Ieri Giorgia Meloni ha, ancora una volta, accettato l'invito ad un congresso di un partito o sindacato ostile ed è andata al congresso di Calenda che, talmente felice, ha gonfiato il petto come un tacchino a Natale.
Teoricamente Calenda ha fatto un qualcosa che appartiene al rito della democrazia.
Ricordo i "saluti" dei segretari dei vari partiti (tranne l'MSI contro il quale c'era la conventio ad excludendum sotto il cappello dell'infame arco costituzionale) che giravano i congressi altrui e ricordo che, all'epoca, si sospendevano le riunioni parlamentari per rispettare il momento congressuale di questo e di quello.
Poi il dialogo è stato sostituito dal dileggio veicolato dai cosiddetti social, dove chiunque apre bocca e dove i politici, soprattutto quelli senza idee o argomenti, sono costretti ad alzare sempre di più l'asticella dell'insulto per avere seguito o risonanza.
Ed è la strada scelta da Renzi, che ha toccato il fondo (ma scommetto che si è già messo a scavare perchè al peggio non c'è mai fine) facendo dire alla Boschi che sarebbe meglio un Conte ter di un Meloni 1.
Calenda, che a lungo è stato il più imprevedibile (il che può essere anche letto come "infido") si è trovato spiazzato e ha invitato la Meloni, scambiandosi di ruolo con Renzi e indossando i paludamenti dell'inclusivo dialogante.
La copertura mediatica gli è stata fornita non solo dal puntuale intervento della Meloni, ma anche dall'infantilismo dei cattocomunisti che, in presenza della Meloni, si sono rifiutati di presenziare con delegazioni ufficiali (ma sono arrivati, alla spicciolata, alcuni timidi contestatori dei loro leaders).
Non so se Renzi sia stato invitato o si sia rifiutato di andare al congresso del suo alter ego, a riprova che i due dioscuri dell'abortito terzo polo navigano a vista agendo non in base ad un progetto o un Ideale, ma annusando l'aria e comportandosi di conserva, senza alcuna bussola che non sia la loro smisurata autoreferenzialità.
Una supponenza che è inversamente proporzionale ai voti che raccolgono e che non hanno consentito a nessuno dei due di entrare nel parlamento europeo.
Sarebbe molto bello se si riprendesse nella antica abitudine di presenziare (questa volta senza esclusione alcuna) ai congressi altrui, ma dubito che ciò possa accadere finchè il dileggio è l'unica cifra dello scontro politico, il tutto veicolato da "professionisti dell'informazione" in concorrenza tra loro per trasmissioni che danno la caccia ad un numero ristretto di spettatori e che vivono solo se fanno notizia e fanno notizia solo se latrano più del concorrente.
La Meloni ha fatto bene a mettere in chiaro che non intende cambiare la sua maggioranza, anche perchè oggi Calenda c'è e domani sarà da un'altra parte, esattamente come Renzi che dopo aver a lungo strizzato l'occhio alla Meloni, adesso cerca di rifarsi una verginità a sinistra distinguendosi con colui che maggiormente l'attacca anche sul piano personale.
La maggioranza c'è ed è solida, temprata da decenni di convivenza di vittorie e di sconfitte in comune.
E' anche un bene che ci siano partiti distinti, perchè ognuno porta una sua peculiare caratteristica che ben si innesta nel corpo del Centro Destra.
Calenda e Renzi continueranno nel loro minuetto alla ricerca di visibilità e in talune circostanze i loro pochi voti potrebbero spostare l'esito di alcune competizioni elettorali, ma nè la Meloni, nè la Schlein potranno mai fare affidamento su una loro sincera partecipazione ad una alleanza che voglia realmente governare e non solo gestire il potere.
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