Ciò che è bene per la sinistra è male per l’Italia. Ciò che è male per la sinistra è bene per l’Italia.

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Si devono intraprendere le guerre per la sola ragione di vivere senza disturbi in pace (Cicerone)

No alla deriva

No alla deriva
Diciamo NO alla deriva

17 gennaio 2009

Napolitano presidente delle Due Sicilie

I giornali di ieri hanno registrato le esternazioni di Napolitano a Lametia Terme.
In sostanza colui che dovrebbe rappresentare l’Italia intera è sceso in campo indossando i colori a lui più congeniali di presidente delle Due Sicilie.
Evidente la differenza tra il tono secco usato nei confronti del Nord che, a suo dire, ha il “dovere inderogabile” di cacciare i soldi per buttarli nel pozzo senza fondo del meridione e la sorridente paternale al suo Sud che ha invitato solo ad essere capace di portare il suo contributo, espressione così generica e debole da essere totalmente inefficace.
Che Napolitano sia un presidente del Sud era da tempo chiaro, ma ieri si è sbilanciato in modo irreversibile.
E se sostiene che siamo noi del Nord a dover pagare perché così vuole la costituzione, allora è evidente che, pur avendo una costituzione “rigida”, ognuno la tira e vi trova ciò che più gli fa comodo, mettendo in risalto ciò che gli torna utile ed ignorando il resto.
Ed è quindi ovvio che una costituzione che obbligherebbe una parte dei cittadini a pagare per l’altra parte senza avere nulla in cambio, è una costituzione che merita di essere buttata via e sostituita, dal primo all’ultimo articolo, al più presto.
Perché il concetto di solidarietà non ha nulla a che vedere con quello di accollo degli oneri altrui.
Io sono solidale e disponibile a contribuire in caso di evento catastrofico naturale perché i miei connazionali possano più facilmente rialzarsi.
Non sono disponibile a pagare, ogni giorno, vedendo annullare i miei sforzi da mille interessi, diecimila rivoli e poche tasche in cui finiscono i miei soldi, senza che siano realizzate le opere per le quali sono tassato e senza neanche vedere un palpito di reazione o di orgoglio nei cittadini del Sud.
Allora meglio, molto meglio, che ognuno affronti i suoi problemi con le proprie forze e con i politici e gli amministratori che merita e che si è eletto, senza dirottare risorse da chi le produce e saprebbe reinvestirle e farle fruttare, a chi si limita a consumarle senza alcun beneficio per la collettività.

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15 gennaio 2009

I vescovi dell'Apocalisse

La stampa ha dato risalto ad una notizia presentandola come una dura critica “dei vescovi” al governo italiano in merito alla gestione del problema degli immigrati.
A parte il fatto che le esternazioni sono di Famiglia Cristiana e dell’ufficio della Cei sugli immigrati, a parte il fatto che ho molti dubbi che tali esternazioni siano condivise da molti vescovi italiani che ben conoscono non solo la realtà della nazione, ma anche il sentimento della base cattolica, è pur vero che la dichiarazione di un “ministero” della Cei deve essere colto, fino a smentita, come la posizione dei vescovi.
Una posizione legittima, perché la Cei ha il diritto di intervenire sulle vicende italiane, su tutte: non solo immigrazione, ma anche aborto, eutanasia, omosessualità e via discorrendo.
Quindi il primo aspetto è: se a sinistra riconoscono legittimità e portano ad esempio l’esternazione ecclesiastica sull’immigrazione, altrettanto sono obbligati a fare con le altre dichiarazioni, pur non condividendone e legittimamente criticandone il contenuto.
Esattamente come mi accingo a fare in merito all’immigrazione.
Se i vescovi ritengono che le leggi italiani siano troppo repressive (?) dell’immigrazione, fanno bene a criticarle.
E noi facciamo bene a criticare i vescovi ed a chiedere invece un inasprimento di quelle stesse leggi.
Perché in Italia non c’è posto per tutti quelli che vogliono venire, a meno di dare per scontato un fortissimo abbassamento della qualità della vita, del nostro benessere e della nostra sicurezza.
La tassa sul permesso di soggiorno, così come il far pagare le cure sanitarie, è un atto dovuto per evitare che noi italiani si stia sempre a metterci le mani in tasca, trasformando l’Italia in un Bengodi per gli immigrati cui spettano tutti i diritti e nessun dovere.
Non si capisce perché gente come Pezzotta dichiarasse di amare le tasse e oggi si opponga alle tasse sugli immigrati.
Forse che le tasse sono belle solo se appioppate agli italiani ?
Ma, soprattutto, dobbiamo avere la consapevolezza che il fenomeno immigratorio non è una risorsa, perché porta noi italiani a cullarci nell’illusioni che saranno loro a fare i lavori che noi non vogliamo più fare, indebolendo la nostra capacità di far fronte alle difficoltà, ma soprattutto porta ad una profonda alterazione del tessuto sociale, economico, etnico, religioso della nazione che, di questo passo, non sarà più la nazione italiana, ma un ibrido, come sta per accadere in Francia, senza radici e, quindi, senza storia e senza futuro.
Le tasse sull’immigrazione oltre ad essere un corretto strumento per far pagare agli immigrati i costi che finora ci siamo accollati noi per il loro rimpatrio e per le loro cure, è anche un deterrente per mandare un forte segnale a chi ancora vorrebbe venire ad affollare un panorama già sin troppo affollato.
Deterrente al quale deve necessariamente essere aggiunta una politica più repressiva alla fonte, non solo per rimpatriare chi arriva, ma per impedire che arrivino immigrati non selezionati.
I vescovi guardano da un profilo umanitario.
Ma è solo un aspetto parziale di quel che deve essere un governo di una nazione, dove, in primo luogo, devono essere tutelati gli interessi degli italiani.
I vescovi spingono per una politica dell’accoglienza.
Ma rischiano di perdere i consensi della loro base (che in gran parte sarebbe pronta ad organizzarsi per rimandare gli illegali a casa loro e per impedire lo scempio delle nostre piazze con le “preghiere” islamiche) senza acquisire alcun reale beneficio in termini di conversione da parte di questi immigrati.
I vescovi, che pretenderebbero che lo stato, cioè i contribuenti italiani, si svenasse per pagare contributi alle casalinghe (magari spesso donne straniere immigrate e arrivate in Italia per il “ricongiungimento”) o pagasse i servizi a cinque stelle per gli extracomunitari, sarebbero più credibili se, invece di dire a noi: pagate!, mettessero mano al portafogli e vendessero i beni della Chiesa per organizzare, privatisticamente, quelle assistenze che vorrebbero accollare a noi.
Mi ricordo un film di una quarantina di anni fa, protagonista Anthony Quinn: L’uomo venuto dal Cremlino.
La trama è di fantapolitica.
Un vescovo russo, perseguitato dal regime, viene liberato e quindi eletto papa.
Scoppia una crisi internazionale e, per impedire uno scontro, il papa (Kiril I si era nominato Quinn nel film) mette a disposizione le ricchezze accumulate dalla chiesa nei secoli.
Ecco.
Se i vescovi condividono l’esternazione del loro ministro per gli immigrati agiscano come Quinn nel film citato.
Si spoglino di tutte (ma proprio tutte !) le loro ricchezze e paghino di tasca loro le iniziative che vorrebbero far pagare a noi.

Naturalmente a noi rimane il diritto di accettare e concedere la cittadinanza avendo ben presente il primario interesse di chi italiano lo è già, da generazioni.

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14 gennaio 2009

Fini. Basta la parola

Berlusconi non è fortunato con quanti gratifica del seggio da presidente della camera.
Nel 1994, vincendo a sorpresa le elezioni politiche e stoppando la marcia dei comunisti al governo, intese premiare la “pasionaria” della Lega Nord, Irene Pivetti.
Finchè l’allenza con Bossi funzionò, tutto bene, poi la Pivetti fece da corona ad uno Scalfaro in vena di doroteate, con grave danno per Berlusconi ma, soprattutto, per l’Italia.
Nel 2001 fu gratificato Pierferdinando Casini.
E l’Udc fu il principale artefice di tante frenate sulla via delle riforme.
Adesso è il turno di Fini, quello che definì il pdl “comica finale”, ma poi accettò di farne parte.
Grave l’errore di Berlusconi di non perseguire la sua intuizione iniziale: estromettere Fini e Casini, imbarcando al loro posto tutti i “minori” di area come Rotondi e anche Storace.
Avrebbe vinto ugualmente le elezioni, con una compagine più coesa e magari con un presidente della camera che non avrebbe esternato ogni giorno, criticando e ostacolando l’azione di governo, lanciando continui assist all’opposizione da cui riceve scroscianti applausi.
E sono proprio i consensi dell’opposizione – di cui Fini si candida ad assumere la guida al posto di Veltroni – che dovrebbero far riflettere Berlusconi.
Così ricordiamo le continue, allucinanti e per nulla di destra, dichiarazioni di Fini:
- voto agli immigrati
- il Fascismo “male assoluto”
- responsabilità della Chiesa nella persecuzione degli ebrei
- no alla tassa sull’immigrazione
- no al rilascio di fideiussioni da parte degli immigrati che intraprendono una attività
- il pdl come “comica finale”
- basta con i voti di fiducia
- metodologia delle riforme condivise
.
Anche Cossiga ha ricordato a Fini che il presidente della camera deve assumere posizioni istituzionali, invece esterna peggio di Bertinotti.
Fini, se lo ricordi, Berlusconi, aspira a sostituirlo, ma quando mai potrebbe ricevere il consenso del Popolo di Destra visto che le sue posizioni sono in contrasto con le aspirazioni di questo stesso popolo ?
Se Fini dovesse diventare il delfino di Berlusconi si aprirebbero autostrade per scelte alternative al pdl e, in ogni caso, meglio al governo un nemico dichiarato che un "amico" come Fini.
Fini. Basta la parola.

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13 gennaio 2009

Che Alitalia del Cai !

Berlusconi ha molte qualità.
Tra queste la capacità progettuale e la determinazione per perseguire la realizzazione della sua visione.
Fininvest/Mediaset e Forza Italia/Pdl sono le prove tangibili di tali doti.
Anche Alitalia appartiene ad una sua visione più che condivisibile.
Un anno fa la sinistra stava per svendere ai francesi di Air France la Compagnia di Bandiera, affossata dai debiti.
Berlusconi ha una geniale intuizione: Alitalia deve restare italiana.
Rincuorati dalla presa di posizione del leader di una opposizione che era data per vincente alle elezioni, i sindacati autonomi, ma anche i confederali per effetto traino, hanno impedito che si consumasse la svendità di Alitalia ai francesi del signor Spinetta.
Berlusconi vince le elezioni e, tra le tante cose, cerca di rendere realtà quella che fino ad allora era stata solo una sua visione.
Infatti, nonostante le sue affermazioni non esisteva alcuna cordata italiana che, invece, è stata faticosamente composta dopo il voto.
Nacque la Cai.
Purtroppo nella Cai c’era un solo imprenditore della navigazione aerea, Carlo Toto, che aveva le sue gatte da pelare con la sua compagnia, Air One.
Gli altri erano manager di banche, industriali del ferro, finanzieri.
Tutti usi a cercare il guadagno immediato, hic et nunc, non a costruire una impresa proiettata verso il futuro.
In cambio di forti agevolazioni – pagate con i soldi di tutti noi – Berlusconi riesce ad ottenere una clausola che impegna a mantenere italiana la compagnia per 5 anni.
E dopo ?
Il dopo si intravede già adesso.
Bisognosi di un partner del settore, Cai ha ceduto il 25% delle quote azionarie proprio ad Air France, la sposa rifiutata un anno prima.
Si può ragionevolmente presumere che, se non accadrà qualche ribaltone tipo il fallimento di Air France ..., fra 4 anni Alitalia sostituirà il verde con il blu.
In questa situazione sono state rifiutate altre alleanze o, forse, non sono state né sollecitate, né alcun pretendente si è fatto avanti.
Berlusconi forse pensa a qualche colpo di scena fra 4 anni (intanto c’è tempo) ma è opportuno evidenziare un paio di aspetti critici:
- l’essersi affidato a finanzieri orientati a sinistra (il presidente di Cai è il padre di un parlamentare di sinistra ed altri hanno sistematicamente espresso le loro simpatie per la parte politica ostile a Berlusconi);
- aver accettato Air France come partner.
Sarebbe stato molto meglio (anche per le nostre tasche) lasciar fallire Alitalia e sostenere la nascita di più compagnie nazionali, magari collegate a più partner stranieri.
In questo modo la ciambella (cioè la giusta visione) di Berlusconi non è riuscita con il buco, tranne con quello nel bilancio dello stato.

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12 gennaio 2009

Dico “no” allo stipendio statale per le casalinghe

Un alto prelato, a capo di una qualche commissione pontificia sul sociale, ha rilanciato un vecchio tormentone: il riconoscimento del lavoro in casa mediante uno “stipendio” che lo stato dovrebbe corrispondere alle donne di casa.
La esternazione del prelato trova fondamento anche nella situazione di crisi generale, quando ogni aiuto è un sollievo ed è un tentativo di rilanciare il ruolo della famiglia come nucleo di base della nostra società.
Il prelato ha ragione nel riconoscere dignità lavorativa alle donne che stanno in casa a lavare, cucinare, fare la spesa, occuparsi della prole e, magari, anche degli anziani.
Non solo svolgono un lavoro vero e proprio, ma aiutano la famiglia a far sì che quel che il marito guadagna sia utilizzato per altre necessità.
Ed è proprio qui che casca il prelato quando sostiene il riconoscimento statale alle casalinghe.
Perché le casalinghe devono essere remunerate attraverso un onere sulla collettività quando l’utile è privatistico, cioè della famiglia di cui fanno parte ?
Il prelato sostiene che se vengono pagate le colf per svolgere i lavori domestici, altrettanto deve essere riconosciuto alle casalinghe.
Giusto.
Ma le colf non ce le paga lo stato, le colf le paghiamo noi, per ottenere un beneficio privato.
O forse il prelato pensa che lo stato tanto corrisponde alle casalinghe e in egual misura alle coppie che lavorano (e che devono pagare una colf per quel che la moglie non fa in casa) o agli scapoli/nubili ?
Non credo.
Se venisse accolta la proposta del prelato si verificherebbe un ingiustificato arricchimento da parte delle famiglie le cui donne non lavorano perché non solo non dovrebbero pagare colf, ma riceverebbero anche un contributo dallo stato, mentre le coppie che lavorano e gli scapoli ( e le … zitelle … ;-) vedrebbero i loro redditi sistematicamente decurtati dagli oneri colf.
Se, quindi, l’istanza del riconoscimento del lavoro casalingo è giusta, perché di lavoro si tratta, tale riconoscimento non può pesare sullo stato perché ne beneficiano solo dei privati, ma deve essere posto a carico di chi ne beneficia.
Ad esempio obbligando ad un accantonamento/accreditamento a favore della moglie quanti beneficiano del ruolo di casalinga della propria consorte.
Per questo è mal posta la questione se si ritiene di far pagare allo stato, cioè a tutti noi, anche alle donne che lavorano, anche agli scapoli, uno stipendio per le casalinghe.

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11 gennaio 2009

Sì alla tassa sull'immigrazione

La Lega ha proposto un emendamento che imponga una tassa da 50 euro per ogni permesso di soggiorno rilasciato e una fideiussione di diecimila euro quando un immigrato dovesse iniziare una attività imprenditoriale.
Sono subito insorti coloro che, da ogni singolo atto del loro comportamento, sembrano interessati a regalare la nostra terra agli stranieri.
Non sorprende la coincidenza di interessi tra Fini (più credibile come sucessore di Veltroni che di Berlusconi), la sinistra e l’anima liberalsocialista del “partito di centro, moderato e liberale”.
Costoro non hanno alcun ritegno nel promuovere, con la scusa dell’ ”accoglienza”, dei “diritti umani”, dell’ “antirazzismo”, ogni iniziativa che agevoli l’immissione di persone estranee alla nostra cultura, alla nostra storia, alla nostra società.
E’ la stessa politica che ha portato alla rovina gli Afrikaners (o Boeri) in Sud Africa.
Contemporaneamente arrivano ancora a migliaia gli illegali sulle nostre coste e di questi il 75% chiede asilo che viene concesso ai due terzi dei richiedenti.
Tutto ciò grava sulle spalle del contribuente italiano.
Anche quei pochi rimpatri forzosi sono a nostro carico (ed è la spesa più accettabile).
Non solo, ma il mantenimento, le cure, l’alloggiamento, il vitto di tutta questa massa di persone sono a spese dello stato italiano, cioè dei singoli cittadini italiani.
E’ così peregrina l’idea di far pagare il permesso di soggiorno a chi ne usufruisce ?
A me sembra un’ottima idea, visto che gli immigrati trovano servizi implementati grazie alle nostre tasse e il loro contributo non sarebbe altro che un parziale (parzialissimo) rimborso che potrebbe peraltro aiutarci a ridurre l’eccessiva pressione fiscale che grava sui nostri stipendi.
Ma anche l’idea di una fideiussione è un’ottima idea.
Quante volte siamo venuti a conoscenza di immigrati che chiedevano prestiti, affittavano locali, avviavano una impresa, salvo poi farsi di nebbia appena ottenuti finanziamenti o senza rimborsare il dovuto ?
E quale recupero crediti sarebbe possibile, quando con poche migliaia di euro questi potrebbero tornare nei loro paesi facendo vita agiata a spese nostre ?
Allora l’impegno di una fideiussione, una cauzione, è il giusto contrappeso che funzionerebbe da deterrente a queste piccole “stangate” poste in atto da alcuni furbacchioni.
In fondo, come per chiunque, colpire nel portafogli, un affetto caro a qualsiasi latitudine, è un deterrente ad abusare della eccessiva tolleranza (chiamiamola così …) che manifestano certuni quando si parla di immigrazione e, magari, anche a frenare l’arrivo di tanti illegali con la loro immancabile richiesta di asilo (sin troppo accolta).

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09 gennaio 2009

Rai:meglio la pubblicità del canone

In Francia svolta “epocale”: stop progressivo alla pubblicità sui canali pubblici.
Con la solita mediocrità provinciale gli intellettualoidi di sinistra italiani, sempre pronti ad elogiare quel che accade all’estero e a disprezzare le iniziative nazionali, si interrogano se non sia il caso di seguire l’esempio di Sarkozy.
Premettendo che personalmente sostengo la necessità di privatizzare integralmente la Rai, in modo da por fine alle lotte tra "bande" che cercano di accaparrarsi visibilità e clientele con i nostri soldi, per lo stesso motivo ritengo che, se proprio dobbiamo tenerci una televisione pubblica, allora è molto meglio liberalizzare la acquisizione di pubblicità, abolendo integralmente il canone.
E’ la posizione esattamente contraria a quella degli intellettualoidi che trovano nelle parole del direttore generale Rai, Cappon, una sponda quando dice: se togliamo la pubblicità occorrono altre risorse.
E da dove si possono prelevare quelle risorse ?
Ma dalle tasche dei cittadini
, dove se no ?
Con l’aggravante che quando una trasmissione vive grazie alla pubblicità che ospita, muore se non ha ascolti soddisfacenti, mentre se manca il controllo delle aziende che pagano gli spazi commerciali, i dirigenti Rai possono sbizzarrirsi nel promuovere i propri amici, trasmissioni ideologicamente segnate, costruire clientele, indipendentemente dagli ascolti e dai meriti dei protagonisti, tanto i soldi arrivano sempre dalle capienti tasche di quei babbei dei contribuenti.
Una Rai senza pubblicità, che vivesse solo dei contributi pubblici sarebbe una Rai in preda alle lotte tribali, una Rai faziosa e di fazione: immaginate l’alluvione di programmi alla Santoro o alla Floris in spregio a chi paga il canone e proprio quegli elementi non vuole finanziarli.
Va bene aprire il dibattito sulla decisione francese, va bene porci il problema della pubblicità ma, ricordiamoci, che la pubblicità è un controllo oggettivo sul successo – quindi sulla popolarità – di una trasmissione e, in ogni caso, quella trasmissione viene pagata da chi compra i prodotti pubblicizzati.
Al contrario, senza pubblicità, tutti noi dovremmo farci carico del mantenimento di una struttura burocratica, elefantiaca, costosa e lo stato verrebbe a mettere le mani nelle nostre tasche.
Sarà opportuno che Berlusconi ricordi le promesse in campagna elettorale e la Lega rispolveri i suoi vecchi slogan contro il canone tv.


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06 gennaio 2009

Sarkozy si monta la testa e l’europa si copre di ridicolo

I fautori (ma ce ne sono realmente al di fuori della cerchia dei beneficiati dalla burocrazia di Bruxelles ?) dell’europa non avranno certo apprezzato la piece comica messa in scena dalla loro creatura a cavallo del nuovo anno.
Il 19 dicembre i terroristi palestinesi di Hamas rompono la tregua e ricominciano ad aggredire con i missili Israele: l’europa a presidenza francese, tace.
Il 26 dicembre Israele reagisce e pone in atto azioni di rappresaglia, organizzando anche una azione di terra per neutralizzare Hamas, anche – come dichiara giustamente l’ex ministro degli esteri e della difesa nel primo e nel secondo/terzo governo Berlusconi, Antonio Martino – nell’interesse di tutto l’Occidente.
Sarkozy comincia ad agitarsi: troppo tardi.
Il 2008 finisce e la presidenza dell’europa passa nelle mani della Repubblica Ceca che ha una visione più consona agli interessi occidentali.
Sarkozy, però, non vuole cedere lo scettro e comincia una sua diplomazia personale che lo porta ad incontrare la Livni e poi anche Peres e i palestinesi.
L’apice del ridicolo si raggiunge con l’incontro a tre tra Sarkozy, i rappresentanti dell’europa e gli israeliani.
Per merito di Sarkozy si evidenzia come l’europa sia solo una espressione geografica dove convivono l’eurabia rappresentata dalla Francia e l’europa ancorata alla Civiltà Occidentale rappresentata, in questo caso, dalla Repubblica Ceca cui va tutta la mia personale gratitudine per aver scoperto il gioco francese.
Gran Bretagna, Germania e Italia, le altre Grandi dell’europa, tacciono in applicazione al principio: un bel tacer non fu mai scritto, lasciando che Sarkozy e la burocrazia europea si scornino tra loro.
Intanto Israele si accolla anche i compiti che dovremmo eseguire noi europei.
La vicenda si presta ad alcune considerazioni.
1) Già l’ho scritto: l’europa è solo una espressione geografica e, al più, monetaria, dove convivono – per ora pacificamente – i veri europei e l’eurabia che ha nella Francia il suo cuore. Quanto a lungo si potrà parlare di convivenza pacifica ? L’occupazione delle piazze nelle principali città europee da parte degli esagitati musulmani non dovrebbe suonare come un secondo campanello di allarme dopo la rivolta delle banlieu francesi, anzi come una terza sirena di allarme se ci aggiungiamo anche l’invasione degli illegali che sbarcano a migliaia sulle coste italiane senza essere respinti ?
2) L’atteggiamento di Sarkozy – ricordiamo che è colui che ha messo in libertà una assassina, terrorista rossa già condannata in Italia con sentenza passata in giudicato, concedendole asilo ! – rispecchia evidentemente una mai sopita ambizione francese di porre l’europa ai suoi piedi, cioè di usare l’europa per rafforzare il ruolo della Francia e non per un gioco di squadra. Se così non fosse, allo scadere della mezzanotte Sarkozy si sarebbe fatto da parte e, nel rispetto delle regole che l’europa stessa si è data, avrebbe lasciato il campo libero alla Repubblica Ceca.
3) L’anomala presenza di musulmani all’interno dei nostri confini rappresenta un pericolo per l’interesse della nostra Civiltà e sbilancia totalmente la politica estera, facendole perdere di vista l’interesse dell’Occidente, per sposare solo quello arabo. Questo pericolo si vede maggiormente là dove, come in Francia, si è adottata una politica di “naturalizzazione” con la concessione della cittadinanza a milioni di musulmani che, ora, esercitano anche una pressione politica.
4) Le altre tre Grandi Nazioni europee sono fortunatamente rette da governanti più responsabili e non si sono unite al pollaio francese, appoggiando la missione della Repubblica Ceca, presidente di turno, e mantenendo una condivisibile posizione che evidenzia come Hamas sia una organizzazione terrorista e sia responsabile della recrudescenza degli scontri. Manca solo un ultimo passo: l’appoggio, senza se e senza ma, all’azione israeliana finalizzata a neutralizzare definitivamente Hamas.
5) Si pone, di nuovo, il problema di cosa ci stiamo a fare in europa se una nazione non sa, per suo interesse interno e per appagare le ambizioni personali del suo presidente, rispettare neppure la regola dell’alternanza alla guida della comunità. Non siamo in europa per fare da sgabello ai francesi.
6) Ne scriverò un post a parte, ma è opportuno, in un momento in cui continua l’invasione degli illegali in Italia e riprendono fiato le voci che chiedono cittadinanze accelerate e concessione del diritto di voto, tenere bene a mente la differenza che esiste tra “concittadino” e “connazionale”, anche per le implicazioni che una cittadinanza o un diritto di voto concessi a cani e porci possa influire pesantemente non solo sulle scelte di campo in politica estera, ma anche sulla nostra stessa realtà sociale, economica e culturale.

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04 gennaio 2009

Estirpare il male,neutralizzare Hamas

Torno nuovamente a parlare della vicenda relativa all’aggressione palestinese ai danni di Israele con il lancio di missili contestuale alla rottura, voluta da Hamas, della tregua il 19 dicembre scorso, perché nella giornata di sabato 3 gennaio abbiamo avuto una dimostrazione di cosa accade ad “accogliere” senza alcuna selezione immigrati con mentalità, cultura, storia, religione totalmente differenti dalle nostre.
Migliaia di musulmani (guardate le facce nella fotografia qui scelta e nelle altre pubblicate sulla stampa e dite se vi sembrano nostri connazionali !) hanno occupato le piazze delle principali città italiane (ed europee), davanti alle nostre Cattedrali, rovinando una giornata ancora di festa, per manifestare la loro rabbiosa impotenza nei confronti della legittima reazione di Israele.
Perché, invece di rompere le scatole a noi, non vanno a Gaza per risolvere, una volta per tutte, il loro problema con Israele ?
Troppo comodo manifestare in Italia, al sicuro (per ora …) dalle legittime rappresaglie israeliane disturbando e danneggiando chi non ha alcuna parte nella controversia con Israele che è un loro nemico, non nostro.
Anzi, Israele in Medio Oriente è l’unica democrazia ed è, da decenni, l’avamposto della Civiltà Occidentale.
Non potrò mai dimenticare, negli anni settanta, che furono i palestinesi i primi a portare la loro guerra a casa nostra con dirottamenti aerei, sanguinosi atti terroristici e violenze aberranti .
Non potrò mai dimenticare che uno degli slogan con i quali i comunisti manifestavano nelle piazze negli anni settanta ritmava assieme i loro miti del tempo: ira, feddayn, tupamaros, vietcong.
Cioè tutte le varie manifestazioni di un terrorismo che ha cercato di scardinare la nostra ordinata e sicura società civile.
Se tollereremo ancora manifestazioni come quelle di sabato senza reagire con l’espulsione di tutti gli extracomunitari, con o senza permesso, che vi partecipano e che per questioni a noi estranee, occupano le nostre piazze e le nostre strade allora meriteremo la decadenza che è emersa con la linea del “politicamente corretto” che fa star zitti quando i terroristi lanciano missili, rompendo la tregua, contro i civili israeliani, mentre porta a strepitare se gli israeliani si difendono e agiscono per porre fine a tale aggressione.
Aiutando, tra l’altro, anche tutti noi, perché per estirpare il male del terrorismo, è necessario neutralizzare tutte le singole organizzazioni terroriste, una per una.

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01 gennaio 2009

Ma condivisione su cosa ?

Il presidente della repubblica ha comunicato il solito messaggio di fine anno, pieno di bei proponimenti come la più classica delle letterine a Babbo Natale della nostra infanzia.
Non ne faccio un appunto a Napolitano, nel suo ruolo non può fare altro di diverso.
Ne faccio un rimprovero ad una classe politica malata di nanismo dichiarativo che si è accodata senza spirito critico e senza considerare la realtà dei fatti.
Ma quale condivisione si può avere in una Italia irrimediabilmente spaccata a metà e senza ponti ?
Ma i politici, tutti, da Destra a sinistra, li leggono i commenti dei lettori nelle migliaia di forum sparsi nella rete ?
Lo scontro, la divisione è totale.
Quale condivisione si può avere tra chi vorrebbe concedere cittadinanza veloce e voto agli immigrati e chi vorrebbe impedire loro di approdare nei nostri porti per scegliere chi ci portiamo in casa nostra ?
Quale condivisione si può avere tra chi vorrebbe una moratoria e la condizione di reciprocità per la costruzione di moschee e chi invece vuole concedere non solo i permessi, ma anche i finanziamenti ai musulmani per costruirle ?
Quale condivisione ci può essere tra chi considera terroristi i fondamentalisti islamici e chi invece “partigiani” ?
Quale condivisione ci può essere tra chi vorrebbe ampliare l’intervento dello stato, ravanando nelle nostre tasche con la leva fiscale e chi invece vorrebbe lo stato sempre più lontano dalla nostra vita e le tasse ad un livello sempre più basso ?
Quale condivisione ci può essere tra chi condivide i teoremi di certa magistratura e chi vorrebbe riformare la giustizia perché la magistratura si concentri sui reati che rendono la nostra vita meno sicura ?
Quale condivisione ci può essere tra chi vuole riportare la scuola alla serietà gentiliana e chi invece vuole proseguire con il “sessantottismo” ?
Quale condivisione ci può essere tra chi ha approvato la liberazione dell’Iraq e chi ha manifestato a sostegno di Saddam ?
Quale condivisione ci può essere tra chi vorrebbe dare a capricci individuali la dignità di leggi dello stato e chi, invece, si batte perché prevalga una etica anche nella legislazione senza spazio per derive morali ?
Quale condivisione ci può essere tra chi vuole imporre il pensiero unico con direttive europee liberticide del libero pensiero e chi, invece, vuole continuare a ragionare con la propria testa ed essere libero di esprimere le idee sue e non le veline altrui ?
E si potrebbe continuare a lungo, evidenziando tante altre questioni sulle quali non solo si è divisi, ma lo si è così tanto da rendere impensabile un punto di convergenza.
Allora uno direbbe: guardiamo a ciò che ci unisce.
La Nazionale di calcio ?
Forse neppure quella
.

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