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22 febbraio 2021

Con simili professori si capisce il degrado educativo

Un docente dell'università di Siena ha paragonato Giorgia Meloni ad una serie di animali e l'ha accostata a lavori umili (ma sicuramente effettuati da persone con maggior dignità del signore in questione).

Giorgia Meloni ha dato una lezione di stile al professorone, ottenendo solidarietà anche dalla parte opposta dello schieramento (a denti stretti, peraltro e non in modo unanime) e rinunciando a chiedere punizioni.

Un comportamento esemplare (anche se mi auguro che provvedimenti punitivi siano assunti) anche perchè, in un'epoca dove quando uno ti guarda storto scatta la querela intasando i tribunali per un nulla e concedendo ai magistrati (sul cui "sistema" consiglio di leggere il libro di Sallusti e Palamara) ulteriore potere, è veramente un segno di superiorità ribattere solo con le parole.

Inutile dire che "una volta" nessun politico si sarebbe permesso di insultare o dileggiare, cosa che oggi è all'ordine del giorno in mancanza di validi argomenti.

Mi ricordo, in una tribuna politica del passato, Giovanni Malagodi, segretario del Partito Liberale Italiano, dibatteva con un comunista e, nella foga, ad un certo punto gli scappò un "lei mente", salvo poi immediatamente correggersi, chiedendo scusa: mi scusi, "lei dice cose non vere".

Altri tempi, altra tempra.

Ma credo che siano spiegabili anche dal fatto che sia un docente universitario ad aver utilizzato linguaggio offensivo, come una professoressa di liceo scrisse auguri di morte ai Poliziotti e come maestre elementari e d'asilo insegnano "bella ciao" a dei bambini.

Sempre "una volta", non sarebbe mai accaduto perchè a quei tempi gli insegnanti, tranne rare eccezioni di "militanti", insegnavano greco e latino, matematica e geografia, non si sentivano investiti del compito di coartare la volontà dei giovani per formarli, come nella Germania Est o in Cina, al verbo ideologico.

L'educazione, anche politica, spetta, in primo luogo alla famiglia e quindi al confronto con i propri simili.

Gli insegnanti militanti come il professore di Siena che, non a caso, fu anche assessore per il pci/pds/ds/pd, sono i principali responsabili del nostro degrado scolastico ed educativo e non possono essere tenuti in cattedra.

E' l'ora di ripensare alla scuola pubblica e domandarsi se non sia il caso che lasci spazio ad istituti privati che si reggano sulle rette e le donazioni e che, quindi, se hanno una classe docente inadatta non abbiano studenti e siano costretti a chiudere.

16 agosto 2010

L'educazione

Una volta in famiglia ci si rivolgeva con un rispettoso “Voi”: “Buongiorno Signor Padre, avete riposato bene ?”.
Un rispetto che andava oltre le formalità, per riconoscere l’autorità della persona cui ci si rivolgeva o solo per rappresentare quanto fosse considerato importante il riconoscimento della identità individuale del prossimo.
Dal “Voi” si è passato ad un altrettanto rispettoso ed educato “Lei”, diffondendosi sempre più il “Tu” nell’ambito famigliare e tra amici, ma solo quelli “veri” ed intimi.
Ancora nella mia infanzia era naturale educare i bambini a rivolgersi agli adulti, a tutti gli adulti, con un rispettoso “Lei”.
L’educazione se uno non ce l’ha, non se la può dare.
La chiave di svolta, in negativo, fu, anche per questo aspetto, il periodo iniziato con “il ‘68”, quando un malinteso senso di egualitarismo che fu, in realtà, massificazione e conformizzazione al ribasso, introdusse l’uso del “Tu” indiscriminato.
Ai professori, che male fecero a non sanzionarlo tempestivamente, con gli amici dei genitori, con le persone che si incontravano per la prima volta, con i colleghi di lavoro pari grado e anche superiori gerarchici.
Man mano che i “sessantottini” arrivarono nel mondo del lavoro, anche gli ambienti più esclusivi, passarono dal “Lei” al “Tu” credendo con ciò di essere finemente popolari e risultando, invece, maleducatamente ignoranti (nel senso etimologico del termine, si intende).
Così oggi andiamo a comprare anche un paio di calzettoni e ci sentiamo interpellare da una commessa squinzia, tutta tatuaggi e piercing con una età che potrebbe essere nostra figlia: “quale colore preferisci ?” e a nulla vale insistere “mi dia … mi faccia provare … “ perché sono sorde e cieche anche davanti alla insistenza con cui il cliente utilizza il “Lei”.
Ma il crollo della educazione non si limita al modo con il quale ci si rivolge al prossimo, ma anche a come ci si presenta in pubblico.
Per molte persone, soprattutto donne, ma negli ultimi anni sono dilagati anche aberranti costumi maschili, non fa differenza essere su una spiaggia o al lavoro in una città.
Le “infradito” sono l’esempio più eclatante del mancato rispetto che si ha non solo del prossimo, ma soprattutto della propria dignità.
Ma non ci facciamo mancare uomini con quei ridicoli pantaloncini a mezza gamba (“pinocchietti” mi sembra si chiamino) indossati con ostentata impermeabilità al buon gusto.
E se una volta negli uffici, pubblici e privati, trovavi gli impiegati non in divisa, ma presentarsi con la dignità ed il rispetto di un aspetto curato, spesso con una classica eleganza senza ostantazione, oggi l’anarchia regna sovrana.
Barbe incolte e maglioni modello “Cipputi” per chi vuole mostrarsi giovane a dispetto degli anni che passano e che sono regolarmente denunciati dai capelli bianchi o dalla loro progressiva assenza, dalle rughe, dal giro vita, mentre anche a livello dirigenziale, con la scusa del risparmio energetico e dei consumi ecosostenibili (ultima frontiera dello sciocchezzaio ecoambientalista) stanno scomparendo giacca e cravatta per lasciare il posto a “sportivi” manager tanto “alla mano” nei colloqui e nel vestire (peraltro rigorosamente “firmato”: nulla di più volgare che la plateale ostentazione di una neoricchezza), quanto crudelmente attenti a come meglio tagliare i costi del personale (e che tentano improbabili citazioni colte parlando della “grande vittoria di Napoleone a Waterloo” …).
L’educazione, ecco un altro aspetto della vera questione morale che affligge la nostra società e che rischia di distruggere la nostra civiltà.

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