale rispetto potrà portare per la nostra Storia, la nostra Tradizione, i nostri Costumi, i nostri Simboli, le nostre Leggi l'immigrato che vede alcuni di noi pronti (e proni) a rinunciarvi ?
Quale considerazione potrà avere di chi rinuncia al proprio passato ?
Il Crocefisso continuerà a rappresentare per i Cristiani il sacrificio che ci ha redento, per chi non crede continuerà ad essere la rappresentazione di una storia che, comunque la si voglia vedere, è stata importante per l’umanità, ma per noi Occidentali, tutti, diventa il simbolo della nostra Civiltà, la rappresentazione delle radici da cui proveniamo e da cui traiamo la forza per aspirare a traguardi ancora più lontani, ancora più alti, ancora più esaltanti.
Per questo ritengo appropriata l’applicazione della legge del 1924 richiamata dal preside di Trento, che ringrazio per aver nuovamente portato all’attenzione della nostra società la questione dei simboli e delle radici.
E’ necessario riappropriarci delle nostre Tradizioni e dare il giusto peso alle rivendicazioni di chi viene, ospite, non padrone, a casa nostra.

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