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No alla deriva

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29 agosto 2026

I giornalisti rai sono lavoratori dipendenti come tutti

Si fa un gran parlare di una trasmissione rai che non ho mai guardato, perchè non guardo quelle trasmissioni di propaganda, dove un gruppo di giornalisti a volte conduce, altre volte è ospite dei suoi ospiti, sempre sbrodola le sue idee come fossero vangelo.

Dai giornalisti io mi aspetto la notizia, delle loro opinioni me ne frego, perchè, una volta avuta la notizia, sommata alle altre, credo di essere in grado di formarmi una opinione tutta mia senza alcun bisogno di aiutini da parte di gente che non farebbe altro che filtrare le notizie, come faccio io, per poi esprimere opinioni in base alla loro ideologia.

E se mi piace confrontarmi, lo faccio con persone che stimo, in una situazione di parità in cui si possa dialogare e non subire a senso unico il lavaggio del cervello senza poter contestare o interloquire come accade nelle suddette trasmissioni che nessuno dovrebbe mai guardare.

Fatta questa premessa e precisato che, da sempre, antistatalista convinto, sostengo la privatizzazione, anche a spezzatino, della rai per incassare miliardi NON DA SPENDERE!, ma da portare a decurtazione del debito pubblico, per evitare di continuare a finanziare un carrozzone da diecimila dipendenti e per sottrarre la politica dalla gestione delle notizie, commento l'incredibile notizia di lavoratori dipendenti che dichiarano "irricevibile" la scelta organizzativa del datore di lavoro pubblico.

Un imprenditore pubblico agisce con i suoi organismi, cioè parlamento e governo e poichè la composizione dell'uno e dell'altro cambia, in assenza di quello spoil system che, almeno, garantirebbe per cinque anni uniformità di decisione e conduzione, la rai diventa terreno di scontro, polemiche, chiacchiere inutili.

Come quella su Report.

Se i giornalisti che lavorano a Report sono dipendenti rai, non possono fare altro che obbedir tacendo alle decisioni dell'imprenditore pubblico che si esprime attraverso gli organi nominati dalla attuale maggioranza parlamentare.

Esattamente come farebbero se la rai fosse Mediaset o Sky, dove non c'è tanta discussione su chi conduce questo o quel programma, perchè lo decide chi ci mette i soldi e i dipendenti abbozzano.

E se non sono d'accordo hanno una unica strada: licenziarsi, come farebbe un lavoratore dipendente se non ritenesse di poter ottemperare all'organizzazione aziendale e alle direttive del suo datore di lavoro.

Molti di noi, ancora in attività e in pensione, sanno come ci si comporta da lavoratori dipendenti, perchè ai giornalisti rai deve esser concesso il privilegio di comandare senza rischiare economicamente del loro ?

29 agosto 2025

Giù la maschera

Suscita commenti negativi la esclusione dal prossimo palinsesto di radio uno, del programma di Marcello Foa e Pietro Gomez "Giù la maschera".

Si trattava di un programma di conversazione politica su un tema di attualità, con i soliti "esperti" e le opinioni non richieste dei conduttori.

Fa clamore perchè Foa fu il presidente (fortemente osteggiato dalla sinistra) della Rai nella stagione della Lega al governo con i Cinque Stelle, mentre Gomez è direttore del Fatto Quotidiano.

Due personaggi che potrebbero avere una narrativa contraria a quella mainstream anche se, nelle poche trasmissioni che ho ascoltato, prevalentemente mentre ero alla guida, non me ne sono accorto.

E non mi sono neppure appassionato al programma stesso che non mi ha affatto entusiasmato.

Non si conoscono i motivi della esclusione, ma, come sempre, "a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca", così fioccano le critiche, questa volta da parte dei giornalisti di "destra" che asseriscono come a stappare spumante sia, da tale esclusione, soprattutto la sinistrissima organizzazione dell'Usigrai, quindi l'intera sinistra.

Beh, da quel poco che ho ascoltato, se ci aspettiamo che la trasmissione di Foa potesse fare da contraltare allo tsunami di trasmissioni orientate verso l'ideologia cattocomunista, sbagliamo e di tanto.

Al contrario, una trasmissione come quella, marchiata con il timbro "destra", per i contenuti che esprime, almeno quando l'ho ascoltata io, porta solo acqua al mulino cattocomunista.

A differenza del programma che seguiva condotto da una bravissima Annalisa Chirico che mi auguro sia stato confermato, anche se l'orario, intorno alle 10 del mattino, è pressochè proibitivo.

Il clamore è tale perchè anche radio uno fa parte della Rai, quindi è pubblica ed è pagata con i nostri soldi.

E ci conferma la necessità di dare un taglio alla Rai pubblica, privatizzarla, incassare il corrispettivo di mercato della sua vendita, abolire il canone e lasciare che siano i privati, che guarderanno con un occhio i bilanci e con l'altro gli ascolti, a decidere cosa mandare in onda, senza dietrologie partitiche fatte con i soldi di tutti.

26 agosto 2025

Una grande legge di Libertà: privatizzare la Rai

Tutti i governi che si sono succeduti hanno tenuto ben saldo il principio della proprietà pubblica della Rai.

Anche quando le tecnologie avevano liberato le energie perchè potessero essere della partita più attori privati, la resistenza è stata fatta su ogni singolo punto e ogni spazio di libertà per l'iniziativa privata è stato conquistato dopo feroci combattimenti casa per casa.

Adesso abbiamo un sistema misto, dove c'è una concorrenza privata che si divide tra trasmissioni in chiaro con molta pubblicità e a pagamento con poca pubblicità e c'è, ancora, un dinosauro pubblico, con circa 13mila dipendenti di cui circa 1800 sono "giornalisti".

La Rai è un ostacolo alla completa liberalizzazione del settore e ad un corretto svolgimento delle attività di informazione che devono rispondere ai cittadini e non alle ideologie politiche dei conduttori, della cui personale opinione non ci facciamo proprio nulla.

Lo squilibrio deriva dal fatto che mentre un privato deve stare attento a quello che trasmette, perchè non può permettersi di scontentare troppi spettatori e inserzionisti, pena la riduzione della pubblicità e degli abbonamenti, la Rai, che conta sempre non solo sul canone ma anche su trasferimenti da parte dello stato di risorse finanziarie, può anche trasmettere programmi faziosi, visti da poche decine di persone, finalizzati solo ad una propaganda di parte.

E può, in estate, in una lunga estate che parte a giugno e arriva a settembre, imbottire le proprie trasmissioni di canzonette, repliche e podcast di dubbia qualità e interesse e che per lo più veicolano un messaggio fazioso, neanche troppo sottointeso.

Ritengo legittimo che uno possa leggere la storia, ad esempio, di un calciatore sotto un profilo ideologico, inserendolo in un periodo storico in cui, magari, la sua nazione era governata dai militari.

Faccia pure il suo podcast come oggi va tanto di moda per ogni flatulenza.

Ma perchè deve essere trasmesso dalla Rai pubblica, pagata anche da chi quella versione ideologica non condivide ?

Lo venda (se ci riesce) ad una privata che, magari, valuterà se acquistarlo anche in base a come si collocano i propri liberi spettatori, ma non si usino i soldi di tutti per propaganda di parte.

E' una questione che si può estendere ad ogni genere di informazione, come abbiamo potuto nettamente verificare durante il covid dove le voci critiche rispetto al pensiero dominante erano escluse anche solo dal diritto di tribuna e lo vediamo oggi con le due principali guerre in corso, tra la Russia e l'Ucraina e tra Israele e i terroristi palestinesi di Hamas, dove le versioni sono a senso unico.

Legittimo in una televisione che, liberamente, scelgo di finanziare pagando spazi pubblicitari per la mia azienda o con il mio abbonamento, totalmente illegittimo in una televisione pubblica quando non solo mi viene prelevato coattivamente l'importo del canone addebitato nella bolletta della luce, ma vengono anche usate le mie tasse per coprire i debiti che un carrozzone come quello della Rai può accumulare.

Non c'è altra soluzione che privatizzare la Rai, tutta, vendendo ogni struttura e società anche a spezzatino, incassandone cospicui ricavi da porre a decurtazione del maggior debito pubblico e, magari, da utilizzare per compensare una sostanziosa riduzione delle tasse.

Gli imprenditori privati che ormai agiscono nelle radio e nelle televisioni sono in numero sufficiente per garantire un pluralismo senza oneri coatti nei confronti dei cittadini.

La Rai pubblica non serve più, è solo uno strumento ipertrofico ma anche bulimico di soldi che potremmo utilizzare molto meglio che tenere in piedi un simile carrozzone sempre più ideologicamente inquinato.

La sua privatizzazione potrebbe essere la grande riforma per il prossimo quinquennio 2027-2032, perchè la riduzione e persino l'abolizione del canone non è sufficiente se lo stato continuerà a garantire la copertura delle spese e dei debiti di una Rai pubblica.