Ciò che è bene per la sinistra è male per l’Italia. Ciò che è male per la sinistra è bene per l’Italia.

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16 novembre 2010

Patria, Nazione e ... paese

In questi tempi, più che mai, ascoltiamo i tromboni della politica politicante che parlano aulicamente di “interesse del paese”, nel nome del quale invitano, rigorosamente qualcun altro, “a fare un passo indietro”.
Su questo “passo indietro” ho già scritto un post che vedrà la luce nei prossimi giorni.
Qui mi va di stigmatizzare l’uso del bruttissimo termine “paese”, al posto dei più nobili e significativi “Patria” e “Nazione.
I tre vocaboli non sono sinonimi, ma se “Patria” e “Nazione” esprimono una Identità, una Radice, “paese”, utilizzabile ugualmente per una sperduta località della provincia, come per l’intera Italia, manifesta tutta la perdita di Identità e di Radici di chi lo utilizza.
Alcuni credono che sia una traduzione del termine “Country” che viene usato negli Stati Uniti, dove “right or wrong is my Country” rappresenta una frase fortemente identitaria.
Ma, come tutti sanno o dovrebbero sapere, la lingua inglese, rispetto alla nostra, è una lingua più tecnica che umanistica e dove una parola assume una pluralità di significati e sfumature, a seconda del contesto, quando noi, con la nostra bella “lingua del sì” abbiamo coniato vocaboli appositi per esprimere differenti concetti.
Così “country” è sia paese, ma anche Patria.
La verità è che il termine “paese” al posto di “Patria” o di “Nazione”, è stato usato al termine della seconda guerra mondiale per evitare l’ “accusa” di nazionalismo.
L’uso divenne generalizzato alla fine degli anni sessanta e negli anni settanta, quando la crescita comunista, cioè di un movimento internazionalista, l’esatto contrario del nazionalismo, fomentava il calpestare i simboli e il linguaggio che esprimessero Identità e richiamo alle proprie Radici.
Fu in quell’epoca che, per maggior disprezzo, cominciarono a bruciare le bandiere nazionali.
I deboli politici dell’epoca chinarono la testa e adottarono l’anodino vocabolo “paese”.
La questione lessicale si ripropone, oggi, con maggior forza.
“Paese” è il termine prediletto da chi rinnega e nasconde le proprie origini, le proprie Radici, la propria Identità nel nome di una società (che spero di non vedere mai realizzata) multiculti, multietnica, multirazziale.
Patria e Nazione rappresentano infatti un richiamo fortemente identitario, un richiamo a quelle radici ben delineate dal Manzoni dell’Italia “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor.
Una Italia, cioè, nella quale gli immigrati sono e restano stranieri.
Quegli immigrati che pur di restarvi, alle loro condizioni, si asserragliano su una gru e gettano sulla Polizia bottiglie ed escrementi.
E vengono accontentati invece di essere presi e rispediti a casa loro, anche a nuoto se necessario.
Oggi, quindi, l’uso delle parole diventa ancor più pesante e significativo.
Gli esponenti del Centro Destra dovrebbero acquisire e fare proprio anche un linguaggio identitario e che esprima il richiamo alle nostre Radici, se non altro per distinguersi ancor più in positivo rispetto ai dirimpettai di sinistra “politicamente corretti”.
Lasciamo che siano i sinistrati a parlare, riduttivamente, di “paese” e torniamo a parlare di ciò che più conta e ci caratterizza rispetto agli stranieri: Patria e Nazione.

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15 novembre 2009

Una Identità forte per i Valori Tradizionali

La meschina aggressione mediatica, giudiziaria e politica nei confronti del Premier Silvio Berlusconi rischia di essere, volutamente, fuorviante.
La divisione imposta da piccoli individui che non perdono occasione per attaccare Berlusconi personalizzando la questione inganna chi la segue, perché la divisione è identitaria e sui Valori che si vogliono porre a base della nostra società.
Berlusconi, pur con tutte le sue cautele, i ripensamenti, i condizionamenti, soprattutto, derivanti dall’apparato mediatico ostile, rappresenta, meglio di chiunque altro, l’Italia che vorremmo.
E’ l’Italia che dice “no” all’immigrazione perché sono rimasti solo i posti in piedi e neanche per tutti gli italiani.
E’ l’Italia che non rinuncia al Natale, al Crocefisso, alla carne di maiale, alle canzoni natalizie, alle proprie sane Tradizioni per evitare di “offendere” i nuovi arrivati (che poi sarebbero coloro che dovrebbero entrare a casa nostra in punta di piedi e senza pretese).
E' l'Italia che sa accettare chi viene per assimilarsi alla nostra Gente, consapevole che la cittadinanza è un percorso lungo, un premio finale e non merce di scambio di un suk medio orientale.
E’ l’Italia che non ritiene un eroe chi muore per le conseguenze di una vita sregolata e con la droga in tasca.
E’ l’Italia che non piange il suicidio di una terrorista rossa.
E’ l’Italia che vuole che Cesare Battisti sconti tutta la pena cui è stato condannato in un carcere italiano e non sia l’ennesimo terrorista rosso che evita la giusta punizione.
E' l'Italia che onora la memoria di chi è caduto combattendo in terra straniera per garantire benessere e sicurezza in Patria e non di chi, mentre devasta una città, lancia estintori contro quelle Forze dell'Ordine che cercano di impedire la distruzione delle proprietà pubbliche e private.
E’ l’Italia che vuole cessino gli sprechi di denaro pubblico perché possano essere ridotte le tasse.
E’ l’Italia che vuole che a scuola si insegnino le sane, solide nozioni di una volta e non le chiacchiere delle veline dei giornali di sinistra, magari con una approssimativa traduzione latina.
E’ l’Italia che schifa chi va con i trans e coloro che hanno le pulsioni di accoppiarsi con persone dello stesso sesso, simboli di un decadimento morale che rischia di far collassare la nostra Civiltà, ma li tollera purchè le loro "gesta" siano mantenute rigorosamente nel privato delle quattro mura di casa loro e non pretendano riconoscimenti giuridici.
E’ l’Italia che quando non è imbrigliata da mille leggi e laccioli, dimostra al mondo intero quanto valga la fantasia e la capacità individuale uscendo più e meglio di altri dalla recessione.
E' l'Italia che può svilupparsi solo lasciando che la libera iniziativa e il libero mercato, evitando di imbrigliare la capacità e l'inventiva, premino il genio italiano.
E’ l’Italia che vorrebbe Giustizia e non i processi eterni e rimasticati all’infinito per colpire “il nemico” che da 15 anni ha un solo nome: Silvio Berlusconi.
E’ l’Italia che vorrebbe una pubblica amministrazione snella, amica e veloce e non oppressiva, punitiva e burocratica solo per giustificare i 4,5 milioni di dipendenti pubblici.
E’ l’Italia che vorrebbe abitare in case riscaldate d’inverno e refrigerate d’estate e non, per far contenti un pugno di chiassosi ecoambientalisti, soffrire il freddo o il caldo solo perché viene bloccata la costruzione di centrali nucleari quando ai nostri confini ve ne sono a decine.
E’ l’Italia che vuole una sanità efficiente, per le cure da fornire, subito, a chi ne ha diritto perché ha anticipatamente pagato per esse.
E’ l’Italia che vuole città ordinate, pulite, sicure, con una Polizia che abbia la possibilità di reprimere chi mette in pericolo tale ordine, senza che debba sistematicamente ricominciare da capo a causa di magistrati che pensano più ai “diritti” dei delinquenti che a quelli dei cittadini onesti.
E’ l’Italia che è consapevole che un ruolo di primo piano nella politica mondiale costa anche gli oneri per partecipare alla comune azione contro le bande terroriste islamiche.
E’ l’Italia che vuole essere libera di esprimere le proprie opinioni senza dover fare slalom tra leggi liberticide e sovietizzanti.
E’ l’Italia che ne ha abbastanza di chi prende voti a Destra e poi li spende sistematicamente per sostenere principi che contrastano con la coscienza della Destra.
E’ l’Italia che, per Tradizione e Cultura, sta dalla parte della Vita e non della morte.
E’ l’Italia dalle solide Radici Romane e Cristiane.
E’ l’Italia: “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”.
Su questi temi Berlusconi farebbe bene a chiamare gli Italiani alle urne, come gli ha consigliato Cossiga, per un referendum finale non sulla sua persona, bensì su quale Italia si vuole realizzare e, una volta determinata la scelta, messi a tacere oppositori esterni ed interni, agire senza più compromessi per costruire l’Italia che vogliamo.

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19 agosto 2009

La questione identitaria

Mentre la stampa ideologicamente di sinistra e di proprietà dei “poteri forti” continua stancamente a sbirciare sotto le lenzuola di Berlusconi, il Premier tiene ben saldo il timone e gli Italiani capiscono che la rotta è chiara, tanto che il Cavaliere si permette di ipotizzare un taglio delle tasse che sarebbe benefico per la ripresa della nostra economia ed esiziale per la sinistra.
Così il vuoto politico dell’estate 2009 può essere riempito dall’unico partito identitario rimasto in Italia dopo la dissoluzione, pronubo Fini, della Destra erede del glorioso M.S.I.: la Lega.
Al centro del dibattito sono i temi della Lega: il controllo dell’immigrazione, la sicurezza dei cittadini, l’affermazione delle nostre radici, la difesa dei più deboli, la rivalutazione dei salari mangiati dal costo della vita, tutti temi che anche nei sondaggi dei media di sinistra, come sky tg 24, trovano consensi massicci, ben oltre il 70%.
Ma la Lega , per la sua natura identitaria, non può limitarsi a temi che solo a sinistra non capiscono essere condivisi dalla maggioranza del Popolo, ma in questa estate ripropone argomenti che riguardano direttamente l’”essere” una nazione.
Così le critiche all’Inno di Mameli, la proposta di affiancare, con dignità costituzionale, bandiere e inni locali a quelli nazionali, l’insegnamento del dialetto e la preferenza da accordare, per l’assunzione di cattedre e impieghi pubblici, a gente locale, diventano argomenti di discussione.
A volte seria, altre aprioristicamente ostile.
Il Conte di Cavour, nel 1861, commentando l’avanzata di Garibaldi e la totale cacciata dell’esercito borbonico dalla Sicilia, scrisse a Costantino Nigra, Ambasciatore a Parigi: “Gli aranci [la Sicilia] sono già in tavola, ma i maccheroni [Napoli] non sono ancora cotti!".
Con lo sfaldamento delle truppe borboniche pare che abbia integrato con un “adesso anche i maccheroni sono in tavola e ci tocca mangiarli”.
E’ ormai storicamente provato che Cavour, abile politico, non aveva affatto in mente l’Italia come la conosciamo e che essa fu il frutto dell’avventurismo militare di Garibaldi (sostenuto in odio allo Stato Pontificio dalla Massoneria e dalla Chiesa Anglicana) e dell’ambizione dei Savoia.
Così, invece di un Regno d’Italia che avrebbe compreso le regioni del Nord, abbiamo avuto l’Unità “dalle Alpi a Lampedusa”.
Una altra frase celebre attribuita a Massimo D’Azeglio è “L’Italia è fatta, ora dobbiamo fare gli Italiani”.
Perfettamente condivisibile, peccato che a 150 anni dall’Unità, gli Italiani non sembra che, ancora, siano stati “fatti” (a proposito: condivido con Bossi l'importo da destinare alle celebrazioni del 2011 di euro zero. Meglio risparmiarli, quei soldi, e limitarsi ad un discorso, tanto le parole dei politici non costano ...) .
Ci provò il Duce e probabilmente ci sarebbe riuscito se avesse avuto ancora un altro paio di decenni, ma il maggior contributo di conoscenza reciproca fu dato dalla Grande Guerra e dal servizio militare obbligatorio.
Non sembra però con quei risultati auspicabili.
La Lega prende quindi atto delle diversità culturali, storiche, sociali e anche – e soprattutto – di approccio mentale allo Stato tra i cittadini di questa Italia e reclama l’Identità per il Nord, estendendo questo concetto oltre i ristretti margini geografici, potendo facilmente comprendervi la Toscana, le Marche è quella parte settentrionale del Lazio fino a Roma.
Grosso modo si vede una profonda differenza tra quel blocco che fu il Regno delle Due Sicilie e il resto dello Stivale.
Nel Regno delle Due Sicilie sostanzialmente unificato sotto dominazioni o pesanti influenze straniere (spagnoli, francesi, arabi), il resto, soprattutto nel Nord Lombardo Veneto, orgogliosamente autonomo, con Repubbliche comunali che poterono estendersi come grandi potenze dell’epoca (Venezia, Milano, Firenze su tutti) ma con una Famiglia che, unica, riuscì, per la propria ambizione, a costruire un qualcosa di duraturo e proiettato nel futuro: i Savoia.
E’ così peregrina, dunque, la richiesta della Lega di dare dignità costituzionale a bandiere, inni e lingue locali ?
Non mi sembra.
Come non mi sembra fuori luogo chiedere che sia titolo preferenziale l’origine nel luogo per l’assegnazione di una cattedra o di un posto pubblico.
Ed è questione identitaria anche la conservazione di quei costumi che caratterizzano una comunità, come la cucina, le feste … perché allora non il “dialetto” che, in alcuni posti, come il Veneto, è una vera e propria Lingua ?
Del resto in Italia non abbiamo una festa nazionale, ne abbiamo tre o quattro a seconda dell’ideologia di riferimento, del periodo storico che si vive e di chi è al governo.
E, ammettiamolo, il Tricolore ci fa palpitare, ma è ancora giovane: quanta più Storia ci racconta il Leone di San Marco !
Perché, dunque, non dare il segno di continuità coniugando un passato glorioso e quello che, con il contributo di tutti, può essere un futuro altrettanto importante ?

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10 marzo 2008

Identità e Tradizione patrimonio de La Destra/Fiamma Tricolore

Se i programmi elettorali sono un libro dei sogni impossibili, buoni solo a far discutere e magari a diventare … carta straccia, cionondimeno possono dare una idea dell’ indirizzo della lista che li propone.
Così la somiglianza tra i programmi pdl e pci/pds/ds/pd trova in quel “ma anche” che incautamente Berlusconi ha inserito tra le radici giudaico cristiane e la parte migliore dell’illuminismo, il suo momento apicale perché in quella frase c’è tutta l’ipocrisia di un politicamente corretto che speravamo di non vedere mai in Berlusconi e che sembra proprio una forzatura alla sua stessa natura, come dimostra il gesto, autenticamente berlusconiano, del vero Berlusconi, di strappare pubblicamente il programma di Veltroni.
Ma carta canta (e villan dorme, dice il proverbio …).
E il “ma anche” dimostra come il tentativo del pdl sia quello di annacquare principi e valori che, una volta, appartenevano alla comunità del Centro Destra, per essere inclusivo di realtà che, con il Centro Destra, c'entrano come il cavolo a merenda.
Ma la bandiera di quei valori non viene ammainata, perché il testimone viene raccolto da La Destra/Fiamma Tricolore, che ha fatto dell’Identità e della Tradizione le sue colonne portanti.
Quando nel programma de La Destra/Fiamma Tricolore si parla di Sacro e Bello, ci si rifà ad una Tradizione umanistica che ha la sua culla nella nostra Patria e, quindi, la Tradizione non può essere disgiunta dalla Identità Nazionale, da un concetto di sovranità che travalica ogni e qualsivoglia trattato, per rimettere la decisione ultima sulle sorti di una nazione al suo Popolo e non ad una congrega di burocrati monetari.
Sono Principi, sono Valori che trovano una difficile attuazione in una società inquinata dal mercantilismo estremo (liberista, non liberale) e dal materialismo relativista (socialista, non progressista) che, non a caso, sono ovunque contrapposti all’Ideale Conservatore.
Sono Principi e sono Valori che possono dare una idea del come un partito, inserendoli nel proprio programma, voglia proporre un progetto di stato che non sottragga risorse ai cittadini nel nome di imposizioni di ragioneria da banche centrali.
Nessuna nazione è mai cresciuta con il pallottoliere e nessuna nazione è mai progredita se ha fatto prevalere le ragioni di bilancio a quelle dello sviluppo.
Ce lo hanno insegnato Francia e Germania che stanno uscendo meglio di noi dalla crisi perché se ne sono bellamente infischiate dei parametri di Maastricht.
E lo hanno potuto fare perché considerano la propria nazione, il benessere del proprio popolo, superiore alle parole scritte in un trattato, che oggi c’è e domani sarà diverso.
La Destra/Fiamma Tricolore, nella solidità della storia dei propri esponenti, garantisce che quei Principi, quei Valori saranno al centro dell’azione politica.
Queste petizioni di principio, non sono quindi fini a se stesse, perché rappresentano l’anima di un’azione politica, quell’anima che il pdl ha perso rifiutando l’apparentamento con La Destra.
Acquista quindi ancor più valore il richiamo, nel programma de La Destra/Fiamma Tricolore a Identità e Tradizione, tanto più quanto altri si sovrappongono nel dare prevalenza a semplici equazioni matematiche.
E’ un motivo in più per considerare con favore il voto a La Destra/Fiamma Tricolore.

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21 ottobre 2007

Quale il Centro Destra del futuro ?

Mentre aspettiamo tutti la cacciata di Prodi da palazzo Chigi, dilettiamoci nelle discussioni accademiche tanto piacevoli, quanto concretamente inutili.
Chi navigasse tra i blog che si riconoscono nell’area creativa e sempre in fermento del Centro Destra, potrebbe evidenziare che ci si divide, sostanzialmente, su due filoni in due vicende parallele.
Ci sono gli emuli dell’operazione partito presunto democratico che attivano iniziative a sostegno della costituzione di un partito unico/unitario del Centro Destra, sognando situazioni lontane (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia) e leader che non sono importabili in italia (Sarkozy, Cameron, Giuliani).
C’è invece chi orgogliosamente riafferma la propria identità e radici politiche, disposto sì, concretamente e ragionevolmente, a trattare, da pari a pari, una coalizione, ma non disponibile a rinunciare a simboli ed eredità ideali che appartengono ad una Storia gloriosa e che rende onore ai protagonisti ed a chi non la dimentica.
Questi due schieramenti, ambedue titolati a stare nel Centro Destra, hanno anche (pur con le dovute distinzioni e situazioni di confine) concezioni differenti del sistema elettorale che dovrebbe essere applicato in Italia.
Quelli che sostengono il partito unitario sono, naturalmente, favorevoli ad un sistema maggioritario secco, all’inglese, che consenta una maggioranza netta, anche non avendo una maggioranza assoluta di elettori.
La ratio di questo comportamento sta nella prevalenza dell’aspetto “governabilità”, quindi di assumere decisioni e dare corso a progetti, che con il maggioritario acquisterebbe priorità sulle impostazioni ideali, creando i presupposti per un gruppo di maggioranza più coeso.
Con il maggioritario si creerebbero dei partiti che non avrebbero rappresentanza (o l’avrebbero ininfluente) e, almeno in Italia, con elettori costretti a “turarsi il naso”, votando il “partito grosso” più affine e non il partito in assoluto che meglio rappresenta le proprie idee, pur di impedire l’arrivo al potere del “partito grosso” più lontano dai propri principi.
Paradossalmente, considerata la situazione che esiste in Italia, si ricreerebbe una situazione simile a quella della prima repubblica, dove in molti votavano (anch’io ... una volta) per la DC “turandosi il naso” secondo l’invito di Montanelli, pur di non consentire al PCI di diventare il primo partito d’Italia.
Chi, viceversa, continua a rivendicare con orgoglio la propria identità, non può che essere sostenitore dell’attuale legge elettorale che, lungi dall’essere una “porcata”, richiederebbe solo un paio di modifiche (ma una sola fondamentale: l’estensione del premio di maggioranza su base nazionale anche per il senato) per conseguire in pieno due risultati più che soddisfacenti: creare coalizioni omogenee e garantire la presenza di partiti identitari che rappresentano un patrimonio di storia, civiltà e cultura politica italiana.
Paradossalmente questa seconda ipotesi creerebbe governabilità solo con una maggioranza di Centro Destra, come la situazione di governo attuale ci insegna, anche se con meno capacità realizzativa, dovendo scontare una necessaria opera di sintesi tra le varie istanze, ognuna importante – sotto il profilo della dignità politica – ma anche determinante sotto quello numerico.
Sullo sfondo la divisione in “blocchi” che riguarda le grandi famiglie ideologiche del novecento: Conservatori, Liberali, Socialisti, all’interno delle quali ne esistono altre che possono avere anche una forza superiore a quella di origine (come i Comunisti nell’ambito della famiglia Socialista).
Su questo temo ho già scritto e ho visto che anche altri hanno provveduto ad esprimere una opinione che collima solo in parte con la mia cioè là dove si attribuisce al “fattore K” la responsabilità di una necessaria alleanza tra liberali e conservatori.
Suppongo che, grosso modo, su questa fotografia – magari con qualche piccolo aggiustamento – ci si possa ritrovare in tanti.
Quello che ci divide è la prospettiva, la strada da imboccare e le azioni da sostenere.
Devo dire che prima dell’esperienza di Tocqueville ero sostenitore di una Grande Destra dei Valori e del Fare che potesse ritrovarsi un partito unitario, nel quale ogni identità ottenesse pari dignità, rispetto e considerazione.
A distanza di oltre 35 anni dalle mie prime esperienze politiche giovanili, mi sono invece ritrovato nella stessa situazione (questa volta su un altro versante) non potendomi riconoscere in molti aspetti che l’ala estrema radicaliberale del Centro Destra pone al centro della sua azione.
Allora non potevo stare con i “Fascisti” perché non ero sufficientemente “Fascista” (o magari non lo ero affatto), oggi non posso stare con i “Liberali” perché non sono sufficientemente “Liberale” (o magari non lo sono affatto).
E, in effetti, come allora se ero favorevole ad una netta contrapposizione – anche di piazza – alla sinistra, non condividevo l’astio da sconfitti perenni verso gli Stati Uniti e il richiamo alla parte decadente del Fascismo, quella sociale; oggi se sono favorevole al libero mercato ed al capitalismo come sistema di base, non condivido né la tesi sulla supremazia della libertà economica su quella politica (veggasi la Cina), né il laissez faire estremo propugnato dall’ala fondamentalista del neoliberismo che tanta eco ha nella blogosfera di Destra (per non citare ora la questione dei Valori Morali).
Per questo mi sono sempre definito “di Destra” senza ulteriori specificazioni, avendo, a seconda dell’argomento in discussione, trovato vedute coincidenti ora con una microfamiglia, ora con l’altra.
Ritenevo, quindi, a torto, che oggi ci si potesse tutti ritrovare in un unico contenitore.
Ho invece potuto constatare come questo non sia possibile.
Valori che ritengo debbano essere fondamentali per un partito, come il rispetto delle Tradizioni, delle Radici, della Gerarchia (non mi riferisco a quella ecclesiastica, ma in generale), di un Ordine Morale, non sono comuni.
Non è possibile fare un partito unico e questo nonostante la presenza del “fattore K” che, comunque, ci costringerà a trovare un minimo comun denominatore per impedire che l’Italia sia assoggettata da personaggi come quelli che (forse …) hanno vinto le ultime elezioni.
E la riprova se ne ha proprio nel microcosmo della cosiddetta blogosfera di Centro Destra dove, quasi da subito, l’ala radicaliberale ha cercato di costituirsi in blocco pronta a fagocitare il resto, ridando per reazione forza ad iniziative preesistenti come Il Castello o nuove come Triares, la cui crescita progressiva conferma la necessità "di" e lo spazio "per" una connotazione identitaria, pur se inserita un in un contenitore più ampio che potrebbe essere paragonato non ad un partito unitario, bensì ad una coalizione di pari.
Allora credo che la soluzione migliore sia quella di un proporzionale che favorisca la formazione di due sole coalizioni, garantendo nel contempo le identità, in attesa di una evoluzione che, liquidando il “fattore K” possa ripristinare una normale dialettica tra Liberali e Conservatori, con il terzo incomodo Socialista, purgato dall’anima comunista, oggi nettamente maggioritaria (perché non dimentichiamoci che il partito presunto democratico è dominato dagli elementi post comunisti, dalla loro organizzazione, dalle loro strutture, dai loro quadri, tanto che per riprendere una espressione del Presidente Berlusconi si potrebbe parlare di questo “nuovo” - ? – soggetto politico come del PCI/PDS/DS/PD tanto per dare un’idea delle origini e del persistente dna).
E come non vedrei nulla di strano in una fusione tra Fini (non di A.N. dove ritengo continuino a restare – a fatica – molti “identitari”) e Forza Italia, così credo che per la chiarezza del quadro politico la parte estrema dello schieramento radicaliberale debba, oltre a costituirsi in movimento, presentarsi in modo autonomo (e non “ospiti” di Forza Italia), anche per contarsi elettoralmente, nella consapevolezza che, comunque vada, anche i voti dei partiti identitari contribuiranno alla vittoria della coalizione e non saranno “messi in frigorifero”.
Liberali e Conservatori sono sì costretti per ora a coniugare assieme le loro attività di governo, quindi addivenire a compromessi sulle scelte, ma non sono costretti a convivere sotto lo stesso tetto, a meno che … una fuga in avanti nella scelta del sistema elettorale non imponga un passo così azzardato e prematuro.
E non è detto che una scelta del genere abbia, in Italia, gli stessi effetti che ha avuto in paesi dalle radici democratiche ben più antiche.


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