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No alla deriva

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11 dicembre 2024

Seppellire l'era Fiat

Tanti anni fa un consigliere comunale di Bologna, poi divenuto anche parlamentare, eletto in quello che ancora era il Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale, fece scalpore quando disse, più o meno, che la Fiat era il tumore dell'economia italiana.

Sviluppò poi il discorso che può essere sintetizzato nella famosa frase "la Fiat privatizza gli utili e socializza le perdite" che conteneva una verità che oggi nessuno più osa mettere in discussione e cioè che la potenza della Fiat oggi Stellantis era tale che otteneva fondi dallo stato, sotto varie foglie di fico, ma quando c'era da incassare, portava tutto nella cassaforte di famiglia.

Tra rottamazioni, casse integrazioni, leggi per agevolare questo o quel programma, noi Italiani abbiamo letteralmente comprato la Fiat, senza mai diventarne i padroni.

Persino con il Monte dei Paschi, adesso che pare risanato, lo Stato incassa i dividendi che sono tornati timidamente a far capolino, con la Fiat mai una lira.

Quando poi si è trattato di ricambiare, la Fiat ha preso ed ha trasferito sede legale e sede fiscale a Londra e in Olanda, si è consegnata alla Francia come azionariato di maggioranza relativa, però gli epigoni dell'Avvocato continuano a pretendere che lo stato italiano elargisca altri corposi finanziamenti, in ciò assecondati dai cattocomunisti che, dopo lunghissimi e imbarazzanti silenzi sulla vicenda Fiat/Stellantis, a cominciare dal sindacato che ha continuamente guardato altrove, oggi cercano di imputare al governo di Centro Destra la fine di un'era industriale.

Perchè quello di cui si parla è la fine di un'epoca, di cui dobbiamo prendere atto, che prescinde dalla follia ambientalista delle automobili elettriche che è solo la mazzata conclusiva che maramaldeggia su un settore già morto.

Pur di ottenere altri finanziamenti pubblici, la Fiat/Stellantis ha licenziato (sembra coprendo d'oro il suo viale del tramonto) l'amministratore delegato (portoghese) e revocato (per un anno !) i licenziamenti nell'indotto concedendo la proroga delle commesse.

E' un evidente strumento di ricatto nei confronti del Governo e personalmente la interpreto come un tentativo di captatio benevolentiae che illude solo i cattocomunisti che, al seguito dei giornali di casa Agnelli/Elkann, sono molto timidi, direi assenti, nel porre sotto accusa la gestione industriale del gruppo.

Personalmente credo che ogni intervento, come fu per Alitalia, sia solo una perdita di tempo e di denaro e che la soluzione stia in un intervento draconiano che, richiamando i miliardi versati nelle casse del gruppo automobilistico, porti lo stato ad assumerne pienamente ma provvisoriamente la proprietà, per poi rivendere, anche a spezzatino, ad imprenditori, possibilmente italiani, che vogliano fare impresa e non lucrare sui contributi di stato.

La sinistra urlerà a difesa dei proprietari dei giornali amici, ma tutto il resto della Nazione ringrazierà per l'affrancamento da una sudditanza decennale che non ha più alcuna ragion d'essere: nè politica, nè imprenditoriale, nè economica.

31 ottobre 2024

I Buddenbrook

La letteratura ci ha sempre insegnato come la decadenza delle famiglie sia progressiva con il passare delle generazioni.

I due classici più noti sono I Buddenbrook di Thomas Mann e La saga dei Forsyte di John Galswarthy.

In Italia, caduta la Monarchia dei Savoia che scontentò fascisti e antifascisti che votarono assieme per la repubblica, era rimasta una sola famiglia regnante, almeno in economia e, segnatamente, nel settore automobilistico: gli Agnelli.

Tralasciamo i "retroscena" dei "ben informati" con tutti i pettegolezzi del passato e le non edificanti vicende personali di oggi, ma non possiamo ignorare il comportamento assunto dall'erede di quinta (o sesta ?) generazione, John Elkann che ha declinato la convocazione in parlamento per spiegare la politica che intende seguire nel settore automobilistico in Italia.

E questo dopo che il suo amministratore delegato aveva richiesto, per l'ennesima volta, un esborso allo stato italiano per finanziare, con incentivi, la vendita delle sue autovetture, con lo squallido ricatto sull'occupazione.

Sono quindi contento (oltre la mia personale convinzione che lo stato debba lasciare alla Legge del Mercato, quindi alle scelte dei cittadini, il successo o meno delle imprese economiche) che nella legge di bilancio siano stati ridotti i fondi per gli incentivi al settore automobili.

E' ora di smetterla di farsi ricattare da chi cerca di proseguire nella politica, condotta con ben altra intelligenza dai vecchi Agnelli che perseguivano la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti.

La Fiat, ora Stellantis, noi Italiani ce la siamo pagata più e più volte e, pur essendo personalmente contrario, in linea di principio, a qualsivoglia intervento dello stato, farei una eccezione, ma una sola !, in questo caso, nazionalizzando fabbriche, marchio, diritti sui modelli e requisendo beni mobili e immobili della famiglia per pagare le maestranze, salvo poi cercare un acquirente, possibilmente all'interno dell'imprenditoria nazionale (semprechè esista ancora e non si sia tutta convertita in speculazione finanziaria o non sia aggrappata ai superbonus e agli incentivi da mungere dalle mammelle dello stato).

Il rifiuto dell'ultimo erede della dinastia a presentarsi in parlamento per rispondere alle domande degli eletti dal Popolo deve essere l'ultimo affronto alla Nazione e al Popolo Italiano.

 


07 febbraio 2024

Neanche un centesimo alla Fiat/Stellantis

Leggo che il presidente di Stellantis, Elkan che già nel nome, John, dimostra di essere cresciuto ed educato nel rifiuto della italianità, ha ieri fatto il giro delle parrocchie (Quirinale, Ministero dell'Economia, Banca d'Italia) per ottenere con diplomazia quel che il suo amministratore delegato aveva cercato di imporre con arroganza: soldi, presumibilmente a fondo perduto, per la sua azienda.

Ho già scritto che non vedo per quale ragione si debba perpetuare la furbizia della "real" (ma poco nobile) casa automobilistica di Torino per cui si socializzano le perdite e si privatizzano gli utili, soprattutto se poi costoro trasferiscono sede legale e fiscale all'estero.

Noi Italiani abbiamo già pagato per la Fiat oltre 200 miliardi, secondo quanto ha affermato il Ministro Salvini, nel corso di ben 18 interventi pubblici di salvataggio e sostegno.

Da notare che la capitalizzazione in borsa della società è di poco inferiore ai 70 miliardi, quindi abbiamo pagato per tre Stellantis.

La "contropartita" è sull'occupazione, come da segnale della messa in cassa integrazione degli operai di Mirafiori.

Non sono in grado di dire se Stellantis potrebbe facilmente fare a meno delle fabbriche italiane, penso però che le fabbriche di autovetture in Italia potrebbero benissimo essere rilevate da nuovi imprenditori, intenzionati a far lavorare e produrre in Italia, automobili italiane, pagando le tasse in Italia e creando lavoro italiano.

Non è pensabile che noi cittadini continuiamo a pagare per gli errori imprenditoriali altrui, mascherati da una politica compiacente in cambio del sostegno dei quotidiani di proprietà.

Fiat, Ilva, Alitalia, Monte dei Paschi, devono essere consegnati alla storia, negativa, della nostra vita economica.

Fiat/Stellantis ha fatto una scelta: abbandonare l'Italia.

E l'Italia deve abbandonare Fiat/Stellantis.


06 febbraio 2024

No sussidi,la parola al Mercato depurato dai fanatismi ambientalisti

La protesta degli agricoltori è fondata.

Sono obbligati dalle direttive europee a vendere sotto costo, consentendo guadagni stratosferici agli intermediari, spesso multinazionali.

L'esempio classico è quello del latte, martoriato da quote, tetto dei prezzi, quantità da buttare.

Ma a tutto ciò si sono aggiunte in tempi recenti le tassazioni "ecologiche", cioè quelle tasse (che, ricordiamoci bene, paghiamo anche noi in molte attività e fruizione di servizi) legate al presunto consumo della terra e immissione di co2.

La risposta, però, non può essere: dateci sussidi per compensare quello che perdiamo.

La risposta è ripristinare le regole del Mercato, per cui un produttore possa produrre in base alle sue capacità e vendere al prezzo che viene realizzato, parametrato alla domanda e all'offerta.

Senza che tale, perfetto, armonico equilibrio sia alterato dall'intervento di balzelli e limiti nella produzione e nella distribuzione.

Altrettanto dicasi per le automobili.

Gli Agnelli Elkan che già nei decenni hanno usufruito dei nostri soldi attraverso incentivi, rottamazioni, agevolazioni, casse integrazioni, facciano il loro lavoro, producendo automobili valide, senza pretendere aiuti di stato per socializzare le perdite, ma poi privatizzando gli utili scappando all'estero con la sede legale e fiscale.

E si liberino le case autoobilistiche dagli obblighi e dalle scadenze figli del fanatismo ecoambientalista.

E' possibile tutto ciò ?

Sì, è possibile separando il destino dell'Italia da quello dell'unione europea, riprendendo la nostra Sovranità, non solo alimentare e industriale, ma anche e soprattutto legislativa e monetaria.

Se non taglieremo i legami con Bruxelles, saremo sempre condizionati e obbligati dalle sue direttive, imbrigliando e soffocando ogni attività imprenditoriale ed il naturale genio italiano.

E forse è proprio questo che vogliono i robottini senza fantasia del nord Europa.

03 febbraio 2024

Facce di bronzo

Non so chi fu il primo a chiosare il comportamento degli Agnelli e della Fiat, affermando che la Fiat e i loro azionisti di controllo socializzavano le perdite e privatizzavano gli utili, intendendo con ciò dire che negli anni di splendore, incassavano loro e solo loro i dividendi, mentre quando l'azienda operava in perdita, scaricava sullo stato, cioè sull'intera collettività italiana, i relativi costi.

Chiunque sia stato (e c'è stato anche chi fu anche più duro parlando della Fiat come il cancro dell'economia italiana), aveva ragione e noi Italiani ci siamo comprati la Fiat, tra rottamazioni, agevolazioni, ristrutturazioni, concessioni e incentivi, più volte.

Come ringraziamento la dirigenza Fiat ha abbandonato l'Italia, diventando preda dei francesi, spostando la sede legale e soprattutto fiscale in Olanda e nel Regno Unito.

La Fiat, che adesso si chiama Stellantis, non è più un'azienda italiana.

Eppure, non paghi di quanto hanno già incassato, preceduti dal fuoco di artiglieria dei quotidiani di loro proprietà, gli Agnelli Elkan hanno fatto richiedere, con un tono arrogante e ultimativo, al loro amministratore delegato, nuovi incentivi.

Bene ha fatto il Governo, in persona del Ministro Urso, a dichiarare che è finita la stagione degli incentivi per automobili prodotte all'estero.

Non è accettabile nè tollerabile l'atteggiamento della "real" casa automobilistica di pretendere che i governi italiani si accollino le loro perdite senza mai beneficiare degli utili.

Il ricatto dei posti di lavoro deve essere risolto con una politica industriale che favorisca la produzione in Italia di automobili, incentivando nuove attività imprenditoriali ed eventuali disponibilità per politiche assistenziali siano semmai indirizzate a dare sostegno economico ai lavoratori che la Fiat/Stellantis dovesse licenziare per ripicca.

Mai più un centesimo pubblico a Fiat/Stellantis.

 

03 novembre 2012

Assunzioni per sentenza

Se la Camusso, Landini e i magistrati che hanno disposto l'obbligo di assunzione di 145 operai iscritti cgil alla Fiat sono così bravi a gestire un'azienda, perchè non ne aprono una con i loro soldi, facendovi lavorare, nel rispetto della costituzione e delle sentenze anche se senza criteri di economicità, i loro iscritti ?
Sarei curioso di vedere quanto potrebbe sopravvivere senza che inizino le solite litanie per statalizzare il tutto e continuare a spese di tutti noi Italiani.


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12 gennaio 2011

Ne' Fiat, nè Fiom

Ammetto che sono incerto.
Non mi piace il neneismo, mi piace invece decidere, quindi prendere posizione.
Ma questa volta non ci riesco, è più forte di me.
Certo non ho mai avuto, ed ancor meno ne ho adesso, simpatia per la cgil che, unitamente alla cisl ed alla uil (che però parzialmente – solo parzialmente - si sono riscattate in questi ultimi tempi) considero tra i massimi responsabili del declino produttivo ed economico della Nazione e che oggi, come tutti i sindacati confederali, ha trasformato una attività utile e necessaria (nei limiti di categoria e aziendale che dovrebbe essere propria e non come surrogato della politica intervenendo su tutte le questioni generali) in un business privilegiato con le sue associazioni di consumatori e inquilini, patronati, caf.
Ma ciononostante non riesco proprio a stare dalla parte della Fiat, una società di capitali che ha fatto proprio il motto dei suoi padroni: socializzare le perdite e privatizzare gli utili.
Tra agevolazioni, rottamazioni, contributi, casse integrazioni, noi Italiani abbiamo pagato la Fiat almeno dieci volte e mi disturba assai che tutte le volte che ha ricominciato a guadagnare abbia trattenuto tali utili, senza restituirci i miliardi utilizzati per sostenerla quando la situazione era critica.
Non posso poi dimenticare che fu proprio la calate di braghe di Agnelli nel 1969 che aprì le porte ad una lunghissima stagione di estremismo sindacale che ha portato la Trimurti ad avere un peso spropositato nella vita politica e sociale della Nazione.
La proposta di Marchionne è obbligata, probabilmente fondata su quelli che si chiamano “i conti della serva” ed è completamente nelle mie corde il principio per cui una impresa ha senso se guadagna e un imprenditore serio deve chiudere se perde.
Del resto conseguii un voto basso (24) all’esame di diritto del lavoro proprio per sostenere il diritto dell’imprenditore a chiudere e della società a proclamare il fallimento delle aziende in perdita, contro l’opinione del docente (si era nel 1977 ...) che sosteneva invece, in pieno delirio operaistico, che un imprenditore, svolgendo una attività sociale, non poteva nè chiudere, nè fallire e che doveva essere lo stato a partecipare per tenere in vita l’azienda (come se lo stato, i soldi, li trovasse sotto i funghi e non nelle tasche dei cittadini).
Naturalmente sarebbe eticamente più forte la posizione di Marchionne se non guadagnasse la somma spropositata che incassa.
E’ giusto che chi ha responsabilità, guadagni più di altri, ma quanto seimila dipendenti è eccessivo.
Forse anche le remunerazioni dei manager dovrebbero essere riviste, rendendo determinante la percentuale collegata ai risultati, più che la cifra fissa e consentendo anche la partecipazione dei dipendenti agli utili, in una forma evoluta di capitalismo.
Nonostante, quindi, l’approccio mercantilista di Marchionne sia di gran lunga più in linea con le mie idee fondate sulla assoluta libertà di mercato e di impresa, trattandosi della Fiat proprio non riesco a prendere posizione.
Tanto mi stupirei alquanto se vincessero i “no” all’accordo, con un suicidio collettivo di tutte le maestranze, solo per puntiglio ideologico.

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23 giugno 2010

Pomigliano:il sì vince ma non convince

Il più coinvolgente tra gli strumenti della democrazia, il referendum, è stato adottato a Pomigliano per sottoporre al parere dei lavoratori l’accordo raggiunto tra la Fiat e quattro organizzazioni sindacali (tutte quelle riconosciute in Fiat con l’eccezione della Fiom/Cgil).
Ha partecipato alla consultazione il 95% degli aventi diritto (considerata la partecipazione che si registra abitualmente nel Sud ...) che, quindi, rendono il referendum pienamente attendibile.
I commentatori si aspettavano una valanga di “sì” all’accordo, considerato che l’alternativa è la chiusura dello stabilimento e la perdita di oltre cinquemila posti di lavoro.
La cgil ha osteggiato l’accordo agitando lo spettro – ormai abituale – della incostituzionalità e, se tale impostazione dovesse essere accolta, sarebbe l’ennesima riprova che la nostra carta costituzionale debba essere rapidamente archiviata, rappresentando un ostacolo, sia pur solo formale, ad ogni progetto di sviluppo e di progresso della Nazione.
A sorpresa i giornali online, dopo che nelle edizioni cartacee avevano scritto di oltre il 70% di favorevoli, ci informano che solo il 62% dei lavoratori ha votato a favore degli accordi, ben il 37% ha seguito il no della cgil.
Sono lavoratori che preferiscono la disoccupazione al lavoro ?
Non credo.
Certamente ci sono, come ovunque, dei “furbi” che pensano di trarre da queste situazioni il massimo del profitto personale a scapito altrui, ci saranno anche dei “duri e puri” che “non capiscono ma si adeguano” e si prestano a scelte ideologiche suicide, ma per lo più credo che siano lavoratori che non credono che la Fiat chiuderà lo stabilimento e che, come sempre, finirà a tarallucci e vino e potranno continuare a fare quel che hanno sempre fatto.
Credo che anche tra i votanti “sì” vi siano numerosi lavoratori che, pur votando favorevolmente per prudenza, siano convinti di poter, ove applicate le nuove norme, continuare a fare quel che hanno sempre fatto.
Per questo la Fiat chiedeva, opportunamente, un “plebiscito” che legittimasse e desse forza a scelte così innovative a favore di una maggiore produttività.
Plebiscito che non ha avuto e, quindi, è legittima la pausa di riflessione prima di dar corso ad un investimento monumentale con una scelta che rappresenterebbe la prima inversione di tendenza rispetto alla esternalizzazione delle produzioni.
Come noto io non sono affatto simpatizzante per la Fiat, azienda che ritengo appartenga agli Italiani che l’hanno ripetutamente salvata con i propri soldi, salvo poi vedere che gli utili finivano solo nelle tasche degli Agnelli fedeli al principio per cui si devono “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”.
Ritengo però che l’idea di Marchionne sia coraggiosa, rischiosa, ma di grande rilevanza per l’Italia e per l’inversione di tendenza che rappresenta.
Se spero comunque che dia corso a tale progetto, sono però convinto che i risultati non sarebbero in linea con le aspettative e non vorrei che dovessimo nuovamente metterci le mani in tasca per ripianare errori (o peggio) altrui.
Non ho fiducia che sarebbero rispettati i termini dell’accordo stante anche l’alta percentuale di contrari manifesti e il rischio che basterebbe un ricorso per trovare un magistrato che annulli gli effetti dell’accordo.
La cgil si è assunta una grave responsabilità, unicamente per una scelta ideologica e contro il Governo, che potrebbe portare a fortissime tensioni sociali se la Fiat deciderà che le garanzie di applicazione dell’accordo sono troppo deboli rispetto al rischio economico che si assume.
Sia però chiaro che, qualunque cosa accada, non è più il tempo per interventi pubblici che “socializzino le perdite”, magari imponendoci qualche balzello o aumentandone altri.



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05 febbraio 2010

Fiat: adesso lasciamola fallire !

La dichiarazione di Montezemolo l'ho ascoltata la prima volta questa mattina al gr1.
Non ci credevo e ho atteso le notizie pubblicate dai quotidiani online.
Per quanto mi sforzi di lasciare a Montezemolo ogni beneficio del dubbio, della trascrizione delle sue esatte parole, del contesto (che non conosco) in cui sono state pronunciate, non posso non sommarle all’arrogante espressione di Marchionne che in risposta alle pressioni del governo per Termini Imprese, ha risposto che tanto primo o poi gli incentivi sarebbero finiti.
Allora facciamoli finire subito.
L’Italia e soprattutto gli Italiani si sono comprati la Fiat, con tutte le erogazioni che, nel tempo, sono state effettuate a suo beneficio, più e più volte.
Mio padre mi diceva che la Fiat dava lavoro a migliaia di persone.
Vero.
Tengo conto anche di ciò che la Fiat ha rappresentato nel corso dei decenni.
Ma adesso la misura è colma.
L’Italia e gli Italiani pagano fior di quattrini per salvare, periodicamente, la Fiat dai dissesti.
Senza i nostri soldi la Fiat sarebbe solo un capitolo della storia passata dell’economia italiana.
La Fiat è sempre stata abile a socializzare le perdite (cioè a farle pagare agli Italiani) ed a privatizzare i profitti (cioè intascarsi gli utili come dimostrano i fondi – di cui stranamente non si parla più sulla stampa – trovati all’estero dopo la lite sulla eredità di Gianni Agnelli).
Farsi anche menare per il naso dal signor Montezemolo e dal signor Marchionne proprio no.
Adesso basta.
Ottima, dunque, l’iniziativa di Casapound che ha “chiuso” simbolicamente numerosi concessionari Fiat in tutta Italia.
Il Governo prenda esempio da Casapound e scriva la parola “fine” alla Fiat, incamerandone i beni e le proprietà.
E’ tutta roba che noi Italiani abbiamo pagato moneta sonante.
Ovviamente per poi rivenderle al libero mercato e incassare gli utili da distribuire a tutti noi sotto forma di riduzione delle tasse.


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16 aprile 2009

La politica in pillole

I pirati sequestrano navi e minacciano ulteriori azioni violente.
Sembra che i politici che ci governano sappiano tutto su Asterix ma non conoscano Cesare.
Perché se avessero un minimo di conoscenza di storia vera, saprebbero come “trattare” i pirati.

La Fiat fa la voce grossa con i sindacati americani sulla vicenda Chrysler.
Esperti nello socializzare le perdite e privatizzare i profitti, ormai sgamati in Italia, cercano di ripetere il giochino con quei bambinoni americani.
Infatti quello “giovane, bello (?) e abbronzato” che hanno incautamente eletto a novembre ha abboccato ed ha promesso di staccare un assegno di sei miliardi e rotti solo in presenza di un accordo con Fiat.
Possiamo immaginare gli spazi di manovra della Chrysler nelle trattative con Fiat dopo l’intelligente e pubblico aut aut del loro promesso finanziatore (rigorosamente con i soldi dei contribuenti americani).
Del resto agli americani che hanno fatto quella scelta a novembre calza a pennello il detto: chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Cisl e uil hanno sottoscritto con Confindustria il nuovo accordo sugli assetti contrattuali.
Epifani e la sua cgil sono rimasti a guardare, ululando alla Luna.
Purtroppo l’accordo è un pessimo accordo che fornisce ai sindacati confederali un assist formidabile per egemonizzare, con gli articoli 17 e 18 sulla c.d. “rappresentatività”, concetto da intendersi non a livello aziendale o di categoria ma su tutto il mondo del lavoro, le relazioni industriali, spazzando via i sindacati autonomi, unici ad avere a cuore l’interesse del lavoratore della categoria e non le beghe politiche romane.
La cgil incassa comunque e se non ha firmato è solo perché al governo c’è un certo Berlusconi.
Con D’alema (inasprimento della legislazione che limita lo sciopero) e con Prodi (entusiastica approvazione e difesa delle aliquote del 1996, 2006 e di ogni tassazione) sarebbe stata in prima fila per ottenere tali norme.
Un vero peccato, a livello di masochismo puro, che le siano state concesse da un governo apparentemente di Centro Destra.

Fini vuole dei correttivi alla “sua” legge sull’immigrazione.
Alcuni suggerimenti:
1) la clandestinità è un reato punito con l’espulsione immediata;
2) ogni cittadino – e non solo gli incaricati di un pubblico servizio – ha l’obbligo di denunciare i clandestini;
3) la cittadinanza si acquisisce dopo dieci anni di residenza, mediante giuramento di rispetto delle leggi italiane e previo esame sulla lingua, letteratura, geografia e storia d’Italia;
4) non è consentita la creazione di “cittadelle” etniche
5) i pattugliamenti nel Mare Nostrum dovranno essere finalizzati al respingimento e non al traino in porti italiani degli illegali
.

Il referendum costa.
Come si può risparmiare ?
Accorpando e creando caos nelle urne tra le varie schede ?
E se rinviassimo il referendum al prossimo anno ?
Anche in questo caso Fini ha manifestato la sua intenzione di correre per la poltrona che fu di Veltroni


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10 febbraio 2009

No aiuti settoriali, sì alla riforma del welfare

Il presidente di Confindustria continua a chiedere “di più”, perfettamente in sintonia con la trimurti sindacale e il pci/pds/ds/pd.
Intanto sono stati impegnati ben due miliardi di euro (quattromila miliardi delle vecchie lire: una minimanovra !) per gli aiuti settoriali all’auto, elettrodomestici e affini.
E se questi soldi fossero spesi per riformare il welfare, non sarabbe meglio ?
Se, invece di “drogare” i consumi, tenendo artificialmente in vita aziende che non sono in grado di mantenersi, si lasciasse fare alla legge del libero mercato e lo stato si preoccupasse di investire i fondi disponibili in un sistema di assistenza a chi dovesse perdere il lavoro, legata anche al tempo di permanenza nelle liste di disoccupazione e alle attività che vengono svolte, dalle iniziative individuali assunte per uscirne ?
Certo, ci sarebbero dei rivolgimenti nel panorama globale della finanza e negli assetti di potere, ma sarebbe una iniezione di carburante, di adrenalina per nuove società, nuove iniziative che porterebbero, come diceva la Thatcher, a nuovi ricchi, con nuove idee e nuove spinte a beneficio di tutta la società.
Del resto, perché aiutare la Fiat e non la ditta di idraulica in via di fallimento in un comune montano ?
E soldi per tutti non ce ne sono.
Perché elargirli ai soliti noti ?
Perché continuare a fare acquiescenza al motto primigenio della Fiat: privatizzare gli utili e socializzare le perdite ?


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06 febbraio 2009

L’unico aiuto di stato sia la riduzione delle tasse

Ci risiamo.
L’orgia di socialisti che il nuovo Berlusconi con il suo “partito di centro, moderato e liberale” ha inserito nel governo, ha partorito quel che il vero Berlusconi non avrebbe mai fatto: un programma di interventismo statale, mascherato da decisionismo contro la crisi, dimentico dei danni provocati negli anni sessanta dal primo centrosinistra con i socialisti al governo e le sue nazionalizzazioni.
Va da se che non è tutta colpa di Berlusconi (e che gli altri sarebbero ancora peggio !), visto che in europa e negli Stati Uniti di quello “giovane, bello (?) e abbronzato” si sta percorrendo la stessa pericolosa e già fallimentare strada dello statalismo, ma anche Berlusconi ci sta mettendo del suo, soprattutto se si considera che a fronte di migliaia di piccole ditte in crisi che hanno aumentato il numero delle procedure concorsuali aperte nel 2008, ci si è occupati di salvaguardare i grossi interessi che orbitano attorno a Fiat (e prima ancora ad Alitalia).
Questo tipo di intervento statale “mirato”, quindi influenzato dalle lobbies economiche e manageriali, aumentando la dipendenza dell’economica dai finanziamenti pubblici, riduce la libertà individuale, alterando la logica del mercato.
I contributi statali (cioè con i soldi che ci sono sottratti tramite tasse e imposte) per le varie “rottamazioni” sono anche soldi sottratti alla istruzione, alla sanità, alla riforma della pubblica amministrazione.
Ma non per spese clientelari, bensì per l’acquisto di beni strumentali e per la realizzazione di strutture in cui lavorare e studiare e curare in modo adeguato.
Sono anche un incentivo all’indebitamento privato, causa di tanti mali nell’economia contemporanea, da cui, in Italia, finora, ci si era tenuti se non lontani, almeno a livelli più bassi che altrove.
E’ assurdo pensare che se io ho una automobile, ancorché vecchia ed “euro 0, 1 o 2”, debba pensare di spendere svariate migliaia di euro per comprarne una “euro 4 o 5”, solo in funzione del “risparmio” di 1.500 euro del contributo statale.
Io cambio l’automobile solo se quella che posseggo non va più.
Oppure, come succede in Italia, se sono sotto “ricatto” dei divieti di circolazione perché, indipendentemente dal controllo degli scarichi e della tenuta del mezzo, per il solo fatto che è un “euro 0, 1 o 2” mi si inibisce la circolazione.
E i soldi che “lo stato” elargisce con queste rottamazioni da dove vengono ?
Dalle nostre tasche.
Più vengono elargiti miliardi, più cresce il buco nel bilancio statale, più ognuno di noi è indebitato a causa delle scelte del tesoro italiano, più aumenta il rischio che arrivino un giorno a dirci: “bambole, non c’è una lira” !
E con la scusa di “risanare il debito pubblico", invece di spendere di meno, taglieggiare i cittadini con nuove tasse e con l’aumento di quelle esistenti.
Ancora una volta, ancora in questa circostanza, si vede come l’unico “aiuto di stato” ai privati ed alla nostra economia sarebbe la riduzione delle tasse.
Se noi cittadini vedessimo ridotto il prelievo fiscale, ben sapremmo come spendere al meglio quei soldi in più che adesso volano verso le casse statali (per essere sperperati in rivoli inutili) per le nostre specifiche esigenze, dando anche il nostro contributo alla ripresa dei consumi e, quindi, della produzione.

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29 gennaio 2009

Quando Confindustria dà i numeri

Il governo ha aperto una trattativa con Fiat per gli aiuti al settore auto e il profumo di soldi che emana da tale incontro sta scatenando gli appetiti di altri valenti, italici imprenditori: non sia mai che ci si astenga dal partecipare al ricco banchetto degli aiuti di stato.
Così dopo i sessantamila posti a rischio minacciati dall’Amministratore Delegato di Fiat, ecco che, per non essere da meno, la presidentessa di Confindustria rilancia i posti a rischio: trecentomila.
Chi offre di più ?
Naturalmente i sindacati non stanno a guardare e strepitano perché i milioni (ben 300 !) messi a disposizione dal governo sono ritenuti “pochi”.
Così, dopo gli aiuti (per ora solo sotto forma di garanzia) alle banche (che peraltro sembrano essere l’industria più solida in Italia e anche messe meglio delle consorelle straniere), le social card, gli interventi sui mutui, l’aumento degli ammortizzatori sociali (tutto, naturalmente, tacciato di “insufficienza” da chi continua a chiedere “di più” ma nulla aveva fatto quando era al governo, eppure l’affare dei mutui subprime scoppiò proprio regnante Prodi e la sinistra) ecco che si richiede al governo di tirar fuori altri soldi.
Per salvare i posti a rischio denunciati da Marchionne e Marcegaglia, direbbero alcuni, più che altro per salvare le ricche prebende di amministratori che, se oggi sono costretti a richiedere aiuti di stato, vuol dire che negli anni di vacche grasse non hanno saputo mettere da parte nulla per i periodi di vacche magre, preoccupandosi solo di due stakeholders: loro stessi in quanto manager e gli azionisti che li hanno preposti a quell’incarico.
Così quello che si da con una mano ai cittadini sotto forma di aiuti, rimborsi, ammortizzatori, lo si toglie doppiamente con l’altra obbligandoli a cambiare macchina (se non vogliono andare a piedi o pagare un bollo maggiorato) e gravando il bilancio dello stato di nuovi capitoli di spesa.
E’ infatti vergognoso che per un pugno di euro (duemila circa si legge sulla stampa) di “incentivo” alla rottamazione dei cosiddetti veicoli “inquinanti” euro zero, uno e due, si obblighino quelli che non hanno quindici o venti mila euro da spendere per un’auto nuova a circolare a piedi o pagare più tasse di circolazione.
Il tutto con operazioni contabili che hanno un unico comun denominatore: il prelievo dalle nostre tasche.

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27 gennaio 2009

Niente aiuti alla Fiat

Siamo alle solite.
Spirano uragani di crisi e la Fiat cerca di correre al riparo del denaro pubblico, fedele al motto di casa Agnelli: privatizzare gli utili e socializzare le perdite.
Se la sinistra quando è stata al governo ha elargito miliardi – senza ritorno – sotto forma di incentivi alla rottamazione delle “vecchie” auto, oggi, con un governo meno disponibile ad accollarsi oneri, la Fiat lancia la minaccia: sessantamila posti di lavoro in pericolo se lo stato non aiuta la Fiat.
Mi auguro che Berlusconi, al momento ben supportato dalla Lega, neghi ogni aiuto di stato alla Fiat, anche mascherato sotto forma di incentivi alla rottamazione che si trasformerebbero in nuovi debiti per i cittadini che, in possesso di un’automobile funzionante, si vedrebbero costretti a cambiarla non tanto per gli incentivi, quanto per i draconiani divieti di circolazione che, abitualmente, accompagnano tali iniziative.
In sostanza, per “convincere” i più riottosi a separarsi da un mezzo che funziona bene, gli si impedisce, ope legis, di circolare.
Noi italiani ci siamo comprati la Fiat, nel corso degli anni, più e più volte.
Ci siamo svenati, tra casse integrazioni ordinarie e speciali, incentivi e ammortizzatori sociali di vario genere, per darle ossigeno quando l’aveva finito.
Adesso, basta.
Basta inventarsi nuovi ostacoli alla circolazione.
Basta inventarsi le vetture “ecologiche” per costringerci a cambiare il parco macchine.
Basta concedere agevolazioni alla Fiat per consentirle di vendere i suoi modelli.
Si applichino, si comincino ad applicare le regole alle quali si obbligano a sottostare i piccoli imprenditori che sono, loro sì, la spina dorsale della nostra economia reale, perché producono bene concreti e, quando le cose vanno male, pagano di tasca loro, come dimostrano i fallimenti in forte crescita in tutta Italia.
Fallimenti che sono strettamente connessi ad una economia liberale, perché, come diceva il Premier Britannico Margareth Thatcher, solo da molti fallimenti possono nascere molte nuove imprese produttive.
Il governo Berlusconi ha già, inopinatamente, gravato sui contribuenti con la decisione di “salvare” Alitalia, invece di lasciarla fallire e far nascere nuove compagnie.
Non faccia altrettanto con Fiat, non ceda alla minaccia dei licenziamenti e se proprio deve intervenire acquisisca il controllo di Fiat – che, ripeto, noi italiani abbiamo già abbondantemente pagato ! – per poi rivenderla al miglior offerente senza però restituirla agli attuali proprietari quando l’economia tornerà a crescere.

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07 dicembre 2007

La "cosa Fiat"

Pierferdinando Casini, leader dell’Udc, già “cinno” della nidiata di Bisaglia e Forlani; Gianfranco Fini, ex pupillo di Giorgio Almirante, da alcuni anni instancabile giocatore ai quattro cantoni; Luca Cordero di Montezemolo, “figlioccio” di Gianni Agnelli, di professione multipresidente, si sono incontrati a cena.
Caratteristiche comuni ?
L’ambizione smodata che porta ognuno di questi ex “giovani di studio” a pensare a se stessi come salvatori della Patria.
Non riuscendoci da soli, soprattutto perchè individualmente scompaiono (come qualunque altro funzionario di partito, boiardo di stato o burocrate delle banche centrali) davanti a un Silvio Berlusconi, stanno forse pensando di mettere insieme le loro debolezze, credendo di realizzare una forza.
Sono tutti e tre “figli d’arte”, nel senso che senza i loro rispettivi mentori apparterrebbero alla “palude” della politica o della burocrazia confindustriale.
La loro aspirazione è quella di far rinascere il partitone delle poltrone di stato.
Casini per tradizione politica, Lcdm per tradizione industriale (la Fiat, come spesso sottolineato, è adusa a socializzare le perdite privatizzando i profitti, scaricando sul pubblico, grazie alle amicizie politiche, i costi derivanti dalla periodica incapacità del management a far fronte ai tempi che cambiano) e Fini per ... disperazione.
Mi ricordo il “biglietto da visita” che un deputato ora fedelissimo di Fini (al punto da lanciare Alleanza Nazionale a Bologna in una spericolata gara di inciucio con il sindaco comunista sulla sicurezza) presentò ai suoi esordi in consiglio comunale, definendo la Fiat come l’escrescenza tumorale dell’economia nazionale.
Chissà se oggi, nel rispetto della realpolitik del suo presidente, farà del Lingotto la sua Gerusalemme, con tanto di acquisto di auto Fiat (molti di noi hanno sempre avuto una particolare avversione per tutto ciò che è marchiato “Agnelli”, dalla Juventus, alla Ferrari, alla Fiat tanto che molti di noi non posseggono in famiglia auto Fiat e, per quel che mi riguarda, dovendo acquistare una vettura nuova mi rivolgerò, ancora una volta, ad un’altra casa ...) ?
Avrà futuro la “cosa Fiat” ?
Non credo che riuscirà a scalzare il primato del Partito del Popolo della Libertà che vede sempre più soggetti politici – oltre a singoli cittadini – disponibili a federarsi, ma, soprattutto, la nuova triade non è in grado di oscurare il Presidente Berlusconi.
Sono anni che i tre bazzicano gli ambienti politici e, ormai, hanno detto tutto e il contrario di tutto e la loro alleanza di interesse avrà vita finchè non si troveranno a dover decidere su chi occuperà i posti di rilievo, che potranno essere di governo o istituzionali.
Il difetto resta sempre quello del doroteismo che adesso ha contagiato anche Fini (ma cosa aspettano i suoi “colonnelli” ad esercitare il diritto di “golpe” ?).
La “cosa Fiat” non potrà che assumere quella tipica posizione di mezzo, nè carne, nè pesce, che tanti danni ha portato alla Nazione, esercitando l’arte del compromesso fine a se stesso e non per realizzare un progetto, sperando di rinverdire i fasti della politica dei due forni di andreottiana memoria.
Spiace vedere disperdere un patrimonio morale e ideale di cui, ancora, molti ritengono Alleanza Nazionale erede titolare, ma se ad un pranzo in compagnia non ci si nega mai, un’alleanza politica nel nome della Fiat e della balena bianca dovrebbe far riflettere attentamente sul triste destino (e repentino declino) che attende coloro che ancora pensano di vedere in Fini l’erede di Giorgio Almirante.
Tra parentesi.
Proprio a Bologna un consigliere comunale di A.N. ha salutato la compagnia per avvicinarsi non, in questo caso, a La Destra, ma al Partito del Popolo della Libertà.
Quella stessa Bologna che vede come capo gruppo in consiglio comunale per Forza Italia, Daniele Carella, missino, protagonista di tante battaglie – anche "sulla strada" – negli anni settanta e che già da alcuni anni ha abbandonato An, dimostrando perfetta conoscenza della situazione e di come si sarebbe evoluta.
La “cosa Fiat” potrà raccogliere adesioni, anche consistenti in termini elettorali, ma mai sufficienti per proporsi altro che come terzo partito, rendendo quindi sempre più precaria la nostra vita politica.
Una situazione paradossale che vede quelli come il sottoscritto, costituzionalmente ostili ad ogni approccio amichevole con la sinistra, auspicare la veloce conclusione dell’accordo tra il Presidente Berlusconi e Veltroni per la nuova legge elettorale (ma solo per quella) che metta fuori gioco le furbizie di triadi e “cose” varie.
Ci può essere un solo scopo utile e nobile nell’aprire un dialogo con la sinistra: mettere definitivamente fuori gioco i doroteismi, vecchi e nuovi, per arrivare ad un sistema in cui non ci siano ponti e pontieri, furbetti e furbastri, ma solo due progetti alternativi, senza commistioni.

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