Una iniziativa del solito marpione
Giuliano Ferrara, ha riaperto la discussione sulla
legge 194/1978, quella che consentì l’interruzione della gravidanza, depenalizzandola e rendendola lecita in alcuni, limitati, casi, in cambio dello “
zuccherino” concesso ai cattolici di una serie di norme – per lo più disapplicate – sull’informativa e sui consultori.
La legge fu poi confermata con larga maggioranza in un
referendum svoltosi nel 1981.
Mi ricordo che nella
campagna referendaria del 1974, quando si trattò di scegliere se confermare o abrogare la legge sul divorzio, venne anche fuori la questione aborto e, per tranquillizzare molti, davanti all’accusa che il divorzio era solo
il primo passo verso una legislazione contraria alla comune morale cattolica, si negava la volontà di procedere con ulteriori leggi, come quella dell’aborto.
Nel
1978, in pieno regime consociativo, una
debolissima Democrazia Cristiana, cedette su tutto il fronte e non fece nulla per impedire l’approvazione della legge abortista, in ciò “coadiuvata” da
un papa vecchio e debole (Paolo VI) che infatti sarebbe morto 3 mesi dopo l’approvazione della legge, da un
clima politico mondiale che sembrava preannunciare la vittoria totale del comunismo (presidente degli Stati Uniti il pessimo Jimmy Carter, democratico) e da una politica interna inquinata dal
compromesso storico, dalla crescita delle
brigate rosse (la legge fu approvata quando era appena stato trovato il cadavere di Aldo Moro) e dalla
pusillanimità di molte strutture cattoliche, anche ecclesiastiche.
Nel 1981 i referendum sull’aborto, in realtà, furono due.
Uno
radicale per ampliare la portata della legge e la possibilità di abortire, che fu bocciato con quasi il 90% dei voti contrari ed uno proposto dal
Movimento per la Vita che si proponeva di restringere le possibilità di aborto e che fu bocciato con il 68% dei voti contro il 32% di sostenitori.
All’epoca votai “no” – cioè contrario alle modifiche – in entrambi i casi.
Per la cronaca nel 1974, referendum sul divorzio, non avevo la possibilità di votare, ma
avrei votato “sì”, cioè favorevole all’abrogazione della norma divorzista.
Naturalmente le mie scelte – reali e virtuali – dell’epoca erano (e lo sono ancora oggi)
influenzate dal quadro politico generale.
A 17 anni (1974) non ero più – come non lo sono ora - un cattolico praticante, ma ero, come sono sempre stato,
visceralmente anticomunista.
L’MSI, unico partito assieme alla Dc che in ambedue le circostanze sostenne la battaglia per il “sì”, aveva una
forte componente laica che, valutata anche la presenza di alcune tendenze neopagane, sarebbe stata orientata a sostenere la legge divorzista e successivamente abortista.
Ma
Giorgio Almirante,
lungimirante Leader della Destra, portò il partito a sostenere le ragioni del “no al divorzio”, pur essendo lui stesso un separato, sia per tutta una serie di motivazioni “tecniche” che non mancano mai, ma soprattutto – dal mio punto di vista – in base ad un
ragionamento politico.
Sostenere la battaglia divorzista sarebbe stato un
assist alla sinistra, un aiuto a
legittimarla come forza di governo e avrebbe aperto le porte ad una possibilità di ingresso del PCI in una inedita formazione governativa che andava dal PLI (che già mostrava i sintomi del virus zanoniano) al PCI stesso ed alle frange estreme (Psiup, Lotta Continua, radicali).
Almirante aveva ragione.
Dopo la vittoria nel referendum del 1974, il PCI ottenne successi nelle amministrative del 1975, conquistando regioni, province e comuni come mai prima e le cui conseguenze stiamo pagando ancora oggi.
Napoli e Roma caddero nelle mani comuniste e grave è la
responsabilità di alcuni ambienti liberali (forse oggi si chiamerebbero libertari …) in tali situazioni.
Non a caso
Zanone – nel 1976 segretario di un irriconoscibile Pli - negli anni successivi alla fine della prima repubblica si schierò a sinistra diventando anche sindaco di Torino ed ora è senatore del pci/pds/ds/pd.
Nel 1981 la situazione era diversa.
Ronald Reagan aveva fortunatamente sostituito Carter e, a livello interno, la spallata comunista era stata, bene o male, assorbita dal muro di gomma della Dc, mentre in Vaticano sedeva un Pontefice straniero, dopo credo 400 anni, proveniente dalla martoriata Polonia, martire del comunismo.
Ma, soprattutto,
il voto “politico” sui referendum di quell’anno era garantito dai temi “forti” quali ergastolo, porto d’armi e ordine pubblico, sui quali l’estrema sinistra cercava di ottenere consensi per disarmare Polizia e cittadini, per ridurre le pene ai delinquenti e per impedire l’uso di quegli strumenti – quali, ad esempio, il “fermo di polizia” – utili alla guerra contro il terrorismo.
Non a caso in questi referendum e nel referendum sull’aborto promosso dai radicali,
la maggioranza degli italiani contrari alle proposte referendarie fu “bulgara”, mentre, ugualmente non a caso, la percentuale dei favorevoli alla proposta del referendum promosso dal Movimento per la Vita fu inferiore a quella dei favorevoli all’abrogazione del divorzio di 7 anni prima.
Sono personalmente convinto che se quel referendum fosse stato “unico”, senza la compagnia degli altri quesiti, la percentuale dei “si” sarebbe aumentata … almeno si sarebbe aggiunto anche il mio.
Evidente, quindi, la mia posizione che fa prevalere considerazioni di carattere politico a considerazioni di altro genere.
A me appare evidente che
l’aborto sia un “uccidere” e che moralmente sia esecrabile.Credo anche che, sempre moralmente, possa essere
accettato il sacrificio di un essere umano se necessario per salvarne almeno un altro.
La legge 194, applicata rigorosamente, avrebbe potuto garantire che l’aborto sarebbe stato praticato
solo in casi circoscritti nei quali la salute e la vita della madre fossero stati in pericolo.
Poiché non si può chiedere alle donne di essere tutte come Maria Goretti (che infatti è santa) anche in un concepimento derivante da una violenza dovrebbe poter essere consentito abortire legalmente.
Naturalmente applicando le norme "di contorno" della legge in modo che si possa illustrare le
alternative possibili alla scelta di sopprimere una innocente vita umana.
Oggi, grazie ad uno che a quei tempi era un talebano dell’estremismo di sinistra, si concretizza la possibilità di una
modifica della 194 in senso restrittivo, per dare maggiore tutela al nascituro.
La situazione generale è mutata.
Il
femminismo, ancorché esistano ancora alcune sue vestali, è tramontato come è tramontata la stagione del “
sessantotto” (
di cui parleremo, sempre in chiave di ricordi personali, perché “io c’ero” e non ho mai portato l’eskimo !) che fece da humus per la diffusione di idee balzane sulla legislazione le cui conseguenze, però, stiamo pagando ancora oggi.
Allora
non è peregrina l’idea di ripensare alla 194, per dare una compiuta attuazione alle sue norme, per impedire abusi che spesso motivano con passaggi della legge la semplice volontà, priva di reali motivazioni anche “tecniche” di non partorire.
E a questo proposito devo dire che quello che a me, degli abortisti e soprattutto delle femministe, ha sempre dato fastidio e alimentato ostilità nei loro confronti, è la
pretesa che l’ultima parola spetti alla donna, con esclusione sostanziale del marito.
E’ ciò che ritrovo anche in alcuni commenti di questi giorni, che pongono in evidenza come sia la donna a doversi “gestire” la maternità come libera scelta.
Eh no !
La libera scelta deve essere “prima” del rapporto.
Se una non vuole la maternità deve provvedere e deve imporre al partner di provvedere a dotarsi di quegli strumenti ed assumere quelle sostanze che impediscono di ritrovarsi con una gravidanza indesiderata.
Se, però, la gravidanza si manifesta
la scelta deve essere in regime di par condicio, con il parere del padre uguale a quello della madre e, in caso di dissenso, a prevalere deve essere la speranza che è sempre accesa da una nuova vita, perché lo stato deve garantire, in mancanza di motivi gravi, la vita del concepito che non può avere altra difesa se non quella della legge.
E qui sta la necessità di
avere una legge che regoli l’eventualità di ricorrere all’aborto, ma che sia scritta avendo in mente l’interesse alla salvaguardia della vita umana, che sia quella della madre alla pari di quella del figlio, concepito con l’intervento necessario e irrinunciabile del padre, al quale spetta uguale voce in capitolo.
Ma la situazione è diversa anche nel quadro politico.
Se è vero che, con una facile battuta, si potrebbe dire che “
se avessimo avuto l’aborto quando nacquero, oggi non avremmo i Prodi, i D’alema, i Veltroni” (magari ne avremmo altri ... peggiori è difficile, comunque …) è anche vero che come
nel 1974 la vittoria nel referendum sul divorzio fece da volano per una fortissima avanzata comunista, così oggi una affermazione delle tesi favorevoli alla Vita potrebbe agevolare un cambiamento di mentalità, di prospettive e anche di sistema politico di cui beneficerebbero le forze del
Centro Destra.
E’ quindi con la
naturale diffidenza che provo vista l’origine (Giuliano Ferrara) della proposta, ma con la convinzione che possa essere utile, che personalmente auspico la revisione della 194, soprattutto dopo aver letto degli
urlati “niet” opposti dalle erinni governative, tristi epigoni di un paleofemminismo da archiviare con la sua epoca.
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