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Si devono intraprendere le guerre per la sola ragione di vivere senza disturbi in pace (Cicerone)

No alla deriva

No alla deriva
Diciamo NO alla deriva

15 marzo 2009

Bologna:il Centro Destra alla prova generale di suicidio

Nel mio blog dedicato a Bologna ed all’Emilia (Svulazen) ho da tempo aperto una costante finestra sulle elezioni amministrative e, in particolare, sull’elezione del sindaco, il prossimo giugno, in un quadro che sarebbe di grande favore per le liste di Centro Destra.
A Bologna il sindaco ex segretario della cgil, ha miseramente fallito.
Persi tutti i finanziamenti per le grandi opere (metropolitana, passante) ha ridotto la città ad un gruviera ignorando la prima ed elementare cura doverosa della manutenzione delle strade e dando il via ai lavori di una costosa, contestata e inutile ferrovia di superficie (il “Civis”).
Ha inoltre incrementato le proibizioni e traffico e non ha saputo fornire alcuna risposta all’esigenza di sicurezza dei cittadini, facendo di Bologna la città più rapinata d’Italia in rapporto alla sua popolazione e rendendola infrequentabile in certe zone e in certi orari.
Come ciliegina si è reso protagonista della telenovela sulla moschea, rifiutata dalla cittadinanza e sulla quale è stato alla fine costretto a fare marcia indietro grazie alla lotta ed alla documentazione prodotta dalla Lega Nord.
Quel sindaco ha rinunciato a candidarsi e il pci/pds/ds/pd ha scelto un candidato incolore, di cui non si sente parlare, che non appare in grado di formulare alcun progetto per la città e, di nuovo, nato ben al di fuori delle mura cittadine.
Con un simile quadro un Centro Destra appena appena politicamente normale, avrebbe cercato e candidato da subito un nome importante del mondo cittadino, facendo quadrato su di esso, da Forza Nuova all’Udc.
Assistiamo, invece, ad una lotta fratricida.
Una melina incomprensibile sul nome del candidato che ha portato a rinviare ogni scelta fino a febbraio, per poi dividersi tra l’ex sindaco Giorgio Guazzaloca e l’ex presidente del Bologna Alfredo Cazzola.
Ambedue si presentano come civici, rifuggendo i partiti che si accomodano a fare gli zerbini portatori d’acqua, ma non rinunciano a polemizzare gli uni con gli altri.
Così Guazzaloca è sostenuto dall’Udc e spara ad alzo zero non sul candidato della sinistra, bensì su Cazzola, sostenuto dal Pdl e dalla Lega che, a loro volta, rovesciano su Guazzaloca ogni critica immaginabile.
Così l’immagine dei due contendenti si incrina, fino a rischiare di andare in frantumi a tutto beneficio del candidato della sinistra che, seduto sulla riva del fiume, assiste allo spettacolo indecoroso dei due galli (che rischiano però di fare la fine dei capponi di Renzo) del Centro Destra e, senza aver bisogno di fare nulla, né di spremersi per inventarsi uno straccio di programma, ma solo cercando di far dimenticare l’attuale esperienza di giunta, vede avvicinarsi un insperato successo.
Vista la pessima figura che stanno facendo i due principali candidati del Centro Destra, uno cosa fa ?
Cerca una candidatura alternativa per il primo turno, riservandosi di votare al ballottaggio colui che gli elettori sceglieranno come competitore per Palazzo d’Accursio in contrapposizione al candidato della sinistra.
Personalmente ho scelto.
Nonostante la significativa – sotto il profilo della protesta – candidatura di Beppe Maniglia (che, peraltro, sembra scomparso dal panorama) il mio voto andrà, se confermerà la sua candidatura, a Stefano Morselli, antico combattente dell’Msi sin dai tempi del Galvani negli anni settanta.
Oggi, però, leggo che a destra scendono in campo altri candidati.
Massimiliano Mazzanti, attivo ed efficace ex consigliere comunale dell’Msi e di An, sostenuto da Casapound e, contestualmente, un “mister x” preannunciato da quanti sono rimasti ne La Destra di Storace a Bologna che, “scomunicando” Mazzanti, preannunciano una loro lista e un loro candidato.
Non dubito, poi, che, in questo panorama, anche Forza Nuova presenterà la sua lista e il suo candidato.
Di passaggio ricordo che esiste, insistendo sulla medesima area politica, un terzo candidato “civico”, Michele Laganà, che ha confermato di “correre” fino in fondo.
Allora ricapitoliamo:
Giorgio Guazzaloca : civico sostenuto dall’Udc
Alfredo Cazzola: civico sostenuto dal Pdl e dalla Lega
Stefano Morselli: Destra Federale
Massimiliano Mazzanti : Casapound Bologna
Mister X : La Destra di Storace
Mister Y : Forza Nuova
Michele Laganà : civico
Beppe Maniglia: civico.
Otto candidati per un elettorato che, alle ultime elezioni politiche, rappresentava il 38% dei voti, così divisi:
IL POPOLO DELLA LIBERTA' 67.393 27,070 %
LEGA NORD 10.191 4,093 %
UNIONE DI CENTRO 9.756 3,918 %
LA DESTRA - FIAMMA TRICOLORE 5.863 2,355 %
FORZA NUOVA 767 0,308 %
Significativo come l’area della Destra Radicale presenti ben tre o quattro candidature per un elettorato che consentirebbe di esprimere un solo, importantissimo consigliere comunale, la cui presenza a Palazzo d’Accursio creerebbe non poco scompiglio tra le file dei parrucconi di regime.
Come se non bastasse, il Centro Destra si divide anche per le elezioni nei quartieri, con il rischio di consegnare alla sinistra anche quelli a maggioranza di Centro Destra .
Naturalmente Cazzola e Guazzaloca hanno, per la loro natura di candidature civiche, la possibilità di raccogliere consensi anche al di fuori dell’area politica di riferimento, ma vorrei ricordare che nel 1999 Guazzaloca riuscì a vincere al ballottaggio per soli 3000 voti di margine.
Questo significa che, per vincere, ci sarà bisogno di tutti, ma proprio tutti, i voti del Centro Destra (da Forza Nuova all'Udc) e dell’aggiunta di voti provenienti da sinistra, voti di cittadini consapevoli che continuare con la giunta attuale – cambierebbe poco – significherebbe procedere sulla strada di un rapido declino della città.
Non è però accettabile la sufficienza con la quale i candidati maggiori del Centro Destra trattano le ipotesi di apparentamento con i “minori” (che, pure, hanno sempre confermato di essere disponibili a ritirarsi o ad appoggiare il più votato al secondo turno in cambio del riconoscimento di un apparentamento formale e ufficiale), come non è accettabile che si scambino colpi mortali alla reciproca credibilità, invece di offrire ai bolognesi idee e progetti per la rinascita della città.
Berlusconi dovrebbe intervenire per ricostituire una unità che, sola, potrebbe aprire una nuova stagione per Bologna, dopo questi cinque anni di gelo.
Perchè Bologna è importante, politicamente e psicologicamente, prima ancora che in termini elettorali ed economici.


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13 marzo 2009

Meglio clericofascista che cattocomunista

Nella lotta tra Berlusconi e il suo nono sfidante, sono entrate vecchie categorie politiche: il clericofascista e il cattocomunista.
Peccato che la prima sia solo una invenzione lessicale della sinistra (quella che berciava: Vaticano, Cia, Dc il Fascismo è tutto lì) ora mutuata dall’ex democristiano di sinistra che ha rimpiazzato Veltroni.
Il cattocomunista, invece, esiste, eccome.
Sono quei cattolici che non perdono occasione per bacchettare il Papa, facendosi belli verso chi vorrebbe distruggere la Chiesa.
Sono quei cattolici che all’epoca del referendum sul divorzio si schierarono per il “sì” contro quelle Gerarchie cui avrebbero dovuto inchinarsi.
Sono quei cattolici che si facevano eleggere senatori nel Pci, che allora non era neppure pds/ds/pd.
Sono quei cattolici che, da ultimo, il predecessore di Berlusconi definendo se stesso, chiamò “cattolici adulti”, non capendo di fare la stessa figura barbina che 4 secoli prima avevano fatto i nobili che tentarono la Fronda contro il Cardinale Mazzarino e si definirono “gli Importanti”.
Ma ormai abbiamo tutti compreso qual è la strategia del sostituto di Veltroni.
Ha dato per perso ogni recupero sul fronte dell’elettorato di Centro Destra e, allora, cerca di fermare e recuperare l’emorragia dei voti andati verso Di Pietro o verso l’astensione.
Così lancia l’amo alla parte più retriva e becera, autenticamente trinariciuta, dell’elettorato di sinistra, quella che, in ogni caso, odia Berlusconi e si riempie la bocca di antifascismo, antirazzismo e di tutta la liturgia che parte dalla “costituzione nata dalla resistenza antifascista …bla … bla …bla … e finisce con l’incondizionato appoggio ad ogni proposta che possa devastare il tessuto sociale, civile, morale della nazione, indebolendola e rendendola facile preda di elementi estranei alla nostra Tradizione e Civiltà.
Ed ecco che, pur di attaccare Berlusconi, la riserva di Veltroni, sfruttando quella ridicola menata della par condicio che ci costringe ad ogni Tg e Gr ad ascoltare quel che hanno da dire gli uni e gli altri, anche se spesso, pur di aprire bocca, dicono corbellerie assolute, propone a raffica iniziative impossibili, devastanti e che ammazzerebbero il bilancio dello stato.
Il classico caso in cui la quantità fa aggio sulla qualità.
Da notare che chi ha un progetto appena più serio (cioè tornare al governo) se ne sta ben zitto rispetto alle esternazioni del rimpiazzo di Veltroni che, partito da un assegno per i disoccupati dopo aver votato contro all’incremento degli ammortizzatori sociali promosso da Berlusconi, in un crescendo che, sarebbe offensivo per il Maestro, chiamare “rossiniano”, è arrivato alla banale ma tipica idea della sinistra: tassare.
No ! No ! No !
Le tasse vanno diminuite
, a tutti, non aumentate !
Vanno diminuite e possibilmente si deve passare ad una flat tax al minor livello possibile.
Vanno diminuite perchè i problemi non si risolvono con la lotta di classe o scaricando su altri gli oneri.
Vanno diminuite a chi ha redditi bassi perchè possa avere più soldi in tasca per le sue esigenze e le sue spese private.
Vanno diminuite a chi ha redditi alti perchè così lo si incentiva a dichiarare tutto, rendendo più rischioso e oneroso cercare elusione ed evasione, ma soprattutto perchè così lo si mette nelle condizioni di far ripartire il volano dell'economia incentivandolo a spendere ed a spendere in Italia.
Vanno diminuite perchè così si costringe lo stato dalle mani bucate a rinunciare a spese spesso inutili e clientelari, dovendo fare i conti con entrate inferiori a quelle necessarie per tutte le elargizioni che si propone di fare.
La proposta del vicario di Veltroni è da rigettare in toto anche perchè si parte dai redditi superiori ai centomila euro e poi, viste le necessità di cassa, si scende ... si scende ... si scende ...
E la sinistra ha solo una politica: proibire e tassare.
Ecco come emerge la verità su una figura esemplare da cattocomunista e come l’attributo – peraltro per nulla ingiurioso – di “clericofascista” non può essere attribuito a Berlusconi che deve ancora farsi perdonare l’ennesima esternazione filo Gheddafi e le corbellerie pronunciate contro l’esperienza Coloniale dell’Italia.
E allora mi viene da pensare: magari Berlusconi fosse così, come lo dipingono a sinistra !

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11 marzo 2009

Zibron

Ho avuto modo più volte di accennare alla vecchia piattaforma di Atlantide, ora inglobata in Virgilio, che aveva un forum, articolato su vari argomenti, frequentemente aggiornati.
In marzo/aprile del 2000 erano circa tre anni, poco più, che possedevo un computer e mi imbattei in un forum nel quale si discuteva del successo in Austria di un certo Jorge Haider.
Scrissi qualcosa e dopo un certo periodo di tempo trovai un invito di un certo Starsandbars per frequentare un altro argomento che, per brevità, abbiamo sempre chiamato “le urne” e che si riferiva allo straripante successo alle regionali del 2000 del Centro Destra con un titolo che, all’incirca, suonava come “le urne consegnano l’Italia a Berlusconi”.
Assieme a Starsandbars, trovai altri partecipanti, tra i quali mi va di citare Edwin, The Wizard, Tekelon, Fandango, Pippopnf e, più tardi, Captainoconnell, ma anche, sul versante sinistro, la cara Bettybetty.
Ma uno, in particolare, dominava la scena con una presenza costante e con una naturale ironia.
Il suo nick era Zibron.
Il gruppo, pur con alcune aggiunte e alcune defezioni, si compattò ed ebbe modo di passare dalla conoscenza virtuale a quella reale.
Un anno, in particolare, riuscimmo a ritrovarci a casa di Starsandbars e fu come se ci si conoscesse da una vita.
Anche in quella occasione Zibron tenne la scena da maestro, con la sua graffiante ironia.
Negli anni ci sentimmo frequentemente per telefono ed ogni volta avevo un interlocutore ottimista e ironico, anche sulle sue personali vicissitudini.
Nel 2005 ebbe un infarto con relativo ricovero e svariati by pass.
Tornò, comunque, sempre brillante, sempre ottimista.
Finchè nella primavera del 2007 non riuscimmo più a prendere contatto con lui, avendo solo notizie da terze persone.
E ieri un caro amico di Trieste mi ha comunicato il decesso.
Zibron era l’anagramma di Bronzi, il cognome della persona in questione, che di nome faceva Luciano.
Un bellissimo ricordo di Zibron, completo anche dei servizi giornalisti, lo si trova da Starsandbars qui.
A me piace ricordarlo con una sua tipica “storiella” che mi raccontò dopo che era stato dimesso dall’ospedale nel 2005 e che ha tanto il sapore di una storia vera.
Mi disse che mentre lo stavano portando in sala operatoria, lui chiese se l’operazione era pericolosa.
Il medico, riconosciutolo, gli risposte che nell’80% per cento dei casi quelle operazioni riuscivano perfettamente, che lui era il quinto operato nella giornata e le precedenti quattro avevano tutte avuto un esito positivo …
Addio, Zibron.

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10 marzo 2009

Più proprietari, meno comunisti

Oltre l’80% degli italiani è proprietario della casa di abitazione.
Un buon 25% usufruisce anche di una seconda o terza abitazione per le vacanze.
Adesso Berlusconi lancia un nuovo piano casa che è, essenzialmente, una opportunità per svolgere lavori di ristrutturazione, anche piccola, tali da rendere meglio fruibile più godibile la casa.
Naturalmente vi si comprende anche la possibilità di costruire, sopraelevare, ristrutturare in modo più rilevante.
A me sembra una ottima idea ed è strano che ci abbia pensato solo adesso.
Per chi la casa già ce l’ha, è una occasione da non perdere per svolgere quei lavori rinviati a causa dell’asfissiante burocrazia che formalmente iniziano con la dia (denuncia di inizio lavori) ma sostanzialmente con la faticosa ricerca di un geometra/architetto/ingegnere amico che possa realizzare, firmare e depositare il progetto e che prosegue con una serie pressoché infinita di adempimenti e di carte bollate, tali da dissuadere chi proprio non può farne a meno dallo svolgere qualsiasi attività.
Se Berlusconi terrà fermo il suo proposito, senza farsi irretire dalle isterie ecoambientaliste, avremo la possibilità di rinnovare anche in profondità le nostre case e con il minimo di burocrazia e di perdita di tempo per girare da un ufficio ad un altro in cerca del timbro di qualche pedante – o magari assente - funzionario della pubblica amministrazione.
Ma viene anche data la possibilità al restante 20% della popolazione italiana di conquistare il suo angolo di mondo, con una casa, magari di edilizia popolare, magari a riscatto, ma “di proprietà”.
E probabilmente è questo che fa scattare il “no” compulsivo e bilioso che accompagna le quotidiane esternazioni del sostituto di Veltroni.
A sinistra sono consapevoli che più aumentano i proprietari, più si riduce la loro base elettorale, perché con più proprietari, ci sono meno comunisti in giro.
L’unico pericolo è stato individuato da Bossi: le case vadano agli italiani.
Ogni assegnazione dovrà quindi privilegiare la nazionalità (italiana) e, quindi, la cittadinanza (italiana), solo come criterio residuale quella comunitaria.
Ma la proposta di Berlusconi – semprechè sia mantenuta come nell’originale – darà anche un forte impulso al comparto dell’edilizia, con un incremento di fatturato e occupazione.
Insomma è una proposta che viene incontro alle esigenze dei cittadini che vogliono meno burocrazia nella gestione delle loro proprietà, di chi aspira ad avere una proprietà e dell’economia nazionale.
La sinistra vi si oppone, come sempre, come con tutto ciò che è utile all’Italia.


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09 marzo 2009

La Destra nel Centro Destra

A fine marzo dovrebbe svolgersi il congresso costitutivo del “partito di centro, moderato e liberale” con l’acclamazione di Berlusconi come leader e un gruppo dirigente accuratamente dosato tra Forza Italia, finiani e minori.
Un partito che riunisse tutti i movimenti e i partiti di quell’area vasta che è il Centro Destra è sempre stato nei miei desideri, ma il “partito di centro, moderato e liberale”, proprio per le caratteristiche cosi sinteticamente enunciate dal suo fondatore, per l’esclusione operata nei confronti della Destra, per il ruolo rilevante concesso al cameragno Fini sempre più leader in pectore del pci/pds/ds/pd, non rappresenta la realizzazione di tale speranza.
Anche se alcuni provvedimenti assunti vanno nella giusta direzione o, almeno, sono parziali indirizzi verso la giusta direzione visto che agli annunci seguono repentine marce indietro (veggasi sull’equiparazione dell’età pensionistica per le donne) e altri li attendo sempre con fiducia e timore di ulteriori retromarce (il piano casa), è da sottolineare come la preponderanza al governo di elementi dalle radici socialiste mi inquietano sul futuro di quello che diventerà la nuova Dc.
Così come non apprezzo la presenza di elementi laicisti le cui tesi spingono a derive rispetto alla Tradizione cui dovrebbe guardare un autentico partito di Centro Destra.
Così sono curioso di vedere come si sviluppera sia l’appuntamento (essenzialmente mediatico) di fine marzo, sia il cammino futuro di quel partito che, sicuramente, non voterò e che ho il sospetto si manterrà unito solo finchè Berlusconi sarà saldo al comando (e Berlusconi è nel settantatreesimo anno di vita …).
Purtroppo l’alternativa che speravo potesse emergere a Destra è naufragata nelle liti tra Santanchè e Storace e se anche è probabile che per il sindaco di Bologna voterò Morselli e per le europee un partito della Destra Radicale (forse la stessa Destra di Storace, forse Forza Nuova) è solo una scelta temporanea per conservare in frigorifero il mio voto, come ai tempi dell’Msi di Almirante.
Voti che, poi, nel 1994 tornarono utili per scongiurare la minaccia di una deriva comunista.
Mi sembra evidente che la crisi del pci/pds/ds/pd e l’estrema evanescenza del progetto pdl, legato al nome di Berlusconi, ci fornisca l’indicazione che ancora vi saranno evoluzioni, anche significative quando il Leader che, piaccia o meno, ha caratterizzato 15 anni di vita politica (e probabilmente arriverà e supererà il ventennio), andrà in pensione.
Proprio perché c’è tempo ritengo che, da un lato, si debba preparare il futuro senza fretta e senza la frenesia di ottenere risultati hic et nunc, dall’altro che si debba sostenere Berlusconi quando esprime la sua anima autenticamente conservatrice nel valori e liberale in economia (ad esempio quando vuole un decreto per alimentare una donna cui una sentenza l’ha tolta o quando elimina l’Ici) e si cerchi di neutralizzare la nefasta influenza del riemergente socialismo (quando, ad esempio, si effettuano operazioni come quelle di Alitalia o quando si pompano soldi pubblici per salvare interessi privati con rottamazioni varie).
Perché ciò accada, non c’è alternativa ad una forza di Destra che sappia riunire tutti i movimenti della diaspora missina e sia una contrappeso alle fughe in avanti dell’anima socialista del “partito di centro, moderato e liberale”.
Perché ciò accada, a Destra, occorre anche un Leader che, come Haiger in Austria, Wilders in Olanda, sappia incarnarla suscitando l’entusiasmo di militanti ed elettori.
Purtroppo, quel Leader non è ancora emerso e, allora, teniamoci Berlusconi pur con la palla al piede del suo partito.

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08 marzo 2009

I rigurgiti socialisti di Tremonti

Ieri ho letto una frase attribuita a Tremonti: occorre più stato.
Da incubo.
Allora mi torna in mente la formazione di questo governo Berlusconi, privato della Destra ma anche degli esponenti più autenticamente liberali come Antonio Martino e, invece, imbottito di socialisti come Sacconi e Brunetta che si vanta (?!?) di essere stato un “socialista lombardiano”.
Tremonti non fa eccezione e, onestamente, non ha mai rinnegato un suo passato tra i “Formica boys” (Rino Formica fu, negli anni ottanta, il ministro socialista antagonista di Beniamino Andreatta nella famosa “lite tra comari”).
Ma Tremonti sembrava essere guarito dal virus socialista e aver sposato la causa della libertà, anche in economia.
Del resto appartiene – ed è l’uomo di fiducia nel comparto economico – al partito che ha fatto del motto di successo “meno stato, più libertà” un proprio cavallo di battaglia.
In realtà, a differenza della famigerata politica del centrosinistra dell’epoca, non si prospettano aumenti di tasse, anche se non è ben chiaro dove verranno trovati i soldi per finanziare i megalomani interventismi paventati.
Uno stato dirigista lo abbiamo già provato e ci ha portato una marea di nazionalizzazioni, da cui ci siamo liberati in perdita e facendo la fortuna di avidi quanto spericolati finanzieri, inflazione superiore al 20% e un debito pubblico di proporzioni cosmiche e di cui stiamo ancora scontando le conseguenze.
Del resto Tremonti non ha molte leve per finanziare i suoi rigurgiti socialisti: o aumenta le tasse o taglia selvaggiamente le spese.
Il primo punto spero continui a trovare una netta opposizione nei chiari impegni assunti da Berlusconi, il secondo punto è sistematicamente ostacolato dalle lobbies sindacali.
Il problema di Tremonti è che a differenza degli interventismi nazionalizzatori che stanno ponendo in atto in Inghilterra e negli Stati Uniti (ma lì ci sono governi dichiaratamente socialisti o ambiguamente tali) la partecipazione all’euro è un limite alla libertà di produrre artificialmente liquidità, anche se, viste le condizioni analoghe di Francia e Germania è probabile che l’inflazione sia destinata ad una formidabile accelerazione non appena la fase recessiva invertirà la rotta.
Quindi Tremonti può solo aumentare il debito pubblico con impegni di spesa senza copertura, in ciò simpaticamente coadiuvato dalle folli proposte del pci/pds/ds/pd che, per bocca del suo Caronte, propone erogazioni e spese senza copertura a piene mani.
Il che cozza contro un altro dirigismo centralista: quello dell’europa che tramite gli gnomi di Bruxelles tende ad uniformare (e per tale motivo ad ingrigire) tutto.
La crisi economica, invece, dovrebbe essere sfruttata al meglio per cogliere l’opportunità di liberare ulteriormente la società civile dai lacci e lacciuoli di uno stato che si è sempre mostrato incapace di gestire i servizi profumatamente pagati.
Una crisi che, facendo pulizia di “titoli tossici”, ma anche di imprenditori incapaci (per questo esiste il liberalissimo istituto del fallimento !), consenta di liberare spazi, energie e forze per nuove iniziative imprenditoriali che portino a nuovi progressi, a nuovi ricchi e a nuove idee.
E’ politica vecchia quella di salvaguardare chi, avendone il ruolo, è stato incapace di proporre nuovi modelli.
E’ politica vecchia socializzare le perdite e privatizzare i profitti come accadrà con Alitalia e, anche, con gli incentivi per l’acquisto di nuove automobili.
E’, invece, politica buona e giusta essere solidali, in modo sensibile e non pro forma, con chi, non per colpa sua, perde il posto di lavoro e si muova per trovarne uno nuovo o per intraprendere una autonoma attività, dirottando qui tutti quei fondi che, adesso, vengono impiegati per puntellare vecchie iniziative e le famiglie capitaliste che hanno fanno flop o i manager che non hanno saputo fronteggiare la nuova situazione di crisi.
Naturalmente il primo passo dovrà essere una riduzione delle tasse e della burocrazia imposta dallo stato, per liberare energie e risorse private, che concorrano, in competizione tra loro e con lo stato terzo e imparziale, per il progresso e la ricchezza della nazione.
Si soffochino, quindi, questi rigurgiti socialisti, per riprendere il cammino verso una economia libera per cittadini liberi.

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06 marzo 2009

Ricambio generazionale per la politica ?

Il quotidiano della mia città, Il Resto del Carlino, come tutti gli altri quotidiani, nella sua versione in rete propone una serie infinita di sondaggi.
La loro valenza non ha nulla di scientifico, tra l’altro ho verificato che è possibile votare per lo stesso argomento anche ogni giorno, ma quando vi sono delle differenze bulgare, forse qualcosa vorrà dire.
Un sondaggio chiede se è necessario un ricambio generazionale della politica italiana.
Il 94% risponde di sì, solo il 5% no.
E’ evidente che il sentimento nei confronti della politica politicante è di netto rifiuto e questo porta a rispondere: ma sì, cambiamoli questi vecchi politicanti e mettiamoci dei giovani.
Giovani ?
Già quando non sono già vecchi.
Prendiamo i due maggiori partiti.
Il pdl ha come leader Silvio Berlusconi, classe 1936: brillante, spiritoso, pieno di interessi, simpatico gaffeur, con alle spalle una carriera imprenditoriale di successo.
Certo, qualche ruga si vede, ma è in politica solo dal 1994.
Dall’altra parte il pci/pds/ds/pd si è votato a Dario Franceschini, classe 1958, che parla come se avesse un sasso in gola (e ho scritto “sasso” perché siamo su un blog pubblico …), in politica sin dall’età giovanile, brutta copia di Casini (che paragonato a lui sembra un gigante).
Ci sono 22 anni di differenza tra Berlusconi e Franceschini, ma sicuramente il ricambio generazione sarebbe una iattura per l’Italia, perché il più anziano anagraficamente è molto più giovane nelle idee e nel modo di proporsi.
Allora ?
Allora non è l’età che fa la differenza, ma la capacità.
E l’Italia, soprattutto in periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, non può prescindere da un vero Leader che sia anche in grado di fornire stimoli e imprimere fiducia alla gente.
Ma ve l’immaginate se questa crisi fosse scoppiata quando al governo c’era quell’altro o se ci fossero Franceschini, Veltroni, Bersani, D’alema, Fassino e tutti quei burocrati di partito, così somiglianti al politburo del Pcus prima del crollo del muro di Berlino e che si presentano davanti alle telecamere con facce lugubri e musi lunghi ?
Peccato solo che Berlusconi abbia scelto Fini – che gli fa la fronda in casa – e non la Destra …

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04 marzo 2009

Obiettivo pensione

Ci risiamo.
Per l’ennesima volta un governo cerca di imprimere un ordine stabile al sistema pensionistico, sfruttando anche un intervento dell’europa, e i sindacati confederali, per l’occasione tutti uniti, si oppongono.
Il progetto è quello di equiparare la pensione di vecchiaia delle donne a quelle degli uomini: 65 anni.
La cgil e la cisl contestano quello che Sacconi smentisce addirittura essere un progetto.
Ovvio che cgil e cisl stanno conducendo una battaglia di retroguardia, a difesa dei loro bacini di iscritti, destinata non solo ad essere persa, ma anche ad infliggere danni a tutti noi che dovremo pagare quanto più le resistenze lobbistiche riusciranno a rinviare la necessaria decisione.
E’ esattamente ciò che è accaduto dal 1994 in poi.
Ogni volta che si proponeva un riforma che guardasse al futuro e non all’immediato i sindacati confederali si sono opposti, danneggiando l’intera collettività che si è trovata a pagare prezzi sempre più alti nei prosieguo degli anni, trovandosi, ormai quasi ogni anno, il problema delle pensioni sempre attuale e mai risolto.
In questo blog si è già espressa l’idea che, per garantire le pensioni in essere, quelle che dovranno essere erogate a breve e quelle future, si dovranno prendere almeno tre provvedimenti di base:
- equiparazione a 65 anni della pensione di vecchiaia per uomini e donne
- abolizione della pensione di anzianità;
- unificazione al sistema contributivo per tutti
.
Mi piacerebbe sapere qual è la ragione per cui, ancora nel 2009 !, le donne devono continuare ad avere il privilegio di una pensione anticipata.
Mi piacerebbe sapere perché si continuano a pagare pensioni per importi superiori a quelle comparativamente versate.
Mi piacerebbe anche sapere, dagli esponenti del governo, perché continuano a favorire i sindacati confederali – come con l’accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali e la proposta di riforma del diritto di sciopero – quando poi questi, rafforzati nel loro potere, diventano gli alfieri di un grigio conservatorismo, inteso non nel senso positivo del movimento Conservatore Occidentale, ma in quello con cui si qualificava “conservatrice” l’ala più retriva del vecchio Pcus.
Intanto i sindacati confederali diventano sempre più case dei pensionati, ma di chi già è in pensione, mantenuti da lavoratori in attività che, con tale politica, vedono sempre più a rischio il loro diritto sacrosanto ad una pensione dignitosa e certa.

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03 marzo 2009

Come sono prodighi i politici con i NOSTRI soldi !

Siamo in crisi.
I PIL sono in calo.
Le borse “bruciano” miliardi di capitalizzazione.
I grandi “manager” della finanza si … accontentano di pochi milioni di stipendio, al posto delle precedenti decine.
Gli “esperti” economici ci spiegano con abbondanza di particolari perché siamo in crisi (dopo che tutti l’hanno riscontrata).
Eppure pare esserci un settore che non è in crisi: la zecca di stato.
Di qualunque stato.
Oltre oceano quello “giovane, bello (?) e abbronzato” spende e spande miliardi di dollari, come fossero noccioline e per fortuna che il Congresso, pur a maggioranza democratica, ha posto un limite al suo delirio di onnipotenza spendacciona.
In Francia il marito di Carla Bruni aiuta senza ritegno la sua industria automobilistica, fregandosene altamente delle (timide) riserve di Bruxelles, ormai in rotta politica (oltre che economica).
In Inghilterra Gordon Browne spera di ribaltare i sondaggi pompando denaro a più non posso nelle banche e nazionalizzandole.
In Italia Berlusconi ha acconsentito ad un nuovo ciclo di rottamazioni pro Fiat, ha fatto comprare Alitalia ai privati, ma accollando allo stato i debiti della parte in perdita e continua a chiedere scusa (ma noi non abbiamo nulla di cui scusarci, anzi i libici ci devono solo ringraziare) alla Libia, coprendo di elogi e di soldi (non suoi) Gheddafi.
Tutti assieme si sono poi trovati a Sharm El Sheik (mica nella pensioncina di Cesenatico !) per regalare miliardi fitti ai palestinesi.
Naturalmente questo prodighi signori hanno impegnato non i loro risparmi, ma i NOSTRI soldi.
Sì, perché tutto questo fiume di denaro che viaggia su e giù per il mondo, è il NOSTRO denaro.
E’ denaro sottratto alle NOSTRE personali esigenze.
E’ denaro sottratto al finanziamento delle NOSTRE Forze dell’Ordine per garantire la NOSTRA sicurezza.
E’ denaro sottratto alla cura e manutenzione delle NOSTRE strade e delle NOSTRE città.
Quousque tandem abutere patientia nostra?

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01 marzo 2009

Brunetta&Sacconi vs. Epifani

Il partito socialista era un “grande” partito.
Dicono.
Forse alle origini, perché io me lo ricordo come il partito più attaccato al potere: al governo con la Dc a Roma, in giunta con il Pci in sede locale.
Per non dire della Fgsi (la federazione giovanile socialista) piena di personaggi più estremisti degli omologhi della Fgci (la federazione giovanile comunista).
E come non ricordare Pietro Nenni, il suo Fronte Popolare con il Pci nel 1948 e, quindi, la conversione sulla via dei ministeri e il centrosinistra presieduto da Aldo Moro con quella sarabanda di esiziali nazionalizzazioni, primo passo per l’affossamento della nostra economia ?
Così vedo con preoccupato sospetto lo scambio di “gentilezze” tra il duo (socialista) Brunetta&Sacconi e il socialista Epifani segretario della cgil.
Leggo che Brunetta avrebbe “sfidato” Epifani ad un esame di coscienza su chi ha fatto più “l’interesse dei lavoratori” tra lui (Brunetta) socialista lombardiano (sic !) e l’altro (Epifani) socialista demartiniano.
Francamente non mi sembra vi sia molto da vantarsi per essere (stato) socialista (sia lombardiano che demartiniano) e mi preoccupa non poco il fatto che questo governo sia imbottito di socialisti come, forse, neppure all’epoca del governo Craxi.
Una preoccupazione che viene rafforzata dalla tendenza ad un eccessivo dirigismo e interventismo statale, in questo coadiuvata dalla infausta scelta dell’elettorato americano, che ha messo da parte la battaglia primaria per la riduzione delle tasse e, quindi, per uno stato meno invasivo nella vita dei cittadini.
Ma torniamo alla “guerra dei Roses socialisti”.
Due i campi di battaglia: la riforma contrattuale e la regolamentazione del diritto di sciopero.
La propaganda della cgil vuol alimentare – e viene esplicitamente dichiarato – l’immagine di un rischio “autoritario”.
Ma se andiamo a leggere i provvedimenti, chi dovrebbe reagire a questo sono i sindacati liberi di categoria, quelli, cioè, non legati ad alcuna parrocchia partitica, che vedrebbero svuotata la loro rappresentatività che, invece, viene consegnata su un piatto d’argento alla trimurti integrata dall’ugl.
Nel 1990, con la legge 146, per la prima volta con un ritardo di 42 anni, fu data attuazione all’art. 40 della costituzione nata dalla resistenza antifascista … bla … bla …bla … (a me piacerebbe che, prima del secolo dalla sua formulazione, si attuasse anche l’art. 39 sul riconoscimento dei sindacati).
Tale normativa venne emanata con i buoni uffici della trimurti, messa all’angolo dai sindacati liberi di categoria.
Nel 2000, Massimo D’alema regnante, furono approvati ulteriori appesantimenti al diritto di sciopero, senza alcuna obiezione da parte della cgil.
Oggi si pretende che gli scioperi siano proclamati da sindacati che rappresentino il 50% + 1 dei lavoratori (singolarmente nessuno è tale) o che sottopongano a referendum la proposta di sciopero.
Per ora la norma verrebbe limitata ai trasporti, ma Sacconi ha dichiarato che nulla vieta sia recepita da altre categorie.
E’ evidente che la “rappresentatività” diventa un punto fondamentale e che i sindacati liberi vengono messi in condizioni di grave inferiorità dalla scelta di una simile legislazione, soprattutto in quelle categorie dove, pur non essendo maggioranza assoluta, tuttavia rappresentano una maggioranza relativa.
In pratica è la canalizzazione del potere decisionale verso i sindacati confederali che, per la loro struttura, hanno una piramide gerarchica che spesso (quasi sempre) travalica gli ambiti e gli interessi della categoria chiamata ad affrontare una problematica, per coniugarla – e quasi sempre posporla – agli interessi macropolitici cui i vertici confederali sono sensibilissimi (anche perché vediamo come lo sbocco naturale della carriera dei sindacalisti confederali sia in politica: Marini, D’antoni, Cofferati, Lama, Del Turco, Benvenuto …).
La ulteriore “stretta” sul diritto di proclamare gli scioperi, è, quindi, funzionale ad un maggior potere di controllo delle confederazioni, spesso cinghie di trasmissione dei partiti, sui lavoratori e non dubito che una analoga proposta formulata da un governo Prodi o D’alema, avrebbe visto la cgil entusiasta sostenitrice.
Analogamente la riforma dei contratti (rectius: riforma degli assetti contrattuali) in base all’accordo quadro del 22 gennaio 2009 (non sottoscritto dalla cgil) contiene (ai punti 17 e 18) una previsione circa le rappresentanze sindacali che, pur nella ambigua formulazione, sembra spingere l’acceleratore verso quelle r.s.u. (rappresentanze sindacali unitarie) che, di fatto, esautorano i sindacati liberi di categoria dalla loro utile rappresentanza dei lavoratori che si rifiutano di essere inquadrati nelle organizzazioni confederali e, sostanzialmente, in strumenti di propaganda politica, quando non partitica.
Anche questo aspetto, qualora fosse stato promosso da un governo Prodi o D’alema, avrebbe trovato il pieno consenso di una cgil che, per tradizione, ha una catena di comando tale che le consentirebbe di monopolizzare ogni elezione delle r.s.u.
Per tornare alla guerra dei Roses socialisti, purtroppo c’è da dire che ha ragione Brunetta quando rivendica l’infelice eredità della estrema sinistra socialista e se è da affrontare il problema degli scioperi, bisogna farlo garantendo la piena rappresentatività dei sindacati liberi di categoria, quindi la loro agibilità nelle aziende e negli strumenti di rivendicazione sindacale.
In questo senso dovrebbe essere rimosso ogni limite per la proclamazione degli scioperi e, piuttosto, spostare il contenuto dello sciopero verso il “virtuale”, in modo che sia il lavoratore che vi aderisce abbia un onere, sia l’azienda che lo subisce venga costretta a pagare monete sonanti, il tutto senza interrompere produzione e servizio.
Così come sono, le due riforme proposte sono di marca prettamente socialista e non possono essere accettabili da quanti vorrebbero ampliare la libertà, anche sindacale e non comprimerla nell’ambito di poche organizzazioni confederali.
L’opposizione della cgil è, in tutta evidenza, strumentale, ma la sua battaglia contraria a quelle norme, così come sono, è, al momento, in linea con le aspettative dei lavoratori che non vogliono “morire” confederali.

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