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23 agosto 2026

Quella patata bollente dell'Ilva

Da quanti anni sentiamo parlare dell'Ilva di Taranto, del suo "inquinamento", della sua "ristrutturazione", degli interventi che occorrono, dei posti di lavoro a rischio, dei cittadini di Taranto che muoiono per l'inquinamento, dei miliardi che sono stati bruciati in quegli altiforni ?

Senza voler fare la storia di quella che fu una grande acciaieria italiana, nata originariamente nel 1905, realizzata a Taranto negli anni del boom economico, divenuta pubblica negli anni del centrosinistra (Settanta) quindi privatizzata, dopo essere stata resa passiva, nel 1995 e acquistata dalla Famiglia Riva che l'aveva riportata in attivo, arriviamo e partiamo dal 2012 (Governo Monti) quando ci fu la prima presa di posizione dei magistrati che, interferendo sul libero Mercato, disposero il sequestro degli impianti con l'accusa di "disastro ambientale".

Da quel momento, sotto i governi di Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi, fu un continuo rinvio di decisioni che aggravarono solo il problema.

L'acciaieria fu sfilata alla proprietà per poi cederla ad una cordata indiana e quindi estrometterla.

I cattocomunisti, che governavano la nazione, ma anche la regione Puglia, erano dei re Travicello, sballottati tra le istanze ecoambientaliste e quelle sindacali.

Tutti, però, chiedevano allo stato di pagare, pagare per rendere la produzione innocua per la salute pubblica e pagare per mantenere inalterata la occupazione.

Nel dubbio, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi non hanno mai scelto.

Adesso siamo, forse, all'ultimo giro con l'ordinanza di chiusura delle lavorazioni a caldo, praticamente la chiusura dell'attività.

E si chiede al Governo di Centro Destra di risolvere i problemi causati dal governi cattocomunisti da Monti a Draghi, delle giunte regionali cattocomuniste, dai magistrati, dai sindacalisti e dagli ecoambientalisti.

E si fischia la Meloni ai Giochi del Mediterraneo ma, contrariamente alle speranze dei cattocomunisti, a fischiare sono quelli che chiedono la chiusura dell'Ilva, non di cittadini che protestano per la politica generale del Governo, come testimonia una giornalista che ha seguito con molta attenzione la vicenda Ilva e conosce l'ambiente.

Che ci siano esigenze contrastanti è evidente, perchè non si può chiedere di intervenire con un investimento, solo per "mettere a norma" gli impianti, di ben cinque miliardi, tanto è il costo per garantire produzione e salute.

E ogni intervento richiede tempo, un lungo tempo, tutto quello che hanno perso i governi cattocomunisti da Monti a Draghi.

D'altra parte mi rifiuto di pagare per l'Ilva come abbiamo già, inutilmente, pagato per l'Alitalia.

Credo che ogni cittadino italiano dovrebbe ribellarsi a questo interventismo statalista fatto con i nostri soldi e senza alcuna prospettiva di recuperarli.

La situazione è quindi di stallo che si potrebbe liberare solo escludendo ogni interferenza dei magistrati, quindi dichiarando invalidi tutti i loro provvedimenti e le loro tempistiche, per poter poi vendere il tutto ad un privato che, nel tempo e compatibilmente con le esigenze di bilancio, esegua tutti gli interventi necessari per ammodernare l'impianto, rendendolo produttivo e non inquinante.

Praticamente occorre l'impossibile, figuriamoci se i magistrati ci stanno a fare un passo indietro e, con loro, gli ecoambientalisti e i sindacalisti.

E' una patata bollente che, probabilmente, resterà ancora negli anni, anche se mi auguro che la Meloni abbia il coraggio di dire che lo stato non ci metterà più un centesimo.

Perchè peggio della situazione attuale attuale c'è solo una prospettiva di una nuova Alitalia.

29 luglio 2026

Ilva: vediamo se l'Alitalia ha insegnato qualcosa

Lo scrivo subito (oltre ad averlo già fatto in passato: 17 NOV 2019 , 9 GEN 202420 FEB 20244 DIC 2025  ): neanche un centesimo PUBBLICO per l'Ilva !

Se un imprenditore PRIVATO pensa di riuscire a guadagnare mettendoci del suo, si accomodi, ma dalle esauste casse dello stato non deve uscire neanche un centesimo per seguire le paturnie ambientaliste, quelle giudiziarie e quelle sindacali.

Con un decreto, arrivato proprio mentre il Governo stava concludendo la vendita dell'Ilva ad una società indiana, ponendo termine a decenni di sprofondo rosso e di dissanguamento delle casse pubbliche, la corte di appello di Milano ha sparigliato tutti i progetti, rendendo ancora più onerosa l'impresa di chi dovesse acquisire l'Ilva.

La vicenda è nota e si può riassumere in una fabbrica che era una delle maggiori acciaierie d'europa e che, con vari passaggi di proprietà, sembrava aver trovato una nuova vita con la famiglia Riva che, però ne è stata espropriata.

Il punto del contendere sarebbe l'inquinamento prodotto dalle lavorazioni, che avrebbe causato malattie e morti tra i tarantini, soprattutto in un quartiere e che richiederebbe una profonda trasformazione dell'impianto, con costi altissimi, presumibilmente irrecuperabili se non (forse) in un lasso di tempo superiore a qualsiasi ragionevole piano industriale.

Si sono quindi scontrate opposte esigenze, quelle degli ambientalisti che pretendono la purificazione dell'aria e quelle dei sindacati che pretendono la piena occupazione.

E così sono arrivati i magistrati che, incuranti dei costi, hanno detto che bisogna, in novanta giorni, mettere tutto a norma, sennò si chiude.

La cifra stimata per mettere a norma l'Ilva è di una decina di miliardi ... stimata, poi nella realtà, come sempre, sarebbe di gran lunga superiore.

Ma siamo sicuri che poi non ci sarebbero altre paturnie da inseguire ?

In passato abbiamo visto come lo stato si sia indebitato in modo irreversibile e la base dell'indebitamento di oggi è nato tutto dal centrosinistra iniziato nel 1962, con i socialisti in maggioranza e quindi direttamente al governo e con il consociativismo con i comunisti che ha portato a spendere per accontentare le loro pretese, facendo saltare l'equilibrio dei conti pubblici.

Non siamo più riusciti a recuperare.

Emblematico il caso dell'Alitalia, che tutti ricorderanno, la Compagnia aerea di Bandiera, un piccolo gioiello (io stesso nei primi anni Ottanta ho comprato azioni Alitalia, anzi furono le prime azioni che avessi mai comprato e ne ho guadagnato) rovinato da una ambiziosa politica socialista e di remunerazione delle varie categorie che vi hanno lavorato.

Ostinatamente sono stati buttati nella Compagnia miliardi su miliardi, è stata tentata la privatizzazione, fallita per le inesorabili leggi di Mercato che bastonano chi crede di poterle ignorare e lo stato è sempre intervenuto per rifinanziare e tutelare i posti di lavoro, fino all'ingloriosa fine in bocca ai tedeschi.

Analogamente possiamo ricordare i miliardi a fondo perduto buttati nella Fiat, con la conseguenza di socializzare le perdite e privatizzare i profitti.

Quelle esperienze (e non posso mancare di ricordare le "privatizzazioni" di Prodi, tra i costi a seguito di ricavi mancati) dovrebbero aver insegnato a non intervenire, a non buttare sul tavolo della roulette Ilva i soldi degli Italiani.

Una azienda, qualsiasi azienda, anche l'Ilva deve avere la capacità di competere sul Mercato con le proprie forze, per la qualità dei propri prodotti e per la compatibilità degli esercizi finanziari.

Se, poi, intervengono fattori esterni che alterano l'equilibrio delle forze, con le pretese ieri degli ambientalisti, oggi del magistrati, domani dei sindacati, allora è meglio lasciare che siano costoro a gestire l'azienda.

Sempreché ci riescano.

Ma assolutamente senza che un centesimo di denaro pubblico, degli Italiani, venga bruciato in quegli altiforni. 

13 novembre 2025

Ilva: meglio chiusa che nazionalizzata

C'era una volta l'acciaio, con fabbriche che davano da lavorare a migliaia di operai e da vivere alle loro famiglie.

Poi sono arrivati i verdi, con la loro iconoclastia, il tutto e subito, ai quali si sono aggregati i magistrati militanti che, seduti nei loro uffici, senza curarsi delle compatibilità economiche, hanno imposto vincoli ambientali e alle lavorazioni.

Buoni ultimi i politici cattocomunisti della Puglia, che hanno cavalcato ogni movimento di protesta, sia che dicesse "vogliamo l'aria pulita" o che sostenesse "vogliamo il lavoro".

Grandi assenti i sindacalisti, che sono sembrati dei travicelli che pencolavano ora da una parte, ora dall'altra, nella classica pretesa di volere la botte piena e la moglie ubriaca.

Nel frattempo la fabbrica di acciaio più importante d'europa riduceva la sua produzione, i proprietari guadagnavano sempre meno e di conseguenza anche il lavoro era sempre di meno.

Con un ultimo sussulto sono stati mandati via (sotto processo) gli ultimi proprietari che, bene o male, erano riusciti a far quadrare i conti e ministri improvvisati mettevano le mani nella vicenda pensando di risolverla con proclami retorici e promesse il cui mantenimento sapevano benissimo sarebbe stato accollato a chi sarebbe venuto dopo di loro.

I nodi vengono sempre al pettine e siamo arrivati al punto che la geniale soluzione dei sindacati, che interrompono il tavolo con il Governo invece di collaborare a salvare i posti di lavoro, è pretendere la nazionalizzazione dell'Ilva, cioè scaricare sul bilancio pubblico le perdite ed i costi di una gestione che appare sempre più impossibile.

In sostanza i sindacati stanno ripercorrendo la stessa strada dell'Alitalia, per la quale noi Italiani ci siamo svenati fino a svenderne ciò che restava ai tedeschi (con la speranza che sia finita, come quando si applica lo "stop loss" agli investimenti in borsa: quel che si è perso, si è perso, non piangiamoci sopra e andiamo avanti evitando di ripetere l'errore).

Mi auguro che questo Governo tenga il punto, rifiutando ogni nazionalizzazione, cioè l'accollo al pubblico di una azienda in perdita economica cui si aggiunge anche l'obbligo di costosissimi interventi per adempiere a tutte le prescrizioni ecoambientaliste.

L'Italia non ha bisogno di ritornare ai tempi dell'Alitalia o delle sovvenzioni alla Fiat con le quali si privatizzavano gli utili e si socializzavano le perdite.

Se c'è un imprenditore che ritenga di poter gestire, guadagnandoci, perchè non conosco imprenditori che lavorino per perdere denaro, l'Ilva, ben venga e gli si venda l'intero asset.

Ma se non esiste questo imprenditore, allora è meglio chiudere la fabbrica che nazionalizzarla.

Costerebbe sicuramente di meno, anche in prospettiva, alle casse dello stato un aiuto ponte ai lavoratori finchè non troveranno un nuovo lavoro o, come diceva la Thatcher, con il Libero Mercato non si aprissero dieci piccole nuove fabbriche dopo il fallimento di una grande ma decotta, piuttosto che lo stillicidio di miliardi pubblici per una fabbrica improduttiva e che dovrebbe anche sottostare a stringenti normative ecoambientaliste.

Sarebbero miliardi buttati nei rifiuti come quelli per l'Alitalia o quelli del suberbonus 110% di Conte e del suo governo giallorosso.


20 febbraio 2024

Ilva e Stellantis: non a spese nostre

La vicenda dell'Ilva si avvia ad un nuovo ribaltone con la nomina di uno o più commissari per la gestione in amministrazione straordinaria, in netta contrapposizione con la maggioranza della proprietà che avrebbe voluto un concordato.

In parallelo la Stellantis ha messo il silenziatore alle aggressioni al Governo, lasciate alle punte delle penne dei giornalisti della Casa, per cercare di guadagnare il massimo dal condizionamento che il Governo subisce in relazione al mantenimento dell'occupazione.

Occupazione che anche per l'Ilva è la preoccupazione maggiore, a prescindere dai conti dell'azienda e che lo fu anche per l'Alitalia.

Mi domando però se ingessando ancora di più il mercato del lavoro con incentivi, agevolazioni, ammortizzatori sociali o, peggio ancora, con l'ingresso dello stato in aziende in perdita, si possa garantire, come pretenderebbe la Trimurti, una occupazione stabile e duratura o se,  invece,  non si tapperebbe un buco, lasciando, come è stato fatto in passato, a chi verrà dopo un anno, due o cinque, l'onere di tappare un buco ancora più grande.

La Thatcher, come cito spesso, diceva che per avere molti nuovi ricchi, occorrevano anche molti fallimenti.

Intendeva dire che il fallimento delle aziende decotte era un presupposto necessario per aprire varchi, opportunità e risorse a nuove iniziative che avrebbero quindi dato una spinta a nuovi imprenditori con il corollario di nuovi posti di lavoro.

E' uno dei principi cardine di una economia liberale, dove prospera chi produce, chi guadagna e chiude chi è in perdita, consentendo a nuove iniziative imprenditoriali di riassorbire quella mano d'opera che veniva lasciata libera dai fallimenti.

Ma questo presuppone che ci siano attori consapevoli della necessità di una idea imprenditoriale e di una mentalità industriale che non sia basata sull'assistenzialismo dello stato che, anzi, dovrebbe limitarsi a dettare e applicare regole nell'interesse nazionale, non a partecipare alla competizione economica utilizzando i soldi di tutti per spicchi di attività.

Maurizio Belpietro, in un editoriale di alcuni giorni fa, aveva ribadito la tesi che personalmente affermo da anni: la Fiat, ora Stellantis, con tutti gli interventi pubblici di cui ha beneficiato, dovrebbe appartenere agli Italiani.

Belpietro si limitava paraltro a dire che gli Agnelli dovrebbero rimborsarci con l'Alfa Romeo.

Io direi che visto che ha spostato la sede, legale e fiscale, della Stellantis all'estero mentre il cuore della Ferrari è a Maranello, Italia, dovrebbero esserci consegnati, chiavi in mano, anche marchio e stabilimenti italiani della Ferrari, realizzando quella idea che fu di Berlusconi di un marchio, conosciuto e famoso, come Ferrari, che non si limiti ad auto da corsa e di lusso, ma abbia una intera gamma di prodotti.

Tutti italiani.

Non da far gestire allo stato, ma da immettere sul Mercato, a prezzi di mercato, consentendo un ricavato che abbatterebbe, con un bel colpo, una parte del debito pubblico e creando una attività che potrebbe assorbire le maestranze di una Stellantis in fuga dall'Italia.

Capisco che sia più facile, soprattutto per la Trimurti sindacale, sbraitare chiedendo in continuazione esosi finanziamenti statali, aumentando il debito pubblico, per potersi godere la momentanea gratificazione del "salvataggio" dei posti di lavoro, salvo poi ritornare a chiedere altri soldi pubblici dopo qualche mese quando la dura realtà dei conti economici non lascia scampo ad una attività in perdita.

E capisco anche la difficoltà di governare quando si deve affrontare ogni giorno un problema, al quale viene sempre, da tutte le parti ed in ogni circostanza, fornita la soluzione fondata su un esborso di denaro pubblico.

Ma se non si cominceranno a dire dei no, dei no ragionati e mirati, soprattutto ad accollare allo stato, cioè a tutti noi, finanziamenti e debiti altrui, non cambieremo mai registro e saremo condannati ad inseguire perennemente la ricerca di un capitolo di spesa da chiudere o spostare per finanziare questo o quel buco che si apre e che deve essere tappato per "esigenze sociali".

09 gennaio 2024

L'Ilva non sia la nuova Alitalia

La storia dell'Ilva la conosciamo tutti.

Per farla breve, la più importante e produttiva acciaieria italiana e una delle prime in Europa è stata schiantata dal fanatismo ambientalista, da magistrati che hanno imposto costosissimi interventi, dall'incapacità cattocomunista di gestire una produzione in armonia con il diritto alla salute dei cittadini di Taranto e dei sindacati di tutelare il lavoro dei dipendenti diretti e dell'indotto.

La vicenda Ilva è tutta "cosa loro", delle amministrazioni cattocomuniste, dei governi inetti a guida cattocomunista, dei sindacati, delle fole ambientaliste, degli interventi della magistratura.

E adesso pretendono che sia il Governo di Centro Destra a porvi rimedio.

Purtroppo il Governo risponderà e sperpererà altri soldi pubblici per puntellare un'azienda che è destinata al fallimento, come l'Alitalia.

O come la Fiat che, dopo essere stata salvata più volte dai governi con i soldi degli Italiani, adesso ha trasferito la sede e il centro di interesse fuori dall'Italia, dando ragione a chi la definiva "il cancro dell'economia nazionale".

L'Ilva sarà salvata, per qualche anno o solo per qualche mese, dall'intervento dello stato che, aumentando il debito pubblico, inietterà altri soldi nell'azienda, ma è destinata a fare la fine dell'Alitalia perchè tutti i vincoli ambientali che le vengono imposti non la faranno mai tornare ad essere produttiva ed a nessuno, neppure allo stato, può o deve essere chiesto di fare l'imprenditore in perdita.

E' l'ennesima dimostrazione che lo stato non dovrebbe entrare nel gioco economico e industriale, perchè perde la sua caratteristica di terzo regolatore del Mercato, un Mercato che, da solo, sarebbe in grado di sopperire alle esigenze industriali con quell'equilibrio di fallimenti e di nuove società che porta a nuove ricchezze, come diceva la signora Thatcher per la quale occorrevano molti fallimenti per avere anche molte nuove imprese.

Uno stato che è arrivato a registrare un debito pubblico di oltre 2800 miliardi e una spesa annua di oltre 1100 miliardi, non può permettersi nuove uscite a fondo perduto, men che meno per tenere artificialmente in vita una azienda improduttiva.

So che le mie speranze sono destinate ad infrangersi contro il muro contrapposto, ma unito dal voler mungere la mucca statale, cioè gli Italiani, composto dai fanatici dell'ambiente e dal peggior assistenzialismo cattocomunista, ma è necessario che qualcuno ricordi che è la sinistra che ha completamente fallito in ogni suo aspetto, interpretando tutte le parti in commedia (compresa quella del giudice) e il Governo non dovrebbe fare altro che dare voce al Mercato, per la logica conclusione di una vicenda in cui non si deve scaricare sul pubblico quel che il privato non vuole perchè antieconomico.

17 novembre 2019

Se sull'Ilva si muovono le procure


Sulla ex Ilva di Taranto si sono scritti e continuano a scriversi tante parole.
Non poteva mancare l'intervento della magistratura, in questo caso la procura di Milano (ma perchè Milano ? Infatti a ruota arriva la procura di Taranto, così ci sarà anche una questione di competenza tanto per allungare i tempi).
Quando le questioni finiscono con le carte bollate, ogni parte ha la possibilità di esporre ragioni validissime (almeno apparentemente) e la decisione finale dovrebbe essere assunta da un giudice che dovrebbe essere terzo, imparziale e quindi degno di credibilità.
Non vorrei che l'intervento della procura munisca di buone ragioni ArcelorMittal per giustificare il suo abbandono dell'ex Ilva, dopo la castroneria gigantesca compiuta dal governo, dai cinque stelle, dal pci/pds/ds/pd, dall'estrema sinistra di leu e dai renziani di togliere lo scudo penale a chi avrebbe dovuto sanare l'impianto.
L'intervento delle procure, infatti, accredita la tesi di ArcelorMittal sulla necessità di uno scudo penale e ne legittimerebbe la scelta di recedere dal contratto.


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