Il suicidio è compiuto.
Grazie ad una scelta inaspettatamente masochista, inquinata dal “politicamente corretto” di una canea mediatica tutta schierata a senso unico, gli Stati Uniti abdicano alla leadership dell’Occidente che fino ad oggi (e fino alle ore 12 di Washington del 20 gennaio 2009) detenevano (deterranno) in modo indiscusso.
Gli americani hanno eletto il loro Odoacre e “ucciso” il loro Oreste decretando la fine del loro imperium.
Il risultato di queste elezioni impedisce ora di volgersi a Washington per avere risposte, in linea con i Valori della nostra Tradizione, alle sfide che vengono lanciate alla nostra Civiltà.
L’elezione di un elemento le cui radici sono ben lontane da quella Civiltà e quella Cultura che ha nella Romanità e nella Cristianità le sue fonti e nell’Europa la sua culla, mi inducono a rivolgere altrove la mia attenzione per continuare una battaglia che rispetti una Tradizione, rigettata dal voto americano.
Il pericolo davanti al quale siamo ora posti è che da Washington arrivino input distruttivi per la nostra Civiltà, visto che il nuovo presidente discende da un padre africano e da una madre ultra liberal che abbandonò persino il suo paese di cui ne disconosceva, con la politica, l’intima essenza e c’è da domandarsi con preoccupazione quanto i suoi genitori saranno presenti – inquietanti ombre – nelle sue scelte.
Ugualmente della moglie si conoscono, prima di essere candidata a diventare first lady, giudizi fortemente negativi verso gli Stati Uniti, disprezzando quindi quella nazione – ma soprattutto le sue radici e origini - di cui suo marito sarà purtroppo presidente.
Lo stesso neo eletto ha manifestato tendenze inequivocabilmente socialiste, con frequentazioni ambigue quando non pericolose e sospetti di simpatie musulmane.
Ci sono tutti gli ingredienti per fare una miscela esplosiva che potrebbe distruggere l’Occidente e il benessere di tutti noi, soprattutto con un presidente ambizioso, inesperto, obbligato a dimostrare di essere e di esserci, più di qualsiasi altro suo predecessore e, nel contempo, rappresentante di una tradizione che non è quella che ha fatto grandi gli Stati Uniti.
Tutti coloro che hanno a cuore le sorti di quella Civiltà che si è snodata da Roma a Washington, passando per il glorioso periodo imperiale Britannico e la stagione del Colonialismo europeo (quando l’europa era l’Europa) devono ora guardare oltre questa sconfitta, facendo quadrato attorno all’ultimo baluardo di una Civiltà affine, quella Russa, che, anche se solo di recente, ha riscoperto il valore della Tradizione.
Gli Americani hanno preferito scegliere il candidato amato dai loro nemici e rifiutare quello che avrebbe rinnovato la fiducia dei loro amici e meritano di non avere più amici, perché quelli di sempre guarderanno altrove e, come sempre avviene, i vecchi nemici resteranno tali, pronti a bruciare la loro bandiera.
Putin non è la scelta migliore e non sarebbe la prima scelta.
Per ora è l’unica scelta che ci è rimasta.
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Grazie ad una scelta inaspettatamente masochista, inquinata dal “politicamente corretto” di una canea mediatica tutta schierata a senso unico, gli Stati Uniti abdicano alla leadership dell’Occidente che fino ad oggi (e fino alle ore 12 di Washington del 20 gennaio 2009) detenevano (deterranno) in modo indiscusso.
Gli americani hanno eletto il loro Odoacre e “ucciso” il loro Oreste decretando la fine del loro imperium.
Il risultato di queste elezioni impedisce ora di volgersi a Washington per avere risposte, in linea con i Valori della nostra Tradizione, alle sfide che vengono lanciate alla nostra Civiltà.
L’elezione di un elemento le cui radici sono ben lontane da quella Civiltà e quella Cultura che ha nella Romanità e nella Cristianità le sue fonti e nell’Europa la sua culla, mi inducono a rivolgere altrove la mia attenzione per continuare una battaglia che rispetti una Tradizione, rigettata dal voto americano.
Il pericolo davanti al quale siamo ora posti è che da Washington arrivino input distruttivi per la nostra Civiltà, visto che il nuovo presidente discende da un padre africano e da una madre ultra liberal che abbandonò persino il suo paese di cui ne disconosceva, con la politica, l’intima essenza e c’è da domandarsi con preoccupazione quanto i suoi genitori saranno presenti – inquietanti ombre – nelle sue scelte.
Ugualmente della moglie si conoscono, prima di essere candidata a diventare first lady, giudizi fortemente negativi verso gli Stati Uniti, disprezzando quindi quella nazione – ma soprattutto le sue radici e origini - di cui suo marito sarà purtroppo presidente.
Lo stesso neo eletto ha manifestato tendenze inequivocabilmente socialiste, con frequentazioni ambigue quando non pericolose e sospetti di simpatie musulmane.
Ci sono tutti gli ingredienti per fare una miscela esplosiva che potrebbe distruggere l’Occidente e il benessere di tutti noi, soprattutto con un presidente ambizioso, inesperto, obbligato a dimostrare di essere e di esserci, più di qualsiasi altro suo predecessore e, nel contempo, rappresentante di una tradizione che non è quella che ha fatto grandi gli Stati Uniti.
Tutti coloro che hanno a cuore le sorti di quella Civiltà che si è snodata da Roma a Washington, passando per il glorioso periodo imperiale Britannico e la stagione del Colonialismo europeo (quando l’europa era l’Europa) devono ora guardare oltre questa sconfitta, facendo quadrato attorno all’ultimo baluardo di una Civiltà affine, quella Russa, che, anche se solo di recente, ha riscoperto il valore della Tradizione.
Gli Americani hanno preferito scegliere il candidato amato dai loro nemici e rifiutare quello che avrebbe rinnovato la fiducia dei loro amici e meritano di non avere più amici, perché quelli di sempre guarderanno altrove e, come sempre avviene, i vecchi nemici resteranno tali, pronti a bruciare la loro bandiera.
Putin non è la scelta migliore e non sarebbe la prima scelta.
Per ora è l’unica scelta che ci è rimasta.
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